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Sabato, 25 Novembre 2017

SOS GAZA: REGGIO EMILIA RACCOGLIE 16MILA EURO. E AMNESTY PUBBLICA NUOVO RAPPORTO

Scritto da  Giuseppe Manzo Ott 05, 2014

La campagna "Sos Gaza-Acqua per Gaza", lanciata lo scorso agosto a Reggio Emilia da Boorea, in concomitanza con i bombardamenti su Gaza, per raccogliere fondi a favore del progetto della ong Gvc per garantire l'accesso all'acqua a decine di migliaia di persone della Striscia, ha prodotto fino a oggi la raccolta di 16.000 euro. Intanto Amnesty pubblica il rapporto "Famiglie sotto le macerie".

Sono stati donati 6.000 euro da aziende cooperative e istituzioni (come Coopservice, Coop Consumatori Nordest, Assofood-Unipeg, Sicrea, Transcoop, Unieco, Fondazione Ivano Barberini e Museo Cervi) e cittadini, anche attraverso cene di solidarietà, come quella dei giovani di SEL al circolo Arci Stranieri, e altre iniziative di raccolta fondi ad hoc. Ben 10.000 euro sono stati donati
nei giorni scorsi dalle Farmacie Comunali Riunite.

"A nome di Gvc e delle comunità palestinesi nelle quali operiamo, ringrazio Boorea per questa mobilitazione solidale, le cooperative che hanno aderito all'appello, le istituzioni tutte che ci hanno sostenuto e i singoli cittadini - afferma Dina Taddia, neo Presidente di Gvc - La comunità reggiana si dimostra ancora una volta solidale e altruista verso quella parte del mondo privata dei propri diritti e della propria dignità".

"E la campagna non è ancora finita - aggiunge Luca Bosi, presidente di Boorea - Ma il risultato raggiunto è importante, e dimostra che anche in periodi di crisi come quello attuale la generosità dei reggiani è sempre grande. Un ringraziamento particolare va al Comune di Reggio Emilia e alla sua azienda speciale, Farmacie Comunali Riunite - continua Luca Bosi - La loro donazione si iscrive nella storia più nobile della nostra città, quella della solidarietà internazionale con i popoli che più soffrono, che vede Reggio Emilia in prima fila da almeno quaranta anni. In un mondo sconvolto da guerre feroci -conclude il presidente di Boorea - c'è sempre più bisogno di solidarietà e di capacità di dialogo".

Anche il sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi commenta con soddisfazione gli esiti della campagna di solidarietà: "La città di Reggio Emilia è da sempre sensibile alle tematiche di solidarietà e cooperazione internazionale. In questo ambito - aggiunge il sindaco Luca Vecchi - si situa Fcr che con la sua adesione convinta a questa campagna di raccolta fondi "Sos per Gaza" testimonia, ancora una volta, di essere un attore importante di significative iniziative pubbliche. Attraverso azioni di questo tipo, Fcr interpreta in modo profondo la propria mission sociale che da più di 100 anni la caratterizza. Voglio ringraziare quindi, a nome di tutta la città, tutti coloro che si sono adoperati per raggiungere questo importante risultato."

I fondi raccolti saranno inviati nei prossimi giorni al Gvc, che già dal 10 agosto, subito dopo la fine dei bombardamenti, è rientrato a Gaza, con il personale italiano della ong che si è immediatamente messo al lavoro insieme ai colleghi palestinesi. Nel solo primo mese dopo la cessazione delle ostilità, gli operatori di Gvc, nell'ambito di un più ampio intervento che vede anche il coinvolgimento di Unicef, hanno distribuito acqua a 43.000 mila persone a Gaza nella Middle Area, con una media di distribuzione di 116m3 al giorno, in 6 differenti municipalità della Striscia. L'acqua, distribuita prevalentemente da camion e tanks, viene prima analizzata per campioni per garantire la distribuzione di acqua di buona qualità.
Nel frattempo Gvc ha avviato un ulteriore intervento per il ripristino della rete idrica che provvederà al fabbisogno di circa 105.000 persone. Reggio Emilia è la città in Italia che più ha contribuito, a oggi, alla campagna di Gvc "SOS Gaza".

