Login to your account

Username *
Password *
Remember Me
Lunedì, 11 Dicembre 2017

L'ACCOGLIENZA VIVE NELLA "CASA SULLA STAZIONE"

Scritto da  Giuseppe Manzo Mag 17, 2017

Milano. Dodici rifugiate africane e un gruppo di anziane per un po’ di tempo hanno ignorato reciprocamente la loro esistenza. Poi è arrivato la cooperativa il Melograno. (Da un estratto del reportage a cura di Angela Zurzolo per cooptelling.com)

C’è chi è sopravvissuta al nazismo e chi a Boko Haram. Da agosto, sono vicine di casa. Dodici rifugiate africane e un gruppo di anziane per un po’ di tempo hanno ignorato reciprocamente la loro esistenza. Poi, la cooperativa il Melograno di Legacoop ha iniziato a inserire in tirocinio una rifugiata ospite della Casa sulla stazione come assistente alle anziane nel vicino centro diurno, in un paesino a Sud di Milano. Non certo un territorio facile per l’integrazione.

 

Le storie vecchie e nuove

Lo nascondevano in casa, come un figlio, anche se le SS erano pronte a stanarlo per poi uccidere tutti. Uno straniero, un meridionale, un disertore, protetto da una famiglia di donne e bambine rimaste sole. Sulle montagne del Piemonte, c’erano alle spalle i partigiani e di fronte i nazisti.

Marisa ricorda che il ragazzo venuto dall’isola per unirsi alla resistenza la prendeva in braccio e le insegnava l’Ave Maria in siciliano: “Biniditta sì ntra li fimmini, e binidittu è lu fruttu di lu tò ventri, Gisù” ripetevano insieme. Finché un uomo avvertì: “Devono andare via subito, stanno per arrivare i tedeschi!”. E il partigiano siciliano lasciò loro cappello e bastone con il suo nome inciso nel legno. “Consegnatelo a mia madre” aveva detto. Sulla via oltre la mulattiera, aspettava chi lo avrebbe tratto in salvo. E invece no: un’imboscata. Tradimento. C’erano solo le SS ad aspettare lui e gli altri sei giovani siciliani, nascosti nelle abitazioni di altre famiglie in provincia di Cuneo.

Marisa lo racconta con le lacrime agli occhi, seduta sulla sedia del centro diurno “La Sorgente” di Locate Triulzi, mentre alcune anziane insegnano a giovani rifugiate africane ad imbottire le pigotte. Non tutte le signore partecipano. Molte rimangono a giocare a burraco, raccolte attorno ai tavoli vicini. Marisa, no. Marisa “la marescialla”, come la chiamano qui, sa immedesimarsi bene nelle vite di quelle giovani rifugiate.

Una di loro, Sandra, 20 anni dalla Nigeria, lavora lì come assistente per le anziane: un lavoro simile a quello che ha fatto Marisa in passato. Un fratello internato ad Auschwitz, salvo solo perché un sacerdote si è immolato al suo posto, una sorella uccisa: come potrebbe dimenticare quella guerra che ha distrutto, sparso sangue e terrore, messo in fuga e costretto alla fame? Ricorda il letto caldo dei due fratelli fuggiti saltando dalla finestra. E poi il rumore delle voci nell’aia dei nazisti, pronti a piombare in casa per controllare ovunque, nelle stanze, nella stalla, sotto le coperte e nei letti. Il paese dato alle fiamme. Il volto dell’uomo che ha fatto la spia ed ha ucciso sua sorella. “Quando morirò voglio andare all’inferno. Perché se non trovo lì chi ha fatto tutto quel male, faccio rivoluzione anche con Dio” dice Marisa.

Lei, che è una migrante, partita dal Piemonte per andare in Lombardia a lavorare nelle case degli abitanti di Locate, sa cosa significhi la solidarietà. E cosa la discriminazione. Perché c’era chi la chiamava “canna del lavandin”: una sciacquetta, una buona a nulla. Era una migrante anche lei: settentrionale tra i settentrionali, non era italiana tra gli italiani. Ma lei ha continuato a lavorare, a pulire e servire. Finché non è riuscita a trovare un buon posto di lavoro in Comune. E ha iniziato a viaggiare con il marito e l’amica Liliana, una donna nubile che abitava nella casa sulla stazione, accanto a quella del fascio.

In quella villetta rossa con giardino, vicino alla quale passano i treni, per anni, c’è stato solo il silenzio. Da agosto, la cooperativa Il Melograno vi ospita in uno Sprar 12 rifugiate provenienti da Nigeria, Camerun e Costa D’Avorio: tutte giovani, tutte ferite nell’anima dalla storia e dalla guerra. Sandra sta facendo un tirocinio nella casa di riposo dove risiede Marisa. Mi dice: “Essere una straniera non vuol dire non saper fare niente. Essere una nigeriana come me non vuol dire essere una donna di strada - continua-. E poi, nessuno vivrebbe su una strada o diventerebbe prostituta se non per un motivo”. E conclude: “Il fatto che io sia africana non implica che io sia inferiore agli italiani o che voi italiani non possiate avere bisogno di me e del mio aiuto”. Marisa la capisce. E soffre ogni volta che il mare si prende i corpi dei migranti, anche se non riesce a spiegarlo a suo figlio, sostenitore delle tesi di Salvini.

