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Martedì, 12 Dicembre 2017

RIO 2016, EMARGINAZIONE E VIOLENZA ALL'OMBRA DELLE OLIMPIADI

Scritto da  Redazione Ago 03, 2016

Tra l’allarme per il virus Zika e quello del terrorismo, la violenza delle forze dell’ordine e l’emarginazione sociale nelle favelas che distano pochi metri dal Parco olimpico, Rio 2016 è prossima all’apertura. Per il più grande evento sportivo mondiale i riflettori sono puntati su un Brasile che non trova pace e, giustificandoli come misure di sicurezza, perpetra massacri di giovani brasiliani, come documentato da Amnesty International.
Per Barbara Pascali, della onlus italo-brasiliana “Il sorriso dei miei bimbi”, Rio de Janeiro è oggi “una città al collasso. Meno di un mese fa, lo Stato di Rio ha dichiarato il fallimento, tra tangenti, infrastrutture incerte (ad aprile, a quattro mesi dall'inaugurazione, è crollata la pista ciclabile fiore all'occhiello dei lavori pre-Olimpiadi, ndr) e problemi di sicurezza. Al di là dei Giochi, il default aggrava la già drammatica situazione della sanità pubblica, alle prese con Zika e non solo. Da molti mesi lo Stato ha smesso di pagare gli stipendi dei suoi dipendenti, che se va bene arrivano parziali o rateizzati, e le pensioni. Il debito accumulato è stimato in circa 19 miliardi di Reais, quasi cinque miliardi e mezzo di euro”.

La città inoltre, continua Pascali, è ostaggio della criminalità: “le forze dell'ordine non sono in grado di dare nessuna risposta: nonostante il costosissimo piano di pacificazione delle favelas, la situazione è di guerra ovunque. Quello della Upp, la polizia pacificatrice, doveva essere il piano rivoluzionario in grado di dare l'immagine del pieno controllo da parte dello Stato. Un controllo necessario per trasmettere una sensazione di sicurezza e fornire garanzie al Cio e alle delegazioni di tutto il mondo, ma che ora rischia di implodere a ridosso dell'appuntamento più importante”.

In questo contesto, il problema terrorismo è sentito poco: “sono soprattutto i media che ne parlano”, spiega Pascali, “anche se sappiamo bene che il rischio è reale e tangibile. Il punto è che un popolo che soffre, si alza all'alba e lavora fino a notte fonde, portando avanti anche due o tre impieghi, così come accade nelle periferie e nelle favelas intorno alle grandi città, è un popolo che non ha tempo di pensare anche a questa ennesima minaccia. Di contro, la paura della polizia, sempre più violenta, aumenta, e non solo tra gli afro brasiliani. Come dire: gli allarmi bomba e le minacce di attentato spaventano meno della realtà violenta in cui sono costrette a vivere, da anni, diverse fasce della popolazione”.

La situazione che sta vivendo il Brasile in attesa dei Giochi Olimpici segna una retrocessione culturale e umana del Paese, dove l’alto livello di ingiustizia sociale colpisce e affonda sempre di più una maggioranza di persone povere ed emarginate. Un esempio tangibile di quanto poco Rio 2016 non serva a migliorare la condizione delle fasce più deboli della popolazione brasiliana, sono le città che sorgono vicinissime al Parco olimpico.

Come ha raccontato all’Ansa Jose Carlos De Paula, educatore di Action Aid, “la cosa grave non è nella mancanza di spirito olimpico tra queste strade disgraziate: è l'assenza totale di ritorno sociale ed economico di certi grandi eventi sportivi per la popolazione povera brasiliana. Non un posto di lavoro al Villaggio è toccato agli abitanti della favela, non un'infrastruttura. Non un biglietto per le gare, e nemmeno un ingresso gratuito per le varie prove delle cerimonie: sono andati tutti ai ricchi e ai politici. E così era stato negli anni scorsi per i Giochi Panamericani e per il mondiale di calcio”.

 

Redazione (Fonte: Redattore Sociale)

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