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Martedì, 21 Novembre 2017

MAFIA CAPITALE, IL DIBATTITO: "TORNIAMO A GUARDARCI IN FACCIA"

Scritto da  Giuseppe Manzo Dic 11, 2014

Continua il dibattito lanciato da nelpaese.it sui fatti di Roma. Ecco l'intervento di Tito Ammirati, Consorzio sociale Abele Lavoro

Interventi precedenti: Paola MenettiGigi Bettolilavoratori 29 GiugnoAndrea BernardoniLuca Sorrentino, Libera e Don CiottiCoop sociale Dedalus

 

L'occasione è di quelle che invita a tenersi lontano da scontati giudizi e da suggerimenti salvifici da regalare a mani basse. L'occasione è di quelle che invitano ad una sana riflessione cercando di capire qual è la lezione che porta con sé, a chi potrebbe servire e quali conseguenze trarne.
La prima considerazione è quella che riguarda noi stessi, il mondo della cooperazione e di quella sociale in particolare. A fronte di casi come quello romano la nostra autoreferenzialità vista da fuori si ammanta, adessere proprio clementi, di superficialità e forse anche di altro di ancor meno nobile.

Lo stato di necessità e di difficoltà troppo spesso ci spinge a valutare i nostri successi in termini di posizionamento nel "mercato", di forza, di capacità di "fare impresa", di fatturati e bilanci. Si tratta indubbiamente di aspetti significativi dei quali ognuno di noi ben conosce il peso e l'importanza; del resto non ci vergogniamo a definire le nostre cooperative "aziende" e noi stessi "imprenditori". Questi parametri, derivati dalla tradizione imprenditoriale del mondo profit, sono alcuni degli elementi che qualificano il successo e la prospettiva di tenuta nel tempo di ciascuna delle nostre "imprese". Il fatto è che noi aggiungiamo ogni volta la qualificazione "sociale", che non è motivo di frustrazione, semmai di orgoglio; una caratteristica da esibire anche se la qualifica di "tipo B", a volte suona come un lapsus sfuggito al legislatore che rivela un'idea di una forma d'imprenditoria minore, secondaria, di seconda serie, o appunto di "tipo B".

In realtà il lavoro delle cooperative non è mai stato tanto prezioso, talmente prezioso da aver scalato anche le classifiche delle priorità, delle emergenze, e quindi, restando in un'ottica di mercato, accrescendo anche il proprio valore economico conseguentemente alla crescita di domanda di servizi e di socialità.

Le cooperative sono un soggetto prezioso per fronteggiare con efficienza, sensibilità e competenza situazioni sempre più urgenti e a volte drammatiche, senza sprechi e a costi sostenibili.
E' una fetta di mercato poco appetibile, molti problemi e scarsi profitti. Scarsi profitti a meno che... a meno che non si cancelli tutto il patrimonio di etica che qualifica il settore della cooperazione sociale.
E qui sta la prima lezione. Chi può garantire correttezza, rispetto delle regole interne e ancor prima delle leggi in un soggetto d'impresa? Quanti sono i casi seppur non affioranti alle pagine della cronaca di cooperative "inquinate", che tradiscono il patto tra soci prima ancora che quello che con le istituzioni e le stesse leggi? Quante volte ne sentiamo parlare, magari sottovoce? Esattamente come succedeva a Roma, dove i fatti poi diventati di cronaca ispiravano un altro romanzo criminale, nel quale si intravedevano i profili degli stessi protagonisti poi finiti in galera o sulle prime pagine dei giornali.

E allora la prima lezione non può che essere per noi stessi, per le nostre centrali, che controllano, che vigilano, che rappresentano, che promuovono, per noi stessi, che amministriamo, che ci associamo, che ci raccontiamo...

Se il nostro sistema offre questi margini di permeabilità ad organizzazioni malavitose così diffuse e radicate, significa che i nostri anticorpi hanno perso efficacia e che in conseguenza di ciò le nostre parole hanno perso di significato e "valore".

