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Sabato, 25 Novembre 2017

GIOVANI E MAFIE: ECCO COME SI DIVENTA BOSS A ROMA E NEL SUD

Scritto da  Redazione Mag 24, 2017

Spesso sono giovani che hanno abbondonato la scuola, vivono in ghetti urbani e in condizioni di indigenza. A volte hanno una laurea e sono cresciuti in famiglie oneste. Ma tutti hanno intrapreso la carriera da criminale. Sono i ragazzi raccontati nel rapporto “Under” realizzato dall’Associazione Antimafie daSud: un reportage di dodici mesi nel Sud Italia e nel Lazio per capire come si diventa membri di una organizzazione mafiosa.

Il primo impatto con il mondo del malaffare avviene tramite la droga. Nel 1984 i minori denunciati per reati inerenti agli stupefacenti erano appena 578, sei anni dopo 2.113, fino ad arrivare ai 5.123 under 18 denunciati nel 2016. Lo conferma il magistrato Francesco Cascini, capo-dipartimento della Giustizia minorile: “Il tema della droga è enorme, quasi il 50% dei reati ha a che fare con gli stupefacenti, ma l’impatto sociale è sottovalutato”.

I baby criminali sono coinvolti anche in riscossione di tangenti e intimidazioni, detenzione di armi, gambizzazioni e delitti su commissione. Secondo i dati aggiornati al 15 dicembre 2016 del Ministero della Giustizia, nell’Ufficio di Servizio Sociale per Minorenni (USSM) c’è stato un aumento costante, quasi il 40% dal 2007 al 2015, dei ragazzi (italiani e stranieri) presi in carico, passando da 14.744 a 20.538. Quelli presi in carico per la prima volta nel 2016 sono stati 7.456, che si aggiungono ai 14.240 già presenti per arrivare a quota 21.696. Di questi il 77% ha meno di diciotto anni. I reati maggiormente commessi sono i furti (26%), lesioni personali volontarie e stupefacenti (11% ciascuno) e rapine (10%).

Povertà e abbondono precoce della scuola sono due dei fattori che portano più velocemente i giovani sulla strada della criminalità. Secondo Save the Children, la percentuale di ragazzi tra i 18 e i 24 anni che abbandona prematuramente gli studi o la formazione si attesta in Italia intorno al 14,7%. E in alcune regioni del sud questa media è ancora più alta, come in Sicilia, dove un giovane su 4 interrompe gli studi alle scuole medie inferiori. Sono invece tre milioni i minori indigenti secondo l’Istat. Di questi, 1 milione e 131mila non possono permettersi beni essenziali (cibo, vestiti, una casa), mentre i restanti 2 milioni e 110mila, in povertà relativa, non riescono a mangiare verdure fresche, carne o pesce una volta al giorno, né ad avere giocattoli o libri.

‘Ndrangheta

“Sono nato libero e ho smesso di esserlo il giorno dopo. Non ho scelto in che famiglia nascere, ma ho potuto scegliere cosa diventare”. Carmelo Gallico, classe 1963, è nato a Palmi in una famiglia ‘ndranghetista. “Mio padre è stato coinvolto in una faida. Quando è morto mio fratello non avevo neanche quindici anni. Lui per me era tutto. Perché è stato ucciso? È così drammatica la realtà del momento che non puoi neanche farti certe domande. Il dolore si appiccica addosso. E quel dolore diventa un collante all’interno della famiglia”. Dopo la morte del fratello, ad appena dieci giorni dall’omicidio, la famiglia di Carmelo scappa nella Marche, ma anche lì arriva la ’ndrangheta: mettono una bomba sul davanzale della casa. “Ho capito allora che la faida ti segue ovunque tu vada e che il sangue si lava con il sangue”.

La storia di Carmelo è delle tante storie contenute nel dossier “Under”, realizzato dall’Associazione Antimafie daSud: un viaggio in cinque regioni, Calabria, Sicilia, Puglia, Lazio e Campania, per capire come un ragazzo si diventa criminali. Nel 1990 Ilario Pachì, ex presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, sosteneva che “Una cauta ipotesi da prospettare per i figli dei boss della ’ndrangheta è che essi studino per essere i futuri manager delle cosche”. Il lavoro sporco e pericoloso era appaltato ai figli “bastardi” e poveri che andavano a scuola armati di coltello o di pistola. A distanza di quasi 30 anni la frattura tra i figli d'arte e i figli di “nessuno”, sembra riprodursi in maniera identica. In Calabria nessuno si emancipa completamente prima della morte dei vecchi boss, tutti devono sudarsi la benedizione dei capi per esercitare l'autonomia criminale che invece stanno sperimentando i giovani in Campania e in Puglia.

