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Lunedì, 11 Dicembre 2017

A TERMINI TRA I NUOVI POVERI DOPO L'OMICIDIO DI ANDREA

Scritto da  Giuseppe Manzo Ago 06, 2013

Il viaggio di Redattore Sociale nella stazione della Capitale: le storie di nuova povertà

 Redattore Sociale (reportage di Maria Gabriella Lanza) torna a Termini dopo l'omicidio di Andrea, la trans della stazione. Alla fine Andrea è riuscita ad avere un funerale mentre tra i binari si muove una umanità sofferente e povera. Ecco il video

 

“Ecco il mio appartamento”, dice Luigi, 72 anni, indicando una panchina sul primo binario della stazione Termini. “Da due anni dormo qui, rannicchiato in 80 centimetri. Col caldo e col freddo”. La barba lunga, la pelle bruciata dal sole, Luigi cammina sicuro tra le persone che corrono a prendere i treni. Questa è casa sua. Fino a qualche anno fa la vita di “nonno Luigi”, come si fa chiamare, era molto diversa: una moglie, una figlia, un lavoro al ministero. Poi, improvvisamente il matrimonio finisce dopo 25 anni e arriva lo sfratto. Luigi inizia a bere, gioca i soldi dello stipendio alle macchinette e cade in mano all'usura. Così, in poco tempo, si ritrova a vivere per strada. 

Anche Bruno passa le sue giornate alle stazione Termini. “Facevo lo spazzino, poi ho lasciato il lavoro per accudire mia madre malata di cuore e mio fratello disabile. Loro adesso non ci sono più. Mi è rimasto un figlio di 27 anni che è in carcere e due fratelli tossicodipendenti”, racconta Bruno. “Mi ha aiutato Luigi ad ambientarmi in strada. Il Comune, le associazioni, gli assistenti sociali non hanno fatto niente. Se ne fregano di noi”. Tutto quello che vorrebbe è un lavoro: “Non mi assumono perché sono troppo vecchio”. Bruno ha solo 54 anni. 

Davanti al terzo binario, la gente passa veloce accanto alla sedia a rotelle di Costantino, 59 anni e due grandi occhi blu. Con la mano tesa aspetta che qualcuno si fermi e gli dia qualche moneta per mangiare. “Le persone non mi guardano nemmeno”, dice con rassegnazione. Costantino racconta di essersi ammalato all’età di un anno, da allora non ha potuto più camminare. Sulla spalliera della carrozzina c’è una scritta: “proprietà privata”. Vive alla stazione dal 1993, da quando i suoi genitori sono morti e lui ha perso il lavoro di centralinista in un albergo. 

Termini non è solo la casa di Luigi, Bruno e Costantino, il popolo degli invisibili che abitano la stazione di Roma ogni giorno diventa sempre più numeroso. Alla fine del primo binario si trova  l’Help center del Comune. Secondo il rapporto dell’Osservatorio nazionale sul disagio e la solidarietà nelle stazioni italiane, nel 2012 sono state 3174 le persone che si sono rivolte allo sportello sociale di Termini per chiedere aiuto. Di questi 1728 sono “nuovi utenti”. Un aumento che trova riscontro anche nei dati Istat sulla povertà assoluta: nel 2012 4 milioni e 814 mila persone, pari all'8 per cento della popolazione, non hanno il minimo indispensabile per vivere. Nel 2011 erano 3 milioni e 415 mila. In un anno i nuovi poveri assoluti sono aumentati di un milione e 400 mila. Una parte di loro vive per strada: solo a Roma sono 8.000 i senza fissa dimora. I posti negli istituti e negli ostelli del Comune sono solo 650. “Quando ho perso tutto sono venuto alla stazione, dove altro potevo andare?”, dice Bruno.

