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Sabato, 25 Novembre 2017

"NON QUI. NON PIÙ": LETTERA DI CHI PARTE

Scritto da  Giuseppe Manzo Lug 09, 2013

Francesco, 30enne, lascia l'Italia: per la seconda volta torno a Berlino con la consapevolezza che qui posso avere una opportunità

Sì, è vero: “chi parte sa da che cosa fugge, ma non sa che cosa cerca”. E sì, anche io conosco Lello. Da sempre. E Montaigne l'ho studiato, ma non fa parte del mio vissuto come invece ne fanno parte i volti dei tanti Gaetano e Lello di “Ricomincio da 3”, che ho incontrato nella mia vita.

Chi cresce in realtà storicamente depresse, come il Sud Italia od i tanti Sud del mondo (a prescindere dalla reale collocazione geografica di questi luoghi, come il Veneto di fine '800), è stato abituato a convivere con un gran via vai di valigie, sogni, speranze e fallimenti. Non ci sono famiglie che non abbiano almeno un figlio, un padre, una sorella o un cognato “emigrante”.

In questo contesto sono perfettamente nella norma poiché discendo da una stirpe di viaggiatori, per così dire. Mio nonno, il padre di mio padre, è stato in Germania per più di quarant'anni, con soggiorni più o meno lunghi in Sud America ed in altre nazioni europee. Mio padre, a sua volta, è cresciuto e ritornato in Germania per un buon terzo della sua vita. E io, con i miei soli (?) 32 anni ho già vissuto più o meno un terzo della mia esistenza lontano dalla mia città e dal mio paese.

Da poche ore ho iniziato una nuova avventura in terra tedesca. Una nazione che conosco e amo sia per motivazioni familiari, che perché ha sempre rappresentato un modello di opportunità, equità e giustizia che dalle nostre parti è solo un miraggio.

È la seconda volta che torno in Germania, dopo una bella parentesi nel Regno Unito e un soggiorno in Russia. Per la seconda volta torno a Berlino. Per la seconda volta torno senza sapere esattamente cosa farò. Per la seconda volta torno con la consapevolezza che qui, a differenza di Napoli, Roma o Milano, posso avere una opportunità e costruire qualcosa chiamato presente prima che futuro.

Un'opportunità, sia ben chiaro, non una certezza. Un'idea non una realtà concreta. Ma ormai è su questo che si gioca il discrimine tra il risiedere in un posto e l'andare via da un altro. In tutti i miei soggiorni sono partito sempre da solo, senza contatti, amicizie, lavori, case o supporti di sorta. Non perché mi piace, ma perché così è andata. Perché nel momento in cui ho dovuto soppesare l'ipotesi di rimanere con le poche certezze del caso o partire, ho sempre deciso di provare a cambiare le carte in tavola. E, come tutti i giocatori d'azzardo, ho vinto e perso.

Ho conquistato piccole e significative soddisfazioni e perso, soprattutto, alcune – se non una – delle persone cui più tenevo. Ma questo è il gioco e quando ci si siede a quel tavolo, consapevoli o meno delle conseguenze in arrivo, si deve in ultima istanza accettare il verdetto.

Ciò che si può non accettare, anzi contro cui si deve lottare strenuamente e con tutta la rabbia in corpo (provando sempre però anche a non “perdere la tenerezza”) è la gabbia sociale in cui si trova la generazione di ventenni, trentenni e finanche quarantenni. Una situazione che semplicemente mortifica, umilia e degrada milioni di persone senza un reale “perché?”, visto che la mera speculazione e il profitto potrebbero essere perseguiti ugualmente – come appunto avviene all'estero – senza colpo ferire.

Una situazione che nonostante i proclami e gli editti, continua a perpetrarsi incessante nella nostra realtà. Inarrestabile come una tortura cinese. Una tortura che sta distruggendo, banalmente, il presente di tutti noi...figuriamoci il domani.

Ciò che mi ha spinto a lasciare ripetutamente l'Italia e che, credo, continuerà a spingermi verso lidi stranieri è la triste e amara consapevolezza che nel nostro paese nessuno, o quasi, ha interesse a fare profitto sfruttando sì le professionalità, qualunque esse siano, ma ripagandole in modo equo e arrivando a concedere “persino” ragionevoli margini di crescita umana e professionale (potrebbe sembrare una contraddizione in termini, ma accettando come assioma – e non per scelta di valore –, il sistema economico in cui ci troviamo, nulla impone allo stesso sistema di non promuovere condizioni di vita soddisfacenti per chi di quel mondo vi fa parte in via primaria, fermo restando che alla base di tale struttura c'è l'ignobile sfruttamento dell'uomo sull'uomo, continuando a perpetrare ciò selvaggiamente altrove).

L'immobilismo sociale italiano è orma stratificato così in profondità che riesce, del tutto furbescamente, a concedere illusioni di crescita, riscatto e miglioramento sociale a chiunque o quasi. Basti pensare a tutti i laureati sfornanti dalle nostre università. Dottori in Economia, Medicina, Giurisprudenza, Lettere o Ingegneria. Titoli di prestigio, sontuose sedute di laurea, tesi dalle diciture altisonanti, che tuttavia nascondono il grande tranello del nulla “dopo l'alloro”.

L'elenco dei disoccupati (qualificati) sfiduciati, cinici, sfruttati e finanche contenti (perché neanche consapevoli che andare in bagno è “magari” un loro diritto acquisito) è in costante crescita e l'unico e sempre verde argine a tale situazione sembra essere solo la vecchia e bene amata raccomandazione, contro la quale ormai non ho assolutamente niente, solo perché significa levare una persona dalla spirale negativa del non lavoro o della disoccupazione.