E' tempo allora che si avvii una stagione di riflessione in silenzio, che si torni a guardarsi in faccia e domandarsi se ci si può fidare ancora di noi, e tra noi, sulla base di quel patto che ci vincola ad essere attori di promozione sociale, di inclusione, nel rispetto di regole che abbiamo voluto avessero paletti più alti, ostacoli più difficili, perché i soldi non fossero il fine ma il mezzo per far crescere uomini e società.

Se c'è chi si interroga se si debba commissariare il Comune di Roma (che però non ha certo fatto tutto da solo...) dovremmo almeno interrogare noi stessi su come migliorare le nostre prestazioni su questo versante che ci ha sorpresi tanto scoperti.

Questa la nostra lezione, legataall'attualità delle nostre difficoltà interne, ma non goda chi vorrebbe coprire di fango l'intero sistema della cooperazione sociale. Le drammatiche emergenze in cui versano le nostre comunità hanno sempre più bisogno di imprenditoria sociale, che risponda con offerte di lavoro alla domanda incontenibile di servizi sempre più essenziali, sempre più urgenti, indifferibili. Un'imprenditoria che non si confonda con l'assistenzialismo ma che promuova buona qualità, che pratichi l'efficienza, la produttività, la responsabilità di un lavoro ben fatto qualunque esso sia, che insegni la partecipazione alla costruzione di un progetto di civiltà più inclusiva, accogliente, umana.

Le risorse che si dissolvono impongono una capacità ancora maggiore, domandano professionalità ed hanno bisogno di eccellenze. C'è una sfida che si consuma anche nelle terre dell'"imprenditoria dei poveri", un'imprenditoria che ha bisogno di testa e cuore, di responsabilità, capacità, e anche di buona rappresentanza, una rappresentanza che si affranchi definitivamente da ogni forma di contaminazione ideologica e che sappia incidere sui cambiamenti della politica, quelli su cui si innestano le cattive pratiche che a Roma e non solo assumono queste forme deviate.

Le cooperative asservite alla cattiva politica sono quelle che offrono complicità e consenso a favore della più cinica delle pratica nell'assegnazione degli appalti, quella del "massimo ribasso" per l'offerta di servizi talvolta essenziali. Il massimo ribasso non tiene conto delle capacità, della correttezza, del rispetto delle regole, consentendo ad una classe politica mediocre, incapace di introdurre cambiamenti significativi in un sistema che ne ha estremo bisogno, di perpetrare sempre e solo se stessa fino alla inevitabile caduta dell'impero. E' su queste pratiche che si alligna l'imprenditore malavitoso, che importa in un sistema sano i metodi di sfruttamento del lavoro trasferendo i costi sui lavoratori e sulla collettività.

Allora viene da chiedersi cosa fare? Serve forse restare muti ed aspettare che la bufera passi? Serve forse lanciare una campagna di immagine a difesa del nostro mondo? O serve invece aprire una riflessione seria sulle nostre fragilità volta ad affermare il primato dei diritti, delle buone pratiche, della ricerca che premia glisforzi della forma più attuale e necessaria di imprenditoria?

La cooperazione sociale e particolarmente quella volta a dare risposte all'inclusione, alle sempre più vaste sacche di marginalità, oggi appare come la sola in grado di smorzare le tensioni sociali, di alleviare le condizioni di disagio, di emergenza, la sola in grado di rigenerare speranza in una popolazione sempre più disincantata, rassegnata e fiacca.

La lezione che ci arriva oggi è che forse ci siamo accollati una sfida più grande delle nostre capacità, che forse dovremmo attrezzarci meglio, migliorarci, affrancarsi da compagni di viaggio che appartengono a mondi diversi, che sono estranei dai nostri valori, affrancarsi da amministratori e governanti che vengono da altre praterie, da altre culture, forse è tempo di tornare a riflettere ed a discutere.

Tito Ammirati – Consorzio sociale Abele Lavoro e membro Direzione nazionale Legacoopsociali

Inviate gli interventi a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

@nelpaeseit

Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

Giornalista, Direttore nelpaese.it

Sito web nelpaese.it

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