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Lunedì, 23 Ottobre 2017

COSA RESTA DEL NOG20 DI AMBURGO: PARLA BEPPE CACCIA

Scritto da  Redazione Lug 10, 2017

In decine di migliaia si sono ritrovati ad Amburgo lo scorso week end. Il popolo del NoG20 ha fatto notizia nel mainstream solo per gli scontri, durissimi, nei giorni del summit con i 20 “Grandi” della Terra. In Italia, soprattutto, poco si è capito quali siano state le ragioni di una protesta, che sembrerebbe solo aver riproposto immagini e slogan simili a quelli del G8 di Genova del 2001. Anche la risposta repressiva è stata molta dura con centinaia di feriti e fermi, tra cui la europarlamentare Eleonora Forenza insieme a numerosi attivisti italiani.

Ad Amburgo in quei giorni c’era Beppe Caccia, studioso di storia del pensiero politico, già consigliere e assessore di Venezia, che fa parte del board di European Alternatives, un’organizzazione transnazionale della società civile e un movimento di cittadini, che promuove i valori di democrazia, eguaglianza e cultura oltre il concetto di Stato-nazione.

Sulle manifestazione NoG20 nei media ufficiali abbiamo visto solo le immagini degli scontri senza alcuna spiegazione del contesto: come era composta quella piazza?

La manifestazione della “Solidarietà senza confini”, che ha visto sfilare ottantamila persone nelle strade di Amburgo il pomeriggio di sabato, ha degnamente concluso una settimana di mobilitazione e lotta capace di mostrare, in modalità assai differenti fra loro, un campo ricco di proposte alternative all’esito, semplicemente disastroso, del vertice dei G20.

Ad aprire la marcia erano le delegazioni internazionali: tra questi i greci della rete Diktyo e del City Plaza occupato, i sindacalisti francesi di Sud-Solidaires, molti attivisti scandinavi e olandesi. Poi, forte di almeno 7.000 presenze lo spezzone delle comunità curde in Germania, molte donne e molti giovani.

Poi più di diecimila, le attiviste e gli attivisti delle reti di movimento “post-autonome” tedesche, la “Sinistra Intervenzionista” e “Ums Ganze”, protagonisti della giornata dei blocchi di venerdì e, a seguire, i gruppi autonomi e anarchici di “Welcome to hell”.

Particolarmente vivace, come da tradizione, i tifosi antifascisti e antirazzistidel Sankt Pauli, il cui stadio è stato uno dei punti di riferimento per la preparazione nell’ultimo anno della protesta contro il vertice. E assai significativo lo spezzone dei movimenti dei migranti e delle associazioni di solidarietà, a partire da quelle impegnate anche nel Mediterraneo, come Sea Watch e Jugend Rettet, che hanno posto il tema cruciale della libertà di circolazione e di un’accoglienza degna e solidale. Poi arrivava l’arancione di Attac, impegnata della denuncia dei guasti della finanziarizzazione; le “tute bianche” dei movimenti che lottano contro i cambiamenti climatici e per una radicale conversione ecologica del sistema produttivo nella coalizione Ende Gelände; le bandiere rosse del partito die Linke fortemente schierato sulla questione delle ineguaglianze e dei diritti sociali per tutti; gli striscioni del sindacato Ver.di, dei metalmeccanici della IG Metall e di alcune sezioni della stessa confederazione DGB, seguite dai variopinti cartelli e striscioni di decine di associazioni e organizzazioni non governative.

Nonostante le cronache scarse o parziali sulle cosiddette “violenze dei black bloc,” le immagini hanno fatto risaltare una certa difficoltà a tenere a freno la radicalità di quella protesta: è stato così?

L’impatto delle proteste, fino a determinare una sorta di “ingovernabilità dello spazio urbano” per un pur sovradimensionato apparato di sicurezza, è stato evidenziato dalla “seconda ondata” del pomeriggio di venerdì 8 luglio: dopo l’efficacia dei blocchi della “disobbedienza civile” svoltisi in mattinata, ne sono stati protagonisti almeno quindicimila giovani di Amburgo che si sono, in modo quasi sempre spontaneo, uniti agli attivisti organizzati.

