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Sabato, 16 Dicembre 2017

L'INTERVISTA / PARLA LELLA PALLADINO: NEO PRESIDENTE DI D.I.RE.-DONNE IN RETE CONTRO LA VIOLENZA In primo piano

Scritto da  Redattore Campania Ott 05, 2017

Lella Palladino (a sinistra nella foto, ndr), la nuova presidente di Di.Re., Donne in Rete contro la violenza fa il punto sull’antiviolenza in Italia e ci parla dei nuovi obiettivi dell’associazione anti violenza. Palladino,  sociologa, presidente della cooperativa sociale Eva di Santa Maria Capua Vetere (una delle voci del nostro documentario Futura realizzato nel 2013, ndr), esperta di tematiche di genere, fin dal 2008 ha condiviso la nascita e la formazione di Di.Re., la prima associazione italiana a carattere nazionale di centri antiviolenza non istituzionali e gestiti da associazioni di donne che affronta il tema della violenza maschile sulle donne secondo l’ottica della differenza di genere, collocando le radici di tale violenza nella storica, ma ancora attuale, disparità di potere tra uomini e donne nei diversi ambiti sociali.

Come ha accolto la nomina e quali obiettivi si propone di perseguire?

Questa nomina arriva dopo un percorso di forte condivisione, nel solco della continuità e al contempo nel tentativo di migliorare la vita associativa. I primi passi sono quelli di una maggiore condivisione e partecipazione alla rete da parte di tutti i centri antiviolenza. Poi ci poniamo il macro obiettivo di continuare ad essere interlocutore forte e importante del Governo per orientare le politiche nazionali ed essere parte attiva del movimento Non una di meno.

Dalla Carta della Rete Nazionale dei Centri antiviolenza e delle Case delle donne stilata nel 2006 sono passati 10 anni, va modificata?

Stiamo lavorando all’attualizzazione della carta alla luce dei cambiamenti normativi intervenuti in questi anni, in particolare la Convenzione di Istanbul e la legge 119. Ma restano fermi e i nostri principi fondamentali: lavoriamo mettendo le donne al centro nel rispetto delle loro scelte e della loro autodeterminazione, garantiamo riservatezza, anonimato e gratuità delle prestazioni oltre a lavorare con un’ottica di genere e secondo la metodologia della relazione tra donne che è riconosciuta anche dalla Convenzione di Istanbul e che purtroppo spesso resta ancora inapplicata.

Come valuta Di.Re. le politiche nazionali per l’antiviolenza?

Abbiamo molte preoccupazioni rispetto all’efficacia del nuovo “Quadro strategico nazionale” perché: parte senza che sia stata cambiata l’intesa Stato - Regione che definisce i requisiti minimi dei centri antiviolenza e delle case rifugio; i centri antiviolenza sono stati previsti solo a livello tecnico e non sono presenti nei luoghi decisionali sia a livello nazionale che regionale e poi ultimo, ma non ultimo, non si capisce bene quali e quante risorse saranno appostate per l’antiviolenza dalla legge di stabilità.

Attualmente i servizi antiviolenza riescono a coprire i bisogni?

Siamo ancora molto lontani dalla copertura dei bisogni delle donne, soprattutto rispetto alle case rifugio che risultano insufficienti. Molti servizi non hanno i requisiti minimi dettati dalle prescrizioni europee, ovvero l’esperienza minima di cinque anni maturata in questo campo, la mission finalizzata all’antiviolenza o la presenza di sole donne.

Muore una donna ogni tre giorni per mano di un uomo. E’ un dato che in Italia non cambia da 10 anni, ma si può dire che gli omicidi sono più efferati?

Innanzitutto bisogna fare una distinzione tra narrazione della violenza, che è spettacolarizzata e che si focalizza sulle situazioni estreme per incrementare l’ascolto mediatico e quella che è la quotidiana persistente violenza contro le donne che nella buona sostanza non cambia. Secondo i dati dell’Istat e quelli raccolti da Di.Re. non registriamo grossi cambiamenti: la violenza è agita soprattutto in ambito familiare (secondo gli ultimi dati raccolti dall’Istat nel 2014 gli omicidi vengono commessi nel 62,7% dei casi da partner o ex, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici) ed è trasversale all’età, al titolo di studio, al reddito, all’occupazione degli uomini. L’Istat registra però un aumento delle violenze estreme e un maggior numero di giorni di ospedalizzazione: gli uomini fanno più male fisicamente alle donne ad esempio con sigarette spente addosso o tagli da coltello. C’è poi ancora tanto sommerso, di donne che non chiedono aiuto a nessuno e non accedono ai servizi, quindi non compaiono nelle statistiche. Recentemente è stato stilato un protocollo di intesa tra il Dipartimento delle Pari Opportunità Cnr e Istat per fare una nuova ricerca sulla violenza e noi di Di. Re. li incontreremo presto per condividere indicatori e modalità di ricerca che a nostro parere andrebbero rivisti.

