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Venerdì, 15 Dicembre 2017

VERSO IL 31 OTTOBRE - CRESCE L'ALLARME DALLE REGIONI MA NON SI FERMA LA MOBILITAZIONE: ATTESI IN MIGLIAIA A ROMA. PRIME PROPOSTE DI MODIFICA AL DDL

Scritto da  Giuseppe Manzo Ott 26, 2012

Ddl stabilità: non solo cooperazione e no profit, la reazione arrivata anche dagli enti locali, dai sindacati e dalla Conferenza delle Regioni. Intanto un la Commissione Affari sociali della Camera approva un emendamento che prevede rifinanziamento Fondo politiche sociali e non autosufficienza oltre alla cancellazione degli aumenti iva. Il leader Idv Antonio Di Pietro al nostro giornale su Twitter: "non voterò la legge stabilità". Aumenta la mobilitazione per il 31 ottobre

 

Ddl Stabilità, aumenti Iva e spending review. Il mix micidiale per il welfare fa crescere l'allarme in tutte le regioni e non si arrestano le reazioni. Non solo la cooperazione e il terzo settore, ad essere preoccupati sono anche gli enti locali, i sindacati e la Conferenza delle Regioni. Iniziano ad arrivare le prime reazioni istituzionali con gli emendamenti al decreto del Governo. Ieri la Commissione Affari sociali della Camera ne ha approvato uno: destinare 400 dei 900 milioni del fondo di Palazzo Chigi al Fondo per la non autosufficienza,altri 450 per quello per le Politiche sociali e quello che rimane per promuovere il servizio civile e l'accoglienza dei minori stranieri non accompagnati, stop a Irpef sulle pensioni degli invalidi di guerra e all'aumento dell'Iva per le cooperative sociali. Ora la parola ora passa alla Bilancio. La Conferenza delle Regioni, con l'assessore Lorena Ramabaudi, ha avanzato uguali richieste al ministro Elsa Fornero. Intanto il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, replica al nostro articolo su Twitter: "Non voterò la legge e spero che tutti i partiti siano coerenti". 

Toscana

L’aumento dell’Iva per i servizi socio educativi è la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo. La punta dell’iceberg. In Toscana l’allarme è trasversale. Le prime a preoccuparsi sono state le cooperative sociali, ma a ruota sono intervenuti tutti; istituzioni, sindacato, associazioni. Anche perché in questa regione la cooperazione sociale è radicata nei territori, e c’è la consapevolezza che costituisce l’infrastruttura intorno alla quale ruota il welfare locale.

Il primo a suonare la sirena d’allarme, in occasione della manifestazione “Lavoro Diversamente”, è stato l’assessore regionale a lavoro e formazione Gianfranco Simoncini: «è indubbio – ha spiegato – che siamo di fronte all’esigenza di una riconsiderazione e riorganizzazione dello stato sociale, ma credo lo si debba fare partendo dalla sua difesa e prosecuzione di fronte al crescere del bisogno. Non certo dal suo annullamento. L’aumento dell’Iva – ha proseguito – comporterebbe sostanzialmente uno spostamento di risorse dai Comuni allo Stato, così invece dei servizi si pagherebbe l’Iva. Questa norma va cambiata, così come debbono essere allentati i vincoli del patto di stabilità che stanno determinando gravi ritardi nei pagamenti degli enti verso coloro che hanno fornito servizi. Sostenere lo sviluppo, garantire livelli adeguati di servizi sociali, tutelare il lavoro e le imprese devono essere le direttrici di fondo di un’azione di governo che guardi al futuro».

Dal fronte del mondo del lavoro a far sentire la propria voce è la Cgil. «L’Iva al 10% avrà un effetto devastante – attacca Denise Amerini, responsabile delle coop sociali della Cgil Toscana – perché arriva dopo altre mazzate, come il mancato riconoscimento dell’aggiornamento Istat, quello dei rinnovi contrattuali, con le coop sociali che in questo settore sono state le prime a rinnovare contratto, e come la richiesta da parte di Asl e Comuni di restituire il 5% delle basi d’asta con emissioni di note di credito retroattive al 7 luglio in applicazione della spending review. Oltre a tutto questo, purtroppo anche in Toscana, si stanno facendo formalmente gare per affidare i servizi con il metodo dell’offerta economicamente più vantaggiosa, ma sostanzialmente al massimo aggiudicate al massimo ribasso».