Tra i giovanissimi i reati più diffusi in Calabria sono i furti (14%), lesioni personali volontarie (11%) e stupefacenti (8%). Solo tre reati di associazione di tipo mafioso (0,3%) nel 2016. Il nuovo modello di lotta alla ‘ndrangheta, sperimentato da Roberto Di Bella, dal 2011 presidente del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria, passa anche per l’allontanamento dalle famiglie d’origine. Dal 2012 sono 40 i ragazzi che hanno lasciato il loro nucleo familiare.

Camorra e Sacra Corona Unita

“Mi chiamo Emanuele, ho diciassette anni e sono qui in comunità da dieci mesi. Questa è stata un’esperienza che mi ha aiutato a riflettere, ma soprattutto a maturare. Oggi posso dire di sentirmi più responsabile e poco ingenuo rispetto al passato. Grazie al rapporto che ho stabilito con gli operatori sono riuscito a vedere oltre la vita che facevo prima e sono riuscito a capire che si può vivere anche onestamente”. Così scriveva Emanuele Sibillo, assassinato a Napoli il 2 luglio 2015.

Morto a diciannove anni sotto il fuoco dei cecchini del clan rivale. Era ricercato eppure volle uscire allo scoperto e andare nella tana dei lupi per fare una “stesa” insieme a suo fratello Lino, un’azione di fuoco dimostrativa per mettere in chiaro che il gruppo che comanda Napoli è il loro. Emanuele ha lasciato una ragazza che aspettava un bimbo che oggi porta il suo nome. “Chi è nato sotto una stella non può vivere sotto un’altra”, disse Emanuele lasciando la comunità Ponte di Nisida. Una condanna più dura di quella che aveva appena finito di scontare per detenzione di armi.

La storia di Emanuele è stata raccontata dalla giornalista Amalia Di Simone nel rapporto Under”, realizzato dall’Associazione Antimafie daSud per capire come dei minori diventano dei baby criminali.

In Campania il welfare parallelo che offrono le mafie non è più l'unica ragione che spinge i giovani a diventare camorristi: è la bramosia di potere che li rende più violenti degli altri coetanei criminali. A Napoli nel 2016 i reati più diffusi fra i baby criminali sono state le rapine (24%), i furti (14%) e gli stupefacenti (11%). Ci sono stati quattordici reati di associazione di tipo mafioso (0,5%).
È in atto una guerra scatenata da “veri e propri vuoti di potere, che giovani generazioni di camorristi stanno cercando di occupare”, scrivono nel 2015 i magistrati della Direzione Nazionale Antimafia, “con metodi violenti e senza la capacità di misurare il rapporto tra benefici e costi delle proprie azioni criminali, se non altro sotto il profilo della loro capacità di determinare una particolare reazione delle istituzioni”. I nuovi camorristi sono fuori controllo e minacciano per strada armati fino ai denti e sui social network. Sono ossessionati dalla rivendicazione estetica della loro appartenenza e la spettacolarizzano. Ma non si ammazzano solo tra di loro: tra il 2011 e il 2016 sono state dieci vittime innocenti.

Lo scenario non cambia in Puglia, dove la Sacra Corona Unita non è stata affatto annientata dagli arresti e oggi i giovani sono sempre più spietati. Basterebbe leggere la cronaca locale per rendersene conto: il 20 settembre 2016 a Bari vengono fermati due minorenni in scooter con le pistole pronte a sparare, il mese successivo una dodicenne trova la forza per denunciare il fidanzato di 16 anni (vicino ad ambienti mafiosi) che ha dato il “consenso” a un ragazzo poco più grande di stuprarla, qualche settimana dopo due ragazzi di 15 e 17 anni assaltano una sala giochi con una mitraglietta e due pistole.

Se nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto si sperimentano sodalizi criminali interni alle famiglie storiche, a Bari e nei dintorni, come nel comune di Giovinazzo, un bazar della droga a cielo aperto, la nuova generazione raccoglie i frutti del processo di parcellizzazione del potere mafioso e avanza a gamba tesa. Nel capoluogo pugliese, però l’allarme era stato lanciato più di 10 anni fa. Già nel 2005, infatti, la relazione sull’amministrazione della Giustizia nel distretto della

Corte d’appello di Bari indicava come caratteristica della criminalità locale l’abitudine ad “utilizzare in modo continuo e professionale adolescenti, cui insegna l’uso delle armi e che utilizza, come sicari, quando dimostrano particolari capacità”. A Bari i reati più comuni sono furti (18%), lesioni personali volontarie (12%), stupefacenti (10,5%).

Mafia siciliana

La prima volta che Luca è stato fermato dalle forze dell’ordine aveva dodici anni. Portava con sé una cesoia e una pistola, “che avevo trovato per caso”, come si impara a dire da subito, quando nasci in certi contesti. Sua madre, casalinga, e suo padre, allevatore, si arrabbiarono, ma le “bastonate” non servirono a nulla. “Avevo bisogno di soldi. E io sono un ragazzo che non ci chiede niente alla famiglia”.

