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Sabato, 25 Novembre 2017

RIFORMA TERZO SETTORE: LE PROPOSTE DI ALLEANZA COOPERATIVE SOCIALI

Scritto da  Giuseppe Manzo Nov 11, 2014

Nel giorno delle audizioni non stop alla Camera sulla Riforma del Terzo settore, anche l'Alleanza delle cooperative sociali è stata ascoltata in Commissione Affari Sociali. A rappresentare la cooperazione sociale erano Paola Menetti, presidente di Legacoopsociali e il direttore di Federsolidarietà Enzo De Bernardo. Alla commissione sono state illustrate le proposte contenute nel documento di Acisociali, con impresa sociale e inserimento lavorativo al centro delle principali proposte della cooperazione sociale.

Impresa sociale

Su questo punto il documento si articola su diversi punti e su alcune proposte: "Riteniamo debba chiaramente definirsi che scopo primario dell'impresa sociale è il perseguimento dell'interesse generale: in ciò sta la sua istintività rispetto ad ogni altra impresa tradizionale. Viceversa, definire primario l'obiettivo ci perseguire un impatto sociale positivo e misurabile impone di rispondere con nettezza, pena una obiettiva autoreferenzialità, ad alcune domande la cui risposta è oggi ancora tutta da definire: Con quali criteri si fa la misurazione? Sono criteri necessariamente quantitativi? Chi misura? Chi controlla? In relazione a quali criteri l'impatto sociale si definisce positivo? Ad esempio, Se una impresa sociale struttura un intervento di domiciliarietà che produce sì minore ospedalizzazione dell'anziano, ma estende lavoro nero o grigio, e allontana le care giver donne dal mondo del lavoro, l'impatto sociale è positivo? Quale relazione si prevede tra finalità d'interesse generale dell'IS e le policy del Paese? Altresì, riteniamo che il carattere responsabile e partecipativo del modello di gestione dell'IS non debba essere connotato come aggiuntivo ed opzionale, ma come costitutivo della sua identità. Che, cioè, il profilo e la finalità sociale dell'impresa sociale non si leghi solo al cosa essa fa, ma non di meno al come lo fa".

Un altro passaggio importante è la revisione dell'attuale disciplina dell' attribuzione facoltativa della qualifica di impresa sociale e sua attribuzione di diritto alle cooperative sociali e ai loro consorzi: "Pensiamo sia opportuno che le organizzazioni che svolgono attività imprenditoriale e commerciale debbano seguire le medesime regole di trasparenza, affidamento dei terzi, controlli delle imprese, a tutela della qualità dei servizi e degli utenti. In questo senso la previsione è condivisibile, pur se discontinua rispetto alla tradizione del Legislatore italiano, il quale ha sempre dato libertà ai soggetti o enti interessati di assumere qualifiche ulteriori rispetto alla forma societaria o associativa adottata (come del resto è previsto dalle leggi vigenti in materia di ONLUS o delle stesse imprese sociali). Essa potrebbe peraltro determinare conseguenze particolarmente complesse, ove non si preveda un preciso sistema di vigilanza e controllo per verificare il rispetto dei requisiti previsti dalla legge, ed evitare il rischio di comportamenti opportunistici da parte delle imprese.
A tale proposito, vale la pena di ricordare che in base al decreto legislativo 155 del 2006 tutte le imprese sociali, sia quelle costituite in forma giuridica di ente di cui al libro V C.C., sia quelle aventi forma giuridica di ente di cui al libro I, sono tenute a redigere ed a depositare presso il Registro delle Imprese un sistema di bilancio che comunichi i principali dati economico-patrimoniali della gestione. Analizzando il triennio 2010-2011-2012 circa il 35% delle imprese sociali tenute a depositare il bilancio non lo ha fatto e circa il 10% delle imprese sociali ha depositato il bilancio con errori o in modo incompleto".
E ancora si è fatto riferimento alla previsione di forme di remunerazione del capitale sociale e di ripartizione di utili nel rispetto di condizioni e limiti prefissati: "E' possibile prevedere un modello che temperi il divieto assoluto con una proposta che favorisca la capitalizzazione dell'impresa sociale, e sia al contempo compatibile con le finalità istituzionali di assenza di scopo di lucro, rifuggendo rischi di speculazione individuale, ed anche in coerenza con gli indirizzi UE in materia, prevedendo: un'"equa" remunerazione del capitale versato attraverso un interesse fisso e limitato sul capitale versato o la distribuzione di dividendi entro l'interesse massimo dei buoni postali fruttiferi aumentato di due punti e mezzo; la possibilità di distribuire, entro quei limiti soggettivi, solo una parte, non maggioritaria, degli utili oggettivi dell'impresa sociale, e destinare obbligatoriamente a riserva indivisibile la restante quota degli utili netti annuali".

Inserimento lavorativo

Un altro passaggio importante è la determinazione delle categorie di lavoratori svantaggiati, tenendo conto delle nuove forme di esclusione sociale, anche con riferimento ai principi di pari opportunità e non discriminazione di cui alla vigente normativa nazionale e dell'Unione europea: "Siamo favorevoli alla proposta di ampliamento ad alcune mirate categorie e in primo luogo all'allargamento delle categorie di svantaggio sia per le imprese sociali sia per le cooperative sociali di inserimento lavorativo. La nostra proposta è di allargare le categorie, in relazione alle mutate esigenze sociali, anche a persone in condizione di svantaggio temporaneo, ad esempio fino a 24 mesi di durata, quali, a titolo esemplificativo, e non esaustivo: gli ex detenuti alla cessazione dello stato di detenzione;
i rifugiati e coloro che godano della protezione internazionale sussidiaria; le persone migranti vittime del traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento; i giovani provenienti da percorsi di assistenza nelle comunità alloggio e di accoglienza, dopo il compimento della maggiore età. Le proposte di allargamento a categorie non svantaggiate in termini soggettivi come persone, ma deboli sul mercato del lavoro come lavoratori (disoccupati di lungo periodo o ultracinquantenni etc.,) generano invece solo spiazzamento per le persone più svantaggiate, si sommerebbero impropriamente ad altri incentivi, ma soprattutto sarebbero dal punto di vista imprenditoriale ingestibili. Una volta che un disoccupato ad esempio venisse assunto non sarebbe più "svantaggiato", se si riconoscesse questo status in termini temporanei l'impresa sociale dovrebbe attuare un continuo turn over dei lavoratori per mantenere la quota del 30%".

Redazione

@nelpaeseit

Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

Giornalista, Direttore nelpaese.it

Sito web nelpaese.it

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