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Sabato, 25 Novembre 2017

E TU SLEGALO SUBITO: NO ALLA CONTENZIONE NEL NOME DI BASAGLIA

Scritto da  Giuseppe Manzo Gen 21, 2016

"E tu slegalo subito": così Franco Basaglia diceva agli operatori che gli chiedevano cosa fare di fronte a un paziente legato. Quella risposta, dopo oltre trentacinque anni dalla morte dello psichiatra ispiratore della riforma degli ospedali psichiatrici, è diventata lo slogan della campagna nazionale per l'abolizione della contenzione, presentata ufficialmente il 21 gennaio a Roma.

Nata da un'idea del Forum Salute Mentale, la campagna è stata condivisa da un esteso cartello di associazioni, tra cui Antigone, Cgil, Collana 180, A Buon Diritto, Fondazione Franco e Franca Basaglia e Cittadinanza Attiva. L'obiettivo è quello di sensibilizzare la cittadinanza, far discutere, informare e raccogliere testimonianze su una pratica ancora diffusa sul nostro territorio che, prevedendo l'immobilizzazione forzata dei pazienti (psichiatrici e non) attraverso l'uso di fasce o catene, viola i diritti umani. Ma non solo: fondamentale, per i promotori, è anche ottenere dal Parlamento l'istituzione di una Commissione d'inchiesta per comprendere quale sia l'effettiva dimensione della pratica della contenzione a livello nazionale. Infine, sostenere le vertenze degli operatori che la denunciano.

"La campagna nasce dall'esigenza di dire no a questo trattamento inumano e degradante, e di testimoniare nella pratica che è possibile non legare le persone con disturbi psichiatrici, ma accoglierle rispettando la loro dignità", ha detto Giovanna Del Giudice, presidente della Conferenza permanente per la salute nel mondo Basaglia e tra i primi firmatari dell'appello "e tu slegalo subito".

"Vogliamo informare la cittadinanza, perché più le persone vengono informate, più vengono rese consapevoli dei loro diritti e quindi si opporranno a questi trattamenti. In Italia, intanto, c'è bisogno di una legge sulla tortura, che aspettiamo da tempo; poi lavoreremo perché la contenzione sia resa assimilabile alla tortura".

La contenzione, che può essere sia meccanica che farmacologica, non viene effettuata solo su persone con disturbi psichiatrici. "E' molto più praticata di quello che sappiamo o che sembra", ha ricordato Alessandro Metz, presidente della coop sociale Reset che gestisce servizi socio-sanitari; "lo è anche all'interno delle case di riposo, dei Cie, dei centri per disabili, troppo e troppo spesso". Risale a pochi giorni fa, infatti, la notizia di persone con disabilità incatenate per ore o legate ad una sedia in un centro in provincia di Agrigento.

Per Gisella Trincas, presidente dell'Unasam (Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale), è necessario discutere non solo con gli operatori che lavorano nelle strutture in cui si effettua la contenzione, ma anche e soprattutto con le istituzioni, perché "sono queste a dover dire basta, rappresentando l'interesse collettivo. Nonostante l'Italia abbia leggi che dicono basta ai manicomi, permangono pratiche manicomiali. La contenzione è una pratica intollerabile per un Paese civile".

 

Giovanna Carnevale

@nelpaeseit

 

Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

Giornalista, Direttore nelpaese.it

Sito web nelpaese.it

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