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Venerdì, 15 Dicembre 2017

IL RACCONTO / LA PALESTINA VISTA CON GLI OCCHI DI UNA VOLONTARIA

Scritto da  Redazione Apr 20, 2016

Ero convinta di aver letto e studiato molto. I temi legati al Medio Oriente mi hanno sempre interessato moltissimo sia dal punto di vista geopolitico che rispetto all'arte e alla storia. Avevo 20 anni ai tempi del massacro di Sabra e Shatila. Ho letto i testi di Edward Said, la letteratura di Amos Oz e David Grossman, i racconti di Suad Amiry, seguo con interesse le analisi di Alberto Negri sul Sole 24 ore e leggo Internazionale, conosco la strepitosa esperienza della Divan Orchestra del maestro Daniel Baremboim... insomma non mi sentivo del tutto sprovveduta.
Poi ho visto con i miei occhi.

Grazie alla perfetta organizzazione di Asso pace Palestina ho trascorso otto giorni intensi, ricchi, pieni di immagini, incontri, testimonianze, storie ed emozioni, tante. Tante da non riuscire più a smettere di pensare, da non riuscire a "fare la turista" nelle mezze giornate libere, da non riuscire a fermarmi in raccoglimento nei luoghi della fede, da non riuscire a staccare, al punto da essere col pensiero sempre lì anche adesso che sono tornata, così che se al Tg parlano di occupazione il mio pensiero va ai territori occupati e non ai dati sul lavoro.

Ho scaricato le foto e ne ho scelte due tra tutte. Quella del cecchino appostato sulla porta di Damasco sulle mura di Gerusalemme e le cisterne sopra i tetti di un'abitazione palestinese. Ho scelto queste due perché, a mio parere, rappresentano la sintesi perfetta di un Paese militarizzato governato secondo un regime di apartheid. Ho visto soldati ovunque, cecchini, checkpoint, torrette di avvistamento, filo spinato, muri, civili andarsene in giro armati di piccoli mitra.

Il benvenuto a Ramallah ci è stato dato con una raccomandazione: non tirate l'acqua dello sciacquone ogni volta che usate il water, fatelo solo quando non se ne può fare a meno. Ecco, la differenza tra Israele e Palestina è che da una parte c'è l'acqua e dall'altra no. Da una parte ci sono piscine, giardini, aiuole e spartitraffico fioriti e dotati di sistemi automatici di irrigazione. Dall'altra l'acqua è raccolta nelle cisterne sui tetti e razionata. Perché sono stati deviati i fiumi e perché è proibito scavare pozzi.

Da una parte ci sono strade ben tenute, a scorrimento veloce, che possono essere percorse solo da veicoli con la targa gialla di Israele. Dall'altra strade scassate, che finiscono davanti ad uno sbarramento, percorse solo dai veicoli con la targa verde palestinese. Così, se devi organizzare un trasporto, carichi il camion con la targa verde, vai fino al checkpoint, scarichi, ricarichi sul camion con la targa gialla che devi aver noleggiato per tempo... così anche per le ambulanze, che devono essere prenotate. Quando si può. E quando non si può? Non si contano i bambini partoriti nei pressi di un checkpoint.

Sapevo di Hebron, di questo insediamento israeliano all'interno della città vecchia che ne ha fatto una città fantasma. Poi ho visto le reti tese per raccogliere la spazzatura e gli escrementi che i coloni lanciano di sotto. Ho visto i documenti rilasciati ai palestinesi che possono attraversare Shuhada Street, vi sono riportati solo numeri e non nomi, infatti i palestinesi in possesso di questi documenti sono definiti "numerati". Vi ricorda qualcosa?

Ho visto un gruppo di ebrei ortodossi attraversare, scortati da soldati armati, la Spianata delle Moschee con un atteggiamento strafottente e provocatorio. Una riedizione quotidiana della famosa passeggiata di Sharon nel luogo santo dell'Islam che segnò l'avvio della seconda Intifada. Nello stesso luogo i musulmani maschi di età inferiore ai 45 anni non possono accedere. Ho visto che il muro non segue la Linea Verde degli accordi di Oslo: è stato costruito tra i 5 e i 7 chilometri all'interno del territorio che dovrebbe essere palestinese. Non segue nemmeno una linea dritta, di fatto è un serpentone che accerchia i villaggi rendendo molto difficile, se non impossibile, recarsi al lavoro nei campi. Per la legge israeliana se un campo non viene coltivato per tre anni può essere confiscato.
Poi ho visto gli sguardi. La determinazione dell'elicotterista israeliano che ha lasciato l'esercito e che aiuta i ragazzi che decidono di non fare il servizio militare, anche a costo di finire in prigione. Perché, spiega in perfetto gergo militare, così servo meglio il mio Paese.

La fierezza di Fadwa, moglie di Marwan Barghouthi, di fatto l'unico vero leader palestinese, in carcere da 14 anni. La lucidità di Munther del campo profughi di Aida che, tiene a precisare, non fa parte di alcuna strategia coinvolgere i bambini nelle dimostrazioni. Se fosse per lui andrebbero protetti. Di fatto, però, vivere e crescere in un campo profughi significa essere comunque partecipi e in quella realtà si diventa grandi presto. L'alternativa sarebbe tenerli chiusi in casa: impossibile.

La tenacia indefessa di due anziane contadine che non lasciano la loro casa e le loro quattro capre continuamente attaccate dai coloni.

L'ottimismo di chi organizza corsi di break dance per i ragazzini di Nablus, con l'obiettivo di toglierli dalla strada. La luce negli occhi dei giovani volontari internazionali, tanti gli italiani, felici anche solo di poter accompagnare i bambini a scuola. L'orgoglio dei miei compagni di viaggio quando un attivista palestinese ci ha chiesto di cantare insieme a lui la canzone partigiana Bella Ciao!
Talvolta ho visto la rabbia, non ho mai visto la rassegnazione.

Annalisa Paltrinieri (dal nuovo numero di Buone Notizie Bologna)

@nelpaeseit

Redazione

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