Ed è così che per strada è iniziata la sua educazione criminale, fra gli amici del suo quartiere alla periferia di Palermo. “Semplicemente guardavo i più grandi, rubavo con gli occhi. Loro insegnavano e io imparavo”. A undici anni Luca sapeva già guidare la macchina, a sedici aveva messo già qualche reato, poi arrivarono le rapine e furti, anche su commissione. “Sono passati tanti anni. Ero molto piccolo. Ora sono una persona diversa, non c’entro niente con quello che ero prima. Uno sbaglia, sbaglia e risbaglia e poi capisce. Anche perché cresce”.

La storia di Luca è raccontata nel rapporto Under”, realizzato dall’Associazione Antimafie daSud: un reportage nel sud Italia e nel Lazio per capire come dei minori diventano dei baby criminali.
In Sicilia i bambini che si affacciano agli ambienti criminali hanno tra i 10 e i 13 anni. Nel quartiere Zisa di Palermo la droga viene passata con un paniere calato dal balcone di una casa. Tutto avviene alla luce del sole, nella totale indifferenza dei abitanti della zona. I ragazzi tra i 20 e i 30 anni hanno invece ruoli strategici nell'organizzazione: pusher e corrieri, rapinatori seriali, sparano e gestiscono le estorsioni, ma raramente agiscono in autonomia se non dopo una lunga gavetta o per legami di parentela con i clan storici.

Catania è la città da dove provengono la maggior parte delle indagini di criminalità organizzata con il coinvolgimento diretto o indiretto dei minori anche in omicidi. Già nel 1990 l’allora Procuratore della Repubblica per i minorenni di Catania, Franco Cortegiani, aveva lanciato l’allarme: “Si sa con certezza che il compenso per un omicidio compiuto da un minore si aggira sul mezzo milione di lire”, aveva detto. A Palermo, invece, i reati più diffusi nel 2016 sono stati furti (32%), lesioni personali volontarie e rapine (11%), stupefacenti (8%).

Allarmante il nuovo fenomeno dei baby scafisti, bambini provenienti dall’Egitto o dal Gambia, utilizzati a costo zero dalle organizzazioni criminali che gestiscono la tratta dei migranti. Si passa dai 19 bambini presi in carico dall’Ufficio di Servizio Sociale per Minorenni nel 2014, ai 24 nel 2015, fino ai settanta del 2016. E se nel 2014 erano complessivamente 49 i minorenni che gravitavano per questo tipo di reato nell’ambito della giustizia minorile, dai 64 del 2015, si è arrivati ai 128 del 2016. Più del doppio in un anno.

Mafia (nella) capitale

“Se vuoi sape’ se giro co’ la pistola già hai rotto er cazzo”, dice Lorenzo che viene da uno dei quartieri di Roma più attivi della geografia del mondo della droga. Nella città di Mafia Capitale, il vero business continua a essere ancora lo spaccio di stupefacenti, come dimostra il rapporto “Under”, realizzato dall’Associazione Antimafie daSud. Attraverso storie e dati, il dossier cerca di indagare come i minori diventino dei baby criminali.

I giovani romani possono fare le vedette a San Basilio e Bastogi o i corrieri a Ostia e Ponte di Nona, possono confezione la droga a Casalotti come a Centocelle. Alla Romanina no, nel clan dei Casamonica meglio non mettere piede. Oppure possono ottenere una posizione di spicco dentro le bande specializzate nello spaccio di Primavalle, come “Pagnottella” che a sedici anni aveva il compito di rifornire pusher più grandi di lui. “Benny Capoccione” invece di anni ne aveva 24 quando è stato arrestato, a giugno del 2016, ed era considerato il capo di un gruppo che faceva base nelle case popolari di via San Biagio Platani, a Tor Bella Monaca.

È questa la distanza tra i baby boss romani e i coetanei napoletani e pugliesi: raramente i primi hanno la credibilità di diventare “grossisti” nel mercato della droga e, a guardarli dall'alto della piramide, anche i fornitori dei pusher restano pesci piccoli. Segno che le organizzazioni criminali tradizionali, la 'ndrangheta e la camorra soprattutto, hanno un ruolo centrale anche a Roma.
Secondo l’osservatorio per la sicurezza e la legalità della Regione, operano ventitré organizzazioni dedite al narcotraffico: ci sono i morti ammazzati giovanissimi, come il diciassettenne Federico Caranzetti, che il 6 gennaio 2014 venne freddato a Tor Bella Monaca con due colpi di pistola alla testa da un coetaneo. Le vittime innocenti come il diciottenne Edoardo Sforna, ucciso il 23 agosto del 2011, probabilmente per uno scambio di persona, da un killer ancora ignoto dopo sei anni.

Redazione (Fonte: Redattore Sociale)

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