Un quadro desolante che, aggiunge Amerini, «nei primi sei mesi del 2012 ha già prodotto un aumento della cassa integrazione in deroga del 250%, e che a breve provocherà altra cassa integrazione, contratti di solidarietà, messa in mobilità di moltissimi lavoratori e infine la chiusura di diverse cooperative sociali. Sul fronte dell’utenza, invece, con l’aumento dell’Iva avremo minori servizi pagati a prezzi più cari. Con il paradosso che, alla fine, il Governo che dice di voler risparmiare di fatto aumenta la spesa e peggiora le cose. Così a rimetterci sono i deboli fra i deboli, fruitori dei servizi sociali e coop che le erogano, e non è una forzatura parlare di macelleria sociale. Insomma, si usa la terapia sbagliata per affrontare una malattia reale. È chiaro – conclude la sindacalista – che bisogna reagire, e per questo è importante partecipare alla manifestazione “Cresce il welfare, cresce l’Italia”, il prossimo 31 ottobre».

Nel nord della Toscana, a Massa, dove la Asl è commissariata per dissesto finanziario, la situazione è al limite dell’emergenza. «Non se ne può davvero più – esordisce il sindaco del capoluogo e presidente della Conferenza dei sindaci – e oramai non esistono ulteriori margini di manovra per ridurre la spesa. L’aumento dell’Iva a parità di risorse della Asl si tradurrà automaticamente in una riduzione di trasferimenti alle coop sociali e quindi ai lavoratori che gestiscono i servizi. Questo dopo che alla sanità toscana sono già stati tagliati 600 milioni. Nella nostra zona, inoltre, c’è un tasso di disoccupazione molto alto con migliaia di persone che hanno perso il lavoro, motivo per cui non possiamo alzare le tasse per trovare nuove risorse. Quest’anno per le mense di asili, materne ed elementari attraverso lo strumento dell’Isee abbiamo dovuto aumentare le compartecipazioni per garantire il servizio, con una lievitazione dei costi da 370 a 576 euro. Le risorse recuperate, però, sono state annullate dal fatto che moltissime famiglie hanno perso posti di lavoro e quindi risultando incapienti non compartecipano alla spesa. Così che poche famiglie del ceto medio che hanno ancora un introito sostengono da sole gli oneri per tutte le altre. La situazione – conclude il sindaco - è davvero drammatica».