Il rapporto Amnesty "Famiglie sotto le macerie"

Il rapporto, intitolato "Famiglie sotto le macerie", analizza otto casi in cui, durante l'operazione Margine protettivo, le forze israeliane hanno attaccato senza preavviso abitazioni familiari, causando almeno 104 morti, tra cui 62 bambini. Il rapporto evidenzia uno schema di attacchi frequenti con bombe lanciate dagli aerei per radere al suolo abitazioni civili, in cui in alcuni casi sono rimaste uccise intere famiglie. "Le forze israeliane hanno ignorato sfacciatamente le leggi di guerra compiendo una serie di attacchi contro le abitazioni civili e mostrando una profonda indifferenza per le stragi causate" – ha dichiarato Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

"Il nostro rapporto denuncia uno schema di attacchi contro le abitazioni civili da parte delle forze israeliane, con uno sconvolgente disprezzo per le vite dei palestinesi, che non hanno avuto alcun preavviso e alcuna possibilità di fuga" – ha proseguito Luther. Il rapporto di Amnesty International contiene numerose testimonianze di sopravvissuti che hanno descritto l'orrore di scavare tra la polvere e le macerie delle loro case distrutte, alla ricerca dei corpi dei bambini e degli altri parenti.

In alcuni dei casi documentati nel rapporto, Amnesty International ha identificato possibili obiettivi militari. Tuttavia, la devastazione di vite e proprietà personali è stata in tutti i casi sproporzionata rispetto al vantaggio militare ottenuto con gli attacchi. "L'eventuale presenza di un combattente in una delle abitazioni private colpite non avrebbe assolto Israele dall'obbligo di prendere tutte le precauzioni possibili per proteggere le vite dei civili intrappolati nei combattimenti. Gli attacchi ripetuti e sproporzionati contro le abitazioni dimostrano che le attuali strategie militari israeliane sono profondamente viziate e fondamentalmente in contrasto coi principi del diritto internazionale umanitario" – ha commentato Luther.

Nel più sanguinoso degli attacchi documentati nel rapporto, contro il palazzo al-Dali, un edificio di tre piani di Khan Yunis, sono morte 36 persone – tra cui 18 bambini – appartenenti a quattro famiglie. Israele non ha spiegato le ragioni dell'attacco ma Amnesty International ha identificato possibili obiettivi militari all'interno dell'edificio. Il secondo peggiore attacco è stato contro un membro delle Brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas, che si trovava all'esterno dell'abitazione della famiglia Abu Jame', nei pressi di Khan Yunis. L'attacco ha raso al suolo l'edificio uccidendo 25 civili, tra cui 19 bambini.

A prescindere dall'obiettivo che si voleva colpire, in entrambi i casi si è trattato di attacchi enormemente sproporzionati. Secondo il diritto internazionale umanitario, quando divenne evidente che negli edifici si trovava un gran numero di civili, ciascun attacco avrebbe dovuto essere cancellato o rinviato. Le autorità israeliane non hanno fornito alcuna giustificazione per questi attacchi. In alcuni dei casi menzionati nel rapporto, Amnesty International non è riuscita a identificare alcun possibile obiettivo militare, giungendo alla conclusione che si sia trattato di attacchi diretti e deliberati contro civili od obiettivi civili, che costituirebbero crimini di guerra.

In tutti i casi illustrati nel rapporto, chi si trovava nelle abitazioni non ha ricevuto alcun preavviso. Se fosse stato dato, si sarebbero evidentemente potute evitare così tante perdite di vite umane. "È tragico pensare che queste morti avrebbero potuto essere evitate. Sta alle autorità israeliane spiegare perché abbiano deciso di abbattere deliberatamente abitazioni piene di civili, quando avevano l'obbligo di ridurre al minimo i danni ai civili e avevano i mezzi per farlo" – ha sottolineato Luther.