Tuttavia non si può negare che il ricorso a tale strumento di “giustizia sociale”, oltre ad essere esecrabile da più punti di vista, tutti condivisibilissimi, fa sì che sempre più spesso chi rimane senza Padre-Padrone-Padrino non ha alternative alla valigia.

Perché vedersi scavalcati, nel nostro mondo, è naturale. Vedersi surclassati da ignoranti, incompetenti e cialtroni è la norma. Battagliare per la propria affermazione sociale e professionale in un mondo di bari e furbetti potrebbe essere persino un sano allenamento costante alle difficoltà della vita.

Ciò che è intollerabile è l'incrollabile consapevolezza che senza l'intervento delle 3P il destino sembri segnato. Perché lo Stato, di fatto, non esiste se non per perpetrare – nella maggior parte dei casi e salvo mirabili eccezioni – il dominio delle 3P.

Perché l'imprenditoria italiana è una farsa: delle due l'una o si basa esclusivamente sul dominio delle 3P attraverso i suoi sussidi e le sue benevole elargizioni o è destinata ad essere stritolata dai grandi poteri (nella migliore delle ipotesi si riesce a sopravvivere con immense difficoltà ed estremo coraggio grazie a persone straordinarie che tuttavia, a parer mio, non hanno purtroppo il potere di poter cambiare la realtà, almeno su grandi numeri).

E quindi si torna al punto di partenza. Una persona che, semplicemente, non vuole accettare il regno delle 3P – perché non ne fa parte o semplicemente perché lo rifiuta – ha poche, pochissime alternative al cambio di residenza. Certo dipende molto da quello che si può o si vuole fare. Ma il tracollo dell'intero sistema paese rappresenta una banale dimostrazione di come quella concezione del potere avviluppi tutta la società italiana, con tentacoli potentissimi e sirene da cui difficilmente ci si riesce a difendere (a chi non è mai capitato di avere “una opportunità” grazie all'amico di...o alle 3P in persona? A me è capitato! Opportunità che poi immancabilmente si sono sciolte come neve al sole data sempre la tendenziale assenza di professionalità e serietà del contesto lavorativo).

Dopo aver perso, per l'ennesima volta il lavoro in Italia – super precario eh – ero indeciso sul cosa fare mi è bastato davvero poco per trovare il bandolo della matassa. Mi sono ricordato di tutti i curricula inviati senza mai aver avuto una risposta (a differenza dell'estero dove, anche se non ti prendono ti fanno persino la valutazione del colloquio), mi sono ricordato che non ho mai fatto un colloquio per un'azienda italiana, ma solo gli stranieri mi hanno preso in considerazione. Mi sono ricordato che la qualità della vita in Italia (personalmente ho vissuto oltre che a Napoli, a Roma e Venezia e non rimpiango nessuna di queste città) è pessima rispetto a Berlino o persino Londra (città notoriamente carissima e dove le tensioni sociali sono molto evidenti). Mi sono ricordato dei tanti amici umiliati perché semplici professionisti che hanno fatto la valigia trovando piena soddisfazione all'estero e mi sono ricordato dei pochi, purtroppo, che sono rimasti in patria e che si barcamenano ogni giorno tra difficoltà incredibili e prospettive rasenti allo zero (e verso i quali va tutta la mia stima e ammirazione).

Ero a bordo dell'infernale tram 5 di Roma, mentre immerso nel caldo e nel sudore dell'ennesimo viaggio super affollato mi è venuto in mente quanto scritto appena sopra e, banalmente, mi sono detto: la scelta è tra Berlino o qualche altro posto della Germania o del Regno Unito. Non importa. Ma non qui. Non più.

E il prezzo da pagare, ancora una volta, è stato e sarà la mancanza degli affetti, degli amici e perché no...diciamocelo...del cibo! Ma, purtroppo, tutto questo non riesce a bilanciare la mancanza di lavoro, di dignità professionale e di prospettive che l'Italia in questo momento non offre.

Le sfide in Germania, come ovunque altrove, sono e saranno tante, complicate e difficili. Dalla lingua alla burocrazia passando per la costruzione di un necessario contesto sociale ed affettivo, che almeno in piccola parte c'è, e per il vero tema: il lavoro. Tutte cose che mi spaventano e mi angosciano, alle volte, ma che non mi fanno rimpiangere la scelta fatta. Perché credo, fermamente, che nonostante tutto qui ci sia quell'unica possibilità che nel mio paese avrò molto difficilmente e chissà tra quanti anni. Nella vita, credo di aver capito, si va e si viene. Ma per ora preferisco continuare ad andare.

Un carissimo amico, Marco, (sempre prodigo di ottimi consigli letterari e non) mi ha suggerito di leggere 'Fuga senza fine' di Joseph Roth, dicendo che gli ricordavo un po' il protagonista. Non so se è vero, ma il libro mi è piaciuto tantissimo e mi sembra giusto concludere questi pensieri in libertà con una sua citazione: “Io so soltanto che non è stata, come si dice, la 'inquietudine' a spingermi, ma al contrario una assoluta quiete. Non ho nulla da perdere. Non sono né coraggioso, né curioso di avventure. Un vento mi spinge e non temo di andare a fondo”.

Francesco Maria Cirillo

Il direttore

C'è poco da aggiungere. A Francesco e al suo talento il solo in bocca al lupo per questo nuovo viaggio

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@nelpaeseit

Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

Giornalista, Direttore nelpaese.it

Sito web nelpaese.it

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