La nuova vita di Luigi e Bruno scorre lenta e sempre uguale. “Se si è fortunati si dorme nella sala d’aspetto di qualche ospedale. Poi, andiamo alla mensa per mangiare qualcosa”.  E quando non c’è la mensa, c’è il cassonetto: “Tutti abbiamo frugato almeno una volta nei bidoni della spazzatura alla ricerca di un pezzo di pane”, affermano Luigi e Bruno.  “Guarda lì: lui è un peruviano, ha appena svuotato un cassonetto”, dice Luigi indicando un uomo sulla quarantina circondato da sacchetti di plastica. Li apre ad uno ad uno e con pazienza controlla se dentro c'è qualcosa da mangiare, i resti di un panino, dei biscotti sbriciolati. Qualsiasi cosa va bene quando si ha fame. Luigi si avvicina, gli mette una mano sulla spalla e lui reagisce urlando. Ha paura che gli porti via il poco che ha racimolato. “Lo vedi cosa succede quando si vive in questo modo? La strada ha le sue regole e ti trasforma in peggio”, afferma Luigi. “Anche io sono stato rapinato più volte. Se ti togli le scarpe per dormire non le trovi più”.

Sono le stesse paure che ci aveva raccontato Andrea, una trans colombiana di 28 anni, pochi giorni prima di morire massacrata a bastonate lungo il binario 10 della stazione. “Sono stata aggredita a Ostia e sono stata sette mesi in coma”, ci aveva confidato. Tutto quello che sognava era incontrare un ragazzo con tanti soldi che la portasse via perché “vivere in strada è brutto”. 

Alle 11 il piccolo gruppo dei senzatetto della stazione Termini si dirige verso la pensilina dell’autobus 714. Destinazione: la mensa della Caritas a Colle Oppio, l’unica che resta aperta tutta l’estate. Le altre chiudono, anche se chi ha bisogno non va in vacanza. Tutti in fila ordinatamente mostrano la tessera ai volontari, firmano il registro e entrano. “I centri d’ascolto del Comune verificano che le persone che vengono qui abbiano veramente bisogno. Poi, gli rilasciano la tessera che dura qualche settimana”, racconta Carlo, il coordinatore della mensa. Camminando lungo i tavoli si incontrano persone di ogni età e provenienza: c’è un ragazzo sui trent’anni, cresta e scarpe da ginnastica, che si guarda intorno spaesato, firma il registro di corsa e si siede all’ultimo posto. Più avanti c’è una signora con i capelli grigi e gli occhi celesti, carica di buste, cerca disperatamente la tessera. Forse l’ha persa, forse è scaduta. Non la trova. Oggi non mangerà.

Poi ci sono gli stranieri. Vengono dalla Nigeria, dalla Romania, dal Marocco. Immaginavano una vita diversa in Italia, invece anche qui non hanno di che mangiare. Alla fila per il primo pasto caldo della giornata, tutti sono uguali, tutti sono poveri allo stesso modo. La miseria unisce, non fa differenze di religioni o razze. “Ogni giorno mangiano da noi più di 500 persone. D’inverno arriviamo a 600”, dice Carlo. Quasi tutti consumano il pasto in fretta e corrono via. Nessuno ha voglia di parlare. 

All’uscita incontriamo Francesco, 62 anni. “Mi chiamo come il papa ma non sono importante come  lui. Dicono che sono pazzo, prendo la pensione di invalidità per problemi psichici, ma non è vero. La psicologa c’è cascata. Io ho due lauree e sei figli”, dice con orgoglio. “Lavoro in nero come portiere nei garage. Parlo anche tre lingue. How are you?”, domanda Francesco ridendo.

Alle 14 Luigi e Bruno ritornano in stazione. “Cerchiamo una panchina per dormire oppure andiamo a ‘ruspare’: raccogliamo le cicche nei portacenere, tagliamo la parte bruciata e prendiamo il tabacco”, spiega Bruno che non ha i soldi per comprarsi le sigarette. “Oggi il piatto piange, hanno già preso tutto”, dice mentre scruta con rassegnazione i portacenere all’uscita della stazione.

“La tentazione di buttarsi sotto il treno c’è stata. Quando sei solo e non hai nessuno, pensi che è meglio morire”, ammette Luigi. “Poi ho incontrato Bruno e adesso ci aiutiamo a vicenda”. Sono le 17 Luigi e Bruno si incamminano di nuovo verso la mensa per la cena. Un’altra giornata sta finendo. Anche domani la prima cosa che vedranno quando apriranno gli occhi saranno i binari della stazione Termini.

L'ultima modifica Mercoledì, 12 Luglio 2017 13:33
Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

Giornalista, Direttore nelpaese.it

Sito web nelpaese.it

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