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Venerdì, 15 Dicembre 2017

"LA NAVE DOLCE" DEL NUOVO CINEMA SOCIALE

Scritto da  Giuseppe Manzo Nov 06, 2012

Dopo "Cesare deve morire" dei fratelli Taviani, il cinema italiano sforna un'altra pellicola d'autore e volge lo sguardo verso uno dei principali eventi sociali del nostro Paese: lo sbarco di 20mila albanesi nel porto di Brindisi il 7 agosto del 1991. "La nave dolce" di Daniele Vicari esce nelle sale il prossimo 8 novembre. Per il nostro giornale lo ha visto Enzo Berardi: un film da vedere senza indugio. Ecco la sua recensione.

 

Non so da che parte iniziare a scrivere dell’ultimo film di Daniele Vicari “La nave dolce”. Un film che non lascia indifferenti, per adoperare un eufemismo, che mi ha fatto vergognare due volte: come uomo e come italiano. Il film racconta l’incredibile storia iniziata il sette agosto millenovecentonovantuno, quando circa ventimila albanesi prendono d’assalto il mercantile Vlora, ormeggiata a Durazzo per attività di scarico, costringendo il comandante a fare rotta sull’Italia. La tarda mattina dell’otto agosto la nave, dopo essere stata respinta al porto di Brindisi, attracca a Bari. Qui gli albanesi convinti di aver raggiunto il paradiso si ritrovano a vivere giorni d’inferno. Giorni che offendono la dignità umana, nei quali sono stati sospesi i più elementari diritti umani. All’epoca l’Italia era governata dal VII Governo Andreotti, Ministro degli Interni era Vincenzo Scotti, Presidente della Repubblica era Francesco Cossiga, che si distinguerà in questa occasione per il violento attacco che rivolgerà ad Enrico Dalfino allora Sindaco di Bari, democristiano come gli altri tre, per non essersi attenuto alle ferree direttive del governo ed aver provato ad alleviare le sofferenze delle migliaia di albanesi, deportate dalle banchine del porto e rinchiuse come bestie nello stadio della città. Il film, ricco di immagini di repertorio, a distanza di venti anni racconta questa storia attraverso le testimonianze di alcune persone che erano su quella nave, a cominciare dal comandante. Le immagini mostrano la Vlora gremita all’inverosimile che naviga nel mar Ionio e si avvicina a Bari, mentre le voci dei testimoni raccontano la spontaneità, la vertigine collettiva che ha dato il là a questa odissea. Sulla nave migliaia di persone si sono imbarcate come Pinocchio è salito sulla carrozza che lo portava nel Paese dei Balocchi. Sulla Vlora si ricostituiscono famiglie i cui componenti sono saliti a bordo all’insaputa l’uno dell’altro, ma sulla quale viaggiano anche centinaia di delinquenti che, soprattutto nei momenti più disperati, angariano e terrorizzano le migliaia di loro concittadini allo stremo. Migliaia di persone arrivate in Italia con solo gli abiti che indossavano uscendo di casa, all’urlo di “Italia! Italia!”, convinti di arrivare in quel Paese della ricchezza e della libertà che avevano immaginato, illusi dalle televisioni italiane che le parabole avevano catapultato nelle loro case. Questo entusiasmo della fuga fa rabbia per l’ingenuità collettiva ostentata, che però in alcuni casi nasconde le piccole furbizie individuali finalizzate a procurare vantaggi personali o per il proprio gruppetto a discapito di tutti gli altri. Solidarietà c’è stata da parte della cittadinanza di Bari e delle istituzioni locali, non c’è stata certamente da parte del governo, il cui ordine perentorio è stato di rinchiudere gli albanesi nello stadio in attesa delle operazioni di rimpatrio. I giorni che separano la reclusione nelle stadio dal rimpatrio sono giorni allucinanti, dallo stadio scappano anche le forze dell’ordine bloccando le uscite con i camion e lanciando le insufficienti derrate alimentari dagli elicotteri come si potrebbe fare in una gabbia dello zoo. Sono sequenze che si susseguono come raffiche di pugni nello stomaco che lasciano senza fiato, che fanno montare una rabbia che vorrebbe urlare, che procurano un senso di impotenza e di vergogna incontenibile. Viene da chiedersi come mai quei politici non siano stati chiamati a rispondere del loro crimine contro l’umanità, perché di questo si è trattato, di fronte ad un tribunale internazionale.

Daniele Vicari mescolando sapientemente documenti visivi e brani di finzione, rende la crudezza del reale poeticamente senza indulgere nella poesia. Un film da vedere senza indugio, pronti ad uscire dal cinema frastornati ed offesi dalla meschina arroganza di una politica che si richiama ai valori cristiani.

Enzo Berardi

Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

Giornalista, Direttore nelpaese.it

Sito web nelpaese.it

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