Friuli Venezia Giulia

Le famiglie del Friuli Venezia Giulia rischiano di non poter più usufruire di asili, centri diurni, assistenza domiciliare per non autosufficienti, servizi residenziali e diurni per anziani e persone disabili. L’aumento dell’Iva calendarizzato dal Governo e indicato al 150% rischia infatti di mettere in ginocchio le 240 Cooperative sociali della regione che si occupano dei servizi socio sanitari ed educativi, ovvero che offrono la maggioranza dei servizi di welfare più utilizzati dalle famiglie. Con loro sono a rischio anche i 10 mila lavoratori ed operatori sociali che in tali servizi concretamente sono impegnati ogni giorno.
Ecco perché è partita oggi una “Lettera aperta della Cooperazione Sociale” in merito al ddl di stabilità e ai provvedimenti legati alla spending review a firma di Evelin Zubin, Giuliana Colussi e Gian Luigi Bettoli, presidenti regionali rispettivamente di Agci Solidarietà, Confcooperative Federsolidarietà e Legacoopsociali. “Chiediamo ai rappresentanti politici della Regione Friuli Venezia Giulia di intercedere per l’eliminazione di questo punto dalla Legge di Stabilità e per salvare dal trasferimento a Consip almeno le gare sopra soglia con le “clausole sociali”, per non rischiare l’inevitabile crollo del sistema di welfare regionale e nazionale o una riduzione della qualità, privando migliaia di famiglie di servizi quotidiani essenziali”.
A nome dell’Alleanza Cooperative Italiane del Friuli Venezia Giulia, Zubin, Colussi e Bettoli si rivolgono a onorevoli e senatori evidenziando che “un aumento dell’Iva del 150% rischia di mettere in ginocchio centinaia di cooperative del settore sociosanitario ed educativo. Senza le cooperative sociali, migliaia di persone in stato di disagio o svantaggiate si troverebbero a non poter disporre di alcun servizio o ad avere accesso a un numero limitatissimo di posti”.
Le cooperative sociali operanti in Friuli Venezia Giulia - avamposto della riforma antimanicomiale portata a buon fine da Franco Basaglia nel 1978 con la Legge 180 - sono 240, “incalcolabile il numero di famiglie e persone che ogni giorno usufruiscono dei servizi da noi offerti: numeri che rendono ancor più comprensibile la nostra preoccupazione”.
Uno scenario tragico che potrebbe molto presto trasformarsi in “una realtà concreta qualora il ventilato aumento dell’Iva dal 4 al 10-11% per le prestazioni socio-sanitarie, contenuto nella Legge di Stabilità in discussione, venisse effettivamente applicato e si procedesse in modo orizzontale e indiscriminato alla riduzione del 5-10% previsto dalla spending review”. 
Non quindi fanta-cooperazione ma un rischio molto vicino, anche perché in Friuli Venezia Giulia il welfare è basato sul criterio della sussidiarietà e la cooperazione sociale è il partner principale delle pubbliche amministrazioni nella fornitura di servizi educativi, socio-sanitari e assistenziali. Un modello che peraltro viene da tempo studiato dalla Comunità europea, proprio “perché il sistema cooperativo contribuisce all’aumento del benessere collettivo, puntando non sulla produzione di profitti ma su una risposta economicamente sostenibile ai bisogni del territorio in cui ogni cooperativa opera”. Laddove oggi la cooperazione sociale italiana rappresenta il più fulgido e diffuso esempio di impresa sociale a livello europeo.
Le ipotesi legate ad un aumento dei costi di 6-7 punti percentuali porterebbero a conseguenze gravissime, ovvero una crescita della spesa per Comuni e le Aziende Sanitarie, nonché un aggravio per le famiglie rispetto alle attuali tariffe ovvero una netta riduzione dei servizi offerti.
“Cosa dovremmo dire alle famiglie che portano i bambini negli asili e già oggi faticano a pagare le rette? E cosa ai familiari di anziani o persone con disabilità o con fragilità psichica che non potranno più contare su servizi essenziali per la loro cura?”. Le più colpite risulterebbero le famiglie più numerose e meno abbienti, “che non possono ricorrere a strutture private o a un servizio personalizzato e che in questo momento, con difficoltà, affrontano la quota di spesa dovuta”.
Considerando l’attuale congiuntura economica, nessuna di queste possibilità risulta praticabile dal momento che “i Comuni già oggi si trovano in enormi ristrettezze: con i tagli imposti a livello nazionale – affermano i presidenti regionali di Agci Solidarietà, Confcooperative Federsolidarietà e Legacoopsociali - da tempo hanno difficoltà a garantire l’erogazione di servizi e si trovano a pagare le cooperative con mesi di ritardo rispetto agli accordi contrattuali”.
La chiusura di cooperative o la riduzione dei servizi offerti avrebbero conseguenze gravissime anche in campo occupazionale: ad oggi “sono oltre 10.000 i nostri lavoratori, di cui 1000 svantaggiati, un numero che è costantemente cresciuto negli anni, anche nel momento di massima crisi economica: finora le nostre cooperative hanno infatti sempre scelto di non ricorrere a un taglio dei posti di lavoro o dei servizi, ma piuttosto hanno deciso di intaccare i beni a riserva o di ridurre i compensi dei soci pur di mantenere il livello occupazionale”. 
La conclusione è amara: “ci chiediamo quale ratio abbia spinto il Governo a immaginare questo aumento all’interno della Legge di Stabilità, che entrerebbe in vigore già a partire da gennaio 2013. Capiamo infatti che sono richiesti a tutti sacrifici in questo momento difficile per il nostro Paese, ma non capiamo perché colpire in modo così immediato e pesante proprio le fasce di popolazione più deboli”.
Probabilmente una “scelta dovuta a una mancanza di comprensione dei meccanismi che regolano l’equilibrio tra pubblico e privato sociale e che finora ha garantito il mantenimento e l’implementazione dei servizi, offrendo risposte rapide a bisogni emergenti come – ad esempio – la nascita di strutture dedicate alle nuove marginalità”. “Non è possibile pensare che il sistema di welfare attuale – incalzano - possa essere retto su ulteriori richieste alle famiglie, o su un aumento delle donazioni da parte di privati, che sicuramente non riuscirebbero a garantire la continuità economica richiesta per il mantenimento di uno standard minimo dei servizi”.

 

Giuseppe Manzo

Massimiliano Frascino (Toscana)

Fabio Della Pietra (Friuli Venezia Giulia)

L'ultima modifica Mercoledì, 19 Luglio 2017 14:41
Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

Giornalista, Direttore nelpaese.it

Sito web nelpaese.it

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