Negli ultimi mesi sono stati soprattutto giovanissimi a commettere violenze efferate sulle donne. Significa che non c’è alcuna speranza di cambiamento delle nuove generazioni?

Rispetto alla violenza i giovani maschi sono uguali agli uomini adulti. Quindi evidentemente non c’è stato un cambiamento sociale e culturale. La violenza è un problema strutturale che appartiene potenzialmente a tutti gli uomini in quanto parte dello stesso sistema maschilista fondato sul potere e sul controllo; esiste la violenza perché esiste la discriminazione di genere. Non a caso la violenza è più diffusa nelle regioni italiane del nord e nei paesi del nord Europa dove le donne sono più emancipate; le donne con uno status più elevato sono più a rischio perché mettono in discussione il sistema maschilista.

E’ cambiato il modo in cui le donne reagiscono alla violenza?

Le donne sono più consapevoli, escono prima dalla violenza quando è grave e agita fisicamente, ma continuano a subire a lungo altri tipi di violenza come quella psicologica o economica. Tuttavia una donna che ha meno opportunità economiche e sociali esce con più difficoltà da una relazione anche se è molto violenta. Il punto è che si pensa ancora alla donna come un soggetto fragile o vulnerabile, e come tale viene trattata in alcuni centri. Una metodologia assolutamente sbagliata perché rischia di vittimizzare le donne facendole sentire “sfortunate” o “deboli” mettendole nello stato di “minorità” in cui di fatto cercano di metterle gli uomini violenti. La violenza colpisce trasversalmente tutte le donne perché è agita trasversalmente da tutti gli uomini, quindi le donne non vanno colpevolizzate. Il modo legittimo di sostenere la donna nel percorso di fuoriuscita dalla violenza è quello di lavorare sulle sue potenzialità e sulla sua forza, non sulla sua debolezza. Per questo è fondamentale che siano le donne a lavorare sulle donne e la relazione tra donne e il sentirsi parte di un gruppo di pari è parte integrante del lavoro.

Che lavoro si fa o si dovrebbe fare con gli uomini violenti?

Con gli uomini si attua un lavoro di sensibilizzazione; attraverso la prevenzione si possono scardinare gli stereotipi, dalla formazione scolastica alle campagne di comunicazione, smettendola con la mercificazione e la denigrazione delle donne nei media. Si può cominciare dalla prima infanzia con l’educazione alle differenze, non a caso con la Coop. Eva abbiamo aperto un nido che si chiama “Educare alla differenza” e sperimenta nuove metodologie pedagogiche. In Italia esistono dei “Centri per uomini maltrattanti”, ma bisogna dire che se non si parte dalla presa di responsabilità degli uomini su ciò che hanno commesso e dalla consapevolezza di se, si ottengono pochi risultati per questo non credo ai percorsi imposti che spesso sono chiesti dagli avvocati per ottenere gli sconti di pena. In un convegno organizzato a maggio dall’associazione Maschile Plurale è emerso che anche il lavoro in carcere sugli stupratori non dà un’evidenza di dati: chi segue dei percorsi psicologici in taluni casi non agisce più fisicamente la violenza, ma difficilmente riesce a modificare profondamente il proprio atteggiamento che fa lega sulla discriminazione.

In una società in cui non esistono sufficienti servizi per le donne è più difficile uscire dalla violenza?

Certo. Nel momento in cui viene impoverito il sistema dei servizi del welfare tutto il lavoro di cura della casa e della famiglia ricade sulle spalle delle donne. Di fatto mancano risposte concrete e il welfare è troppo povero di risorse: non c’è un sistema di aiuto per la conciliazione del lavoro fuori e dentro casa. Per fortuna a livello nazionale si inizia a prestare attenzione al problema dell’inserimento lavorativo essenziale se si vuole dare alle donne la possibilità concreta di uscire dalla violenza.

(intervista di Alessandra Del Giudice per napolicittasolidale.it)

@nelpaeseit

 

L'ultima modifica Giovedì, 05 Ottobre 2017 09:50
Redattore Campania

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