Una nuova generazione che ha dato vita a diffusi momenti di contestazione, molto diversi dalle forme di protesta conosciute quindici anni fa dal movimento “no-global”: blocchi stradali un po’ dappertutto nei quartieri che circondavano la “zona rossa”, la pratica di uno “sciopero metropolitano” in continui piccoli momenti di scontro con la polizia che, da parte sua, non ha lesinato cariche violente e frequente utilizzo del getto degli idranti, in incidenti che sono continuati tutta la sera. E che, nella notte, si sono trasformati in un vero e proprio “riot urbano”.

È anche cambiato il contesto dopo 16 anni dal G8 di Genova?

Eccome: allora, nell’“età dell’oro”‘economia planetaria, i vertici delle Otto Grandi potenze del pianeta, a guida statunitense, disegnavano un “nuovo ordine mondiale” e promettevano uno sviluppo capitalistico che avrebbe garantito condizioni di benessere a fasce crescenti dell’umanità. Assediandoli, denunciavamo l’inganno insito in quella promessa.

Oggi, a quasi dieci anni dall’inizio della grande crisi finanziaria, è evidente l’insostenibilità ambientale e sociale del modello neoliberale, che ha guidato fin qui i processi di globalizzazione. Mai come ora la ricchezza planetaria, originata dalla comune capacità produttiva dell’umanità, è stata così concentrata e polarizzata. Mai come ora alla crescita delle ingiustizie sociali si sono accompagnati catastrofici disequilibri nell’ecosistema.

Gli Otto sono diventati Venti e, nel segno di un ingovernabile “disordine mondiale”, al summit di Amburgo si sono confrontate due distinte opzioni politiche (e innumerevoli varianti) di risposta alla crisi e alle sue conseguenze. Da una parte chi sfrutta il malessere sociale per proporre un ritorno ai nazionalismi, agli isolazionismi economici, agli autoritarismi come modalità di governo.

Dall’altra chi gioca la carta della stabilizzazione, nell’illusione di rilanciare il business as usualdell’accumulazione flessibile, attraverso l’esercizio di un multipolare soft power planetario. Gli uni e gli altri non intendono però affatto mettere in discussione le fondamentali determinanti neoliberiste degli ultimi quattro decenni. E per questo sono destinati a non affrontare positivamente alcuna tra le grandi sfide del nostro tempo.

Ma il NoG20 non rischia di essere l’ennesimo contro-vertice, che poi non apre a nuove forme di partecipazione su scala nazionale?

Nessuno può prevedere se le giornate di Amburgo siano davvero l’inizio di qualcosa di nuovo, o un episodio irripetibile, molto legato alla storia e al contesto specifico di questa città.
Ma non è casuale che alla “parata dei mostri”, generati da questo tempo d’infinita transizione, si sia qui contrapposta l’idea che “noi siamo già l’altro mondo” – come ha scritto il Gruppo di lavoro internazionale, chiamando alle protesta. Perché sta proprio nell’irruzione dei movimenti la pratica di quelle indispensabili alternative al “disordine globale” rappresentato dai G20.

Lo mostrano le diverse ondate globali che, negli ultimi mesi, hanno visto come protagoniste, di volta in volta, le donne e la forza del “non una di meno”; i migranti e la solidarietà delle Welcome initiatives; le diverse figure del lavoro sfruttato dalle piattaforme logistiche ed estrattive e le sue innovative forme di sciopero; le mille lotte locali che contrastano progetti devastanti per l’ambiente; le esperienze di conflitto per il diritto alla città che talvolta divengono governi municipali di cambiamento. Tutto questo è anche il risultato del ciclo di lotte contro le politiche di austerity, l’impoverimento e la precarizzazione, che hanno contribuito – come nell’esperienza di Blockupy a Francoforte - a disegnare negli anni scorsi un nuovo spazio sociale e politico dell’“Europa dal basso”. E che ora deve trovare nuove forme di espressione e di organizzazione.

Le giornate di Amburgo potrebbero proprio non essere solo un singolo evento, una isolata “fiammata” di mobilitazione, se da lì impareremo come si possa stare insieme in tanti e diversi, articolando differenti piani e forme di lotta e rispettandosi reciprocamente. E se aiuteranno a rendere visibile come la confluenza di queste diverse ondate sociali possa trasformarsi nella mareggiata politica di una “terza opzione”, capace di mettere in discussione con continuità rapporti di forza oggi estremamente sbilanciati.

G.M.

@nelpaeseit

Redazione

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