Il rapporto di Amnesty International mette in luce le catastrofiche conseguenze degli attacchi israeliani contro le abitazioni, in cui è andata distrutta la vita di intere famiglie. Alcune delle abitazioni attaccate erano piene di parenti che erano fuggiti da altre zone di Gaza in cerca di riparo. I sopravvissuti all'attacco contro l'abitazione della famiglia al-Hallaq, a Gaza City, hanno riferito ad Amnesty International le orribili scene dei corpi smembrati nella polvere e nel caos, dopo che l'edificio era stato centrato da tre missili.

Khalil Abdel Hassan Ammar, un dottore del Centro medico palestinese e abitante nell'edificio, ha raccontato:"Era terribile, non riuscivamo a salvare nessuno. Tutti i bambini erano bruciati, non riuscivo a riconoscere i miei da quelli dei vicini. Abbiamo caricato chi potevamo sulle ambulanze. Ho riconosciuto Ibrahim, il più grande dei miei figli, dalle scarpe che portava. Gliel'avevo comprate due giorni prima..."

Ayman Haniyeh, uno dei vicini, ha descritto il trauma della ricerca dei sopravvissuti: "Tutto ciò che ricordo sono le parti dei corpi, denti, teste, braccia, organi interni, tutto fatto a pezzi e sparpagliato". Un'altra sopravvissuta ha raccontato di aver raccolto e portato via in una borsa i "brandelli" del corpo di suo figlio. Finora, Israele non ha riconosciuto neanche uno degli attacchi descritti nel rapporto e non ha risposto alle richiesta di Amnesty International di fornire chiarimenti sulle ragioni di tali attacchi.

Durante l'ultimo conflitto, almeno 18.000 abitazioni sono state distrutte o rese inabitabili e oltre 1500 civili palestinesi – tra cui 519 bambini – sono stati uccisi dagli attacchi israeliani. I gruppi armati palestinesi hanno a loro volta commesso crimini di guerra, lanciando contro Israele migliaia di razzi indiscriminati, che hanno ucciso sei civili tra cui un bambino.

"Ora è veramente importante che chi ha commesso violazioni del diritto internazionale umanitario sia chiamato a renderne conto. Le autorità israeliane devono fornire risposte. La comunità internazionale deve agire con urgenza per porre fine al perenne ciclo di gravi violazioni e completa impunità" – ha chiarito Luther. Poiché le autorità israeliane e palestinesi non sono state in grado di indagare in modo indipendente e imparziale sulle denunce di crimini di guerra, è fondamentale che la comunità internazionale sostenga la necessità del coinvolgimento della Corte penale internazionale (Icc).

Pertanto, Amnesty International rinnova la richiesta a Israele e alle autorità palestinesi di accedere allo Statuto di Roma e di autorizzare l'Icc a investigare sui crimini commessi in Israele e nei Territori palestinesi occupati. L'organizzazione per i diritti umani chiede inoltre al Consiglio di sicurezza di deferire all'Icc la situazione di Israele e nei Territori palestinesi occupati in modo che la procuratrice possa investigare sulle denunce di crimini di diritto internazionale attribuiti a tutte le parti coinvolte.

Israele continua a negare l'accesso a Gaza alle organizzazioni internazionali per i diritti umani, compresa Amnesty International, che pertanto ha dovuto condurre le sue ricerche a distanza, assistita da due operatori presenti sul campo. Israele ha anche reso noto che non collaborerà con la Commissione d'inchiesta istituita dal Consiglio Onu per i diritti umani. "Non consentire un monitoraggio indipendente sui diritti umani a Gaza sa di uno smaccato tentativo, deliberatamente orchestrato, di coprire le violazioni o nasconderle allo scrutinio internazionale. Per dimostrare il suo impegno in favore dei diritti umani, Israele deve cooperare pienamente con la Commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite e consentire l'immediato accesso a Gaza alle organizzazioni internazionali per i diritti umani come Amnesty International" – ha concluso Luther.

Redazione

@nelpaeseit

L'ultima modifica Mercoledì, 26 Luglio 2017 13:56
Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

Giornalista, Direttore nelpaese.it

Sito web nelpaese.it

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