 

Vite migranti

Li chiamano clandestini. E invece. “E invece il mare e il cielo si confondevano e noi non sapevamo dove eravamo” racconta Sherikat, 24 anni, il sorriso contagioso, i capelli raccolti in un velo. La cooperativa le ha trovato un tirocinio in una comunità socio sanitaria di Milano dove segue disabili fisici. I datori di lavoro vorrebbero assumerla ma per legge deve avere un diploma ASA e seguire un corso che costa 1.600 euro che il Melograno spera un giorno di poterle fare seguire.

Sherikat viene da Baga. Non un nome che rievochi molto agli Occidentali. Eppure, nel 2015, in Nigeria, proprio a Baga, nello stato di Borno, Boko Haram ha distrutto 16 villaggi e la città stessa, con uccisioni di massa e attacchi terroristici tra i più cruenti della storia. Due anni prima, l’organizzazione terroristica aveva distrutto 2.000 case. La madre di Sheri era stata uccisa. Morto anche il padre, mentre ancora oggi lei non sa se il fratello e la sorella siano vivi. “Tutti fuggivano, e così anche io” racconta. Non saprebbe dire quale sia stato il percorso fatto, passando di stato in stato per arrivare in Libia.

“Una donna che era come una madre per me mi ha aiutata a lasciare il mio paese. Non volevo venire in Italia, mi aveva detto che avrei potuto lavorare in Libia, paese musulmano dove io, musulmana, avrei potuto trovare occupazione” spiega. E invece ad aspettarla c’era il buio delle carceri. “Non solo non c’è cibo ma nemmeno un posto per dormire. Dovevamo metterci in fila per farlo” dice. Madri, ragazzine in cinta, bambini e uomini, ammassati e trattati come bestie. “Un giorno un carceriere arabo ha chiamato il mio nome- continua-. Poteva essere quello di chiunque altra ma io mi sono alzata in piedi e sono andata con altri”. E’ così che è salita su una barca insieme ad altre 26 persone. “Chiunque volesse tornare indietro, che fosse ancora sulla terra ferma o quando già era in mare, non avrebbe potuto farlo”. Per la prima volta, saliva su una barca e vedeva il mare. “Era così grande, ci siamo guardati attorno: non c’era nebbia, niente, solo il blu e abbiamo chiamato Dio” ricorda.

Adesso è tornata a sorridere. Nella casa sulla stazione, vive con altre giovani provenienti da altri paesi dell’Africa. Sono come sorelle per lei. Al mattino fanno volontariato e partecipano al piedibus comunale, accompagnando a scuola i bambini.

Nella sua stanzetta, al secondo piano della villa, due orsacchiotti di peluche poggiano la testa su un cuscino, sotto le coperte, per stare al caldo. File di scarpe da tennis sul balcone. Il Corano sul comodino. Qualche coroncina del rosario appesa sugli armadi. Nelle stanze della casetta sulla stazione, le ragazze abbracciano i pupazzi, come fossero ancora bambine, e sorridono quando il treno passa di fronte il loro balcone.

“I vissuti qui sono tanti e diversi: hanno subito traumi fisici e psicologici. Soprattutto in Libia – spiega Massimiliano Maninti, referente tecnico per l’area inclusione della coop.-. Chiaramente, siamo molto attenti a proteggere le donne che vengono accolte. All’inizio, il timore ha riguardato soprattutto la tratta. Per fortuna, non è presente nessun caso qui”.

Uno dei momenti più delicati per le donne della casa sulla stazione è quello della fine del percorso di accoglienza in Sprar. Perché superata la fase di timore per l’ingresso in una casetta che sorge alle porte di un paesino un po’ isolato, poi, le ragazze iniziano ad amare profondamente il posto e a legarsi vicendevolmente.

Per Ester, camerunense di 35 anni, non sarà facile. Conosce bene l’italiano, grazie a Il melograno ha studiato ed è diventata mediatrice culturale. Nel suo paese aveva studiato marketing. Ora, però, è arrivato il momento in cui dovrà diventare completamente autonoma e ha iniziato a lavorare come cameriera a Milano. “Dopo il primo giorno di lavoro, al mio rientro a casa, sono scoppiata a piangere” racconta.

Il melograno, in realtà, che co-gestisce La casa sulla stazione insieme alla cooperativa sociale di tipo B, “Ezio”, si preoccupa anche di curare la fase post-accoglienza, quella che qui chiamano la “terza accoglienza”. “La prima è quella emergenziale, la seconda quella negli Sprar, la terza per noi è costituita da progetti sperimentali innovativi che avviamo in collaborazione con altre associazioni, per garantire l’integrazione alla fine dei percorsi” racconta Dario Colombo, direttore della cooperativa [...]

A cura di Angela Zurzolo per cooptelling.com (Versione integrale con testo, foto e video a questo link)

@nelpaeseit

L'ultima modifica Venerdì, 14 Luglio 2017 14:12
Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

Giornalista, Direttore nelpaese.it

Sito web nelpaese.it

Lascia un commento

Assicurarsi di inserire tutte le informazioni necessarie, indicate da un asterisco (*). Il codice HTML non è consentito.

  1. Popolari
  2. Tendenza
  3. Commenti

Articoli Correlati

Calendario

« Dicembre 2017 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
        1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28 29 30 31