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Lunedì, 23 Ottobre 2017

UE CHIUDE I PORTI, RAPPORTO AMNESTY: "NEL 2017 SI RISCHIA STRAGE DI MIGRANTI IN MARE"

Scritto da  Redazione Lug 06, 2017

L’Europa a “porti chiusi”. "Non sosteniamo la cosiddetta regionalizzazione delle operazioni di salvataggio". Così il ministro dell'Interno tedesco Thomas de Maiziere arrivando alla riunione a Tallinn, in riferimento alla proposta italiana di condividere con altri Stati l'accoglienza dei migranti salvati nel Mediterraneo. Sulla stessa linea il ministro per l'Asilo e politica migratoria belga Theo Francken: "Non credo che il Belgio aprirà i suoi porti" ai migranti salvati nel Mediterraneo. Poi bisogna aggiungere la presa di posizione di Francia e Spagna che già avevano confermato il loro niet a condividere gli sbarchi.

Cosa stanno producendo queste politiche europee di chiusura e respingemento dei migranti? Lo spiega un rapporto diffuso oggi da Amnesty International che ha denunciato “l'evidente connessione tra le fallimentari politiche dell'Unione europea e sia l'aumento del numero dei morti nel Mediterraneo centrale che le terribili violenze inflitte a migliaia di migranti e rifugiati nei centri di detenzione della Libia”.

Nel rapporto, intitolato "Una tempesta perfetta. Il fallimento delle politiche europee nel Mediterraneo centrale", Amnesty dichiara che, avendo ceduto buona parte delle responsabilità della ricerca e del soccorso in mare alle Ong e avendo incrementato la cooperazione con la Guardia costiera libica, i governi europei “non stanno prevenendo le morti in mare e chiudono gli occhi di fronte a stupri e torture”.

Oggi a Tallinn i ministri degli Esteri dell'Unione europea prenderanno in esame nuove proposte che peggioreranno una situazione già drammatica. "Invece di agire per salvare vite e fornire protezione, i ministri degli Esteri europei stanno vergognosamente dando priorità a irresponsabili accordi con la Libia nel disperato tentativo d'impedire a migranti e rifugiati di raggiungere l'Italia", ha dichiarato John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l'Europa.

Le misure adottate nell'aprile 2015 dai leader europei per rafforzare le operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale avevano fortemente ridotto il numero delle morti in mare, grazie al maggior numero di imbarcazioni messo a disposizione da diversi paesi europei e posizionato in prossimità delle acque territoriali libiche. Di lì a poco, tuttavia, i governi europei hanno dato priorità a contrastare il traffico di esseri umani e impedire le partenze dalla Libia: una strategia fallimentare che ha dato luogo a viaggi in mare ancora più pericolosi e all'aumento dei tassi di mortalità in mare dallo 0,89 per cento della seconda metà del 2015 al 2,7 per cento del 2017.

I cambi di tattica dei trafficanti e l'aumentato ricorso a imbarcazioni inadatte alla navigazione e prive di qualsiasi dotazione di salvataggio, hanno reso le traversate del Mediterraneo centrale ancora più pericolose. Nonostante l'aumento del numero delle morti in mare - oltre 2000 nei primi sei mesi del 2017 - l'Unione europea continua a non promuovere un'operazione umanitaria dotata di risorse adeguate nei pressi delle acque territoriali libiche, preferendo rafforzare la capacità operativa della Guardia costiera libica nell'impedire le partenze ed intercettare i migranti e i rifugiati in mare.

Gli intercettamenti della Guardia costiera libica mettono spesso a rischio le vite dei migranti e dei rifugiati. Le procedure impiegate non corrispondono agli standard minimi e possono causare attacchi di panico e capovolgimenti delle imbarcazioni con conseguenze catastrofiche.

Vi sono inoltre gravi denunce di collusione tra membri della Guardia costiera libica e trafficanti nonché di maltrattamenti nei confronti dei migranti. Le motovedette libiche aprono il fuoco contro altre imbarcazioni e, secondo le Nazioni Unite, sono state "direttamente coinvolte, con l'impiego di armi da fuoco, nell'affondamento di imbarcazioni con migranti a bordo".

Le storie

Un nigeriano alla deriva per nove ore con altre 140 persone aggrappate a un'imbarcazione capovolta, ha detto ad Amnesty International: "Pregavamo tutti quanti. Quando ho visto le luci [dei soccorsi] ho pregato dentro di me che non fosse la polizia libica".

Un uomo proveniente dal Bangladesh ha raccontato cos'è accaduto dopo l'intercettamento da parte della Guardia costiera libica: "Eravamo in 170 su un gommone. Ci hanno portato indietro in prigione e chiesto altri soldi. 'Se pagate ancora, stavolta non vi fermeremo... Noi siamo la Guardia costiera'. Le prigioni libiche? Semplicemente l'inferno".

Le persone intercettate in mare vengono regolarmente riportate nei centri di detenzione e torturate. In Libia non esiste alcuna legge o procedura d'asilo. Di conseguenza, coloro che restano intrappolati nel paese possono andare incontro a uccisioni, torture, stupri, rapimenti, lavoro forzato e detenzione a tempo indeterminato e in condizioni inumane e degradanti.

Un uomo del Gambia ha raccontato: "Ho trascorso tre mesi in prigione. Dormivamo come sardine, ognuno su un fianco, perché non c'era spazio. Ci picchiavamo se non ci stendevano sul pavimento nel modo giusto. Bevevamo l'acqua dei gabinetti. Ho visto coi miei occhi tre persone venire torturate e una di loro, un ragazzo, morire per le torture. Picchiavano i prigionieri coi tubi di gomma, di notte, com'è successo anche a me".

Gli accordi di cooperazione destinati a migliorare la capacità di ricerca e soccorso in mare della Guardia costiera libica devono essere condizionati al rapido miglioramento della qualità degli interventi in mare e a un concreto meccanismo d'individuazione delle responsabilità per i comportamenti illegali. L'Unione europea dovrebbe insistere affinché la Guardia costiera libica trasferisca le persone soccorse su navi dirette verso paesi dove la sicurezza e la protezione di queste ultime siano garantite.

"Se la seconda metà dell'anno andrà avanti come la prima e se non verranno presi provvedimenti urgenti, il 2017 è destinato a essere l'anno più mortale lungo la rotta migratoria più mortale al mondo", ha commentato Dalhuisen.

Redazione

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