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Martedì, 21 Novembre 2017

"LA RICERCA? UN ALBERO COLTIVATO SU CUI LASCIANO MARCIRE I FRUTTI"

Scritto da  Giuseppe Manzo Nov 08, 2012

Caro Direttore,

ultimamente sento spesso parlare dei giovani, soprattutto riguardo la loro difficoltà a trovare una collocazione nel mondo del lavoro in grado di garantire quella indipendenza economica necessaria per la costruzione del loro futuro. Non è un mistero che molto spesso, l’impossibilità nel raggiungere tale condizione, sia la causa scatenante dell’ incessante migrazione di cervelli che ricercano all’estero la speranza di realizzarsi professionalmente. Riguardo questa problematica, mi capita continuamente di ascoltare dibattiti, sia politici che mediatici, intenti a giustificare questo fenomeno con motivazioni disparate che vanno dall’inabilità dello Stato a fornire opportunità concrete ed esaurienti , alla presunta imperizia giovanile nell’adattarsi alle opportunità lavorative da esso concesse.

Alla luce di tutto ciò, penso che la mia situazione possa esaustivamente essere presa come esempio per chiarire tale situazione.

Per quanto mi riguarda, sono un ricercatore trentenne che ama il suo lavoro e che dopo la laurea si è messo in discussione ed è andato a studiare all’estero, negli USA, seguendo il consiglio di tutti quelli che propinano sermoni sulla necessità da parte dei giovani di farsi le ossa all’estero, di imparare le lingue e di ampliare il proprio “Know How”, in modo da essere più competitivi dei loro concorrenti esteri.

All’estero io ci sono stato, 4 anni, ho completato un Dottorato di Ricerca in Oncologia e Genetica con eccellenti risultati coronati dalla pubblicazione di diversi articoli scientifici sulle più autorevoli riviste internazionali. Il mio lavoro non è passato inosservato sia ai media , che si sono interessati alla mia esperienza  dedicandomi articoli su diverse testate giornalistiche tra cui Panorama, sia al mio paese di origine che, nel 2011,  mi ha conferito la Benemerenza Civica per essermi distinto all’estero ed aver contribuito a dare lustro e notorietà al luogo dove sono cresciuto.

Completati gli studi, sono rientrato in Italia come prefissatomi, certo che il mio background mi avrebbe permesso di inserirmi facilmente nel mondo del lavoro. Purtroppo era solo una illusione. Dopo diversi tentativi andati in malora e giustificati dal fatto che, data la mia età “avanzata” (29 anni) ed il mio curriculum “troppo corposo” non ero eleggibile per posizioni da stagista o junior necessarie per l’inserimento aziendale; tengo a precisare che tali posizioni mi avrebbero offerto un contratto di 6 mesi a circa 300 euro al mese, spese escluse in un città diversa da quella di residenza.  “Fortunatamente” dal 1 Marzo 2012 sono borsista vincitore di concorso (AIRC) presso l’Università degli Studi di Padova e lo sarò fino al Febbraio 2013 e poi , e poi, e poi nulla, punto e a capo.

Si è vero, potrei sempre sperare in un rinnovo contrattuale annuale, ma viste le recenti riforme Universitarie del 2011  tendenti esclusivamente al precariato,  la carriera accademica è diventata impraticabile; per me come per altri,  sarebbe come continuare a costruire un castello di carte in balia del vento.

Nel frattempo continuo ad applicare per posizioni e concorsi con la speranza di trovare qualcosa che mi garantisca un altro anno di “sopravvivenza” ma nel frattempo, mio malgrado, ho ricominciato a strizzare l’occhio oltre il confine, quasi rassegnato al fatto che dovrò lasciare nuovamente la mia amata Nazione.

Caro Direttore, questa lettera non vuole essere né compassionevole né polemica, vuole soltanto far riflettere tutti coloro che giustificano le loro inadempienze dicendo che i giovani si devono formare, si devono rimboccare le maniche e devono fare sacrifici per avere ciò che meritano. Non voglio assolutamente fare un discorso politico in quanto non sono né la persona adatta né mi va di farlo, voglio soltanto far riflettere i suoi lettori su quello che io considero un paradosso Italiano.  Lo Stato, per anni, investe danaro per la nostra formazione stanziando risorse che permettano a tutti di poter  studiare, formarsi e specializzare e poi, irragionevolmente, nel momento in cui dovrebbe trarre profitto dalla loro preparazione per poter ricavare ricchezza dal capitale stanziato , ci lascia a casa o cosa peggiore, ci fa assumere da altri.

Se questa politica venisse seguita da una azienda, fallirebbe inevitabilmente. E’ come coltivare un albero per anni  e poi, una volta che questo sta dando i sui frutti, lasciarli marcire senza raccoglierli.

Penso che proprio per questo motivo gli Stati Uniti sono una grande potenza, perché da sempre hanno colto l’opportunità di portare alla loro corte i cervelli più valevoli , persone che non trovavano spazio nel loro paese, sfruttando a pieno la loro preparazione e usando i fondi risparmiati e stupidamente stanziati da altri, per mettergli a disposizione i mezzi necessari per farli esprimere al meglio .

Questa è la testimonianza di una persona che crede di aver fatto tante cose e di averle fatto al meglio, ma nonostante tutto non ha raccolto nulla di concreto e si trova a 30anni in giro per l’Italia a cercare di trovare i mezzi per non gravare sulla sua famiglia e sperare un giorno di averne una propria magari  per poter, in un futuro non troppo lontano, raccontare ai propri figli le esperienza e le storie che ha vissuto, in modo che, almeno una volta forse , riuscirà a dare un senso a tutto questo peregrinare.

Raffaele La Montagna

Assistente universitario in Chimica fisica Università di Padova

La risposta del direttore Giuseppe Manzo

In verità c'è poco o nulla da rispondere. Raffaele, come Pasquale nella prima lettera che ci è stata inviata, ha sintetizzato senza retorica la condizione di un'intera generazione. Soprattutto quella in possesso dei saperi, della conoscenza e del talento. Il "ritorno" di Raffaele in Italia è già un atto di rottura e di speranza forte contro un sistema Paese vecchio e in declino. Forse la "generazione perduta, come l'ha chiamata il premier tecnico Mario Monti, ha la sua unica forza nel movimento. Ripartire, ricostruire e muoversi come frutti che si staccano da soli da quell'albero prima di marcire.  

Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

Giornalista, Direttore nelpaese.it

Sito web nelpaese.it

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