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Sabato, 25 Novembre 2017

DIECI ANNI DI SPRAR: IL PUNTO SULL'ACCOGLIENZA A ROMA

Scritto da  Redazione Lug 21, 2015

A oltre dieci anni dalla legge che istituisce lo Sprar, una tavola rotonda fa il punto sul sistema di accoglienza a Roma. "Non ci può essere accoglienza separata dall'integrazione", è stato detto, perché il concetto di integrazione è profondo e non si esaurisce in misure meramente assistenziali.

Al 21 luglio 2015, sono 85.361 i migranti sbarcati in Italia. Il dato è stato fornito dal prefetto Mario Morcone, in audizione oggi in Commissione Migranti. Il trend, ha specificato, è perfettamente in linea con quello del 2014, e "consentirà di restare al di sotto della pianificazione nazionale che ci faceva temere di superare le 200mila persone. Queste sono invece 170mila". Il prefetto ha poi messo in luce come ci siano "ancora delle insufficienze per quanto riguarda la distribuzione regionale".

Roma si conferma uno dei poli maggiormente attraenti per gli immigrati che arrivano in Italia. Nel 2014 sono oltre 363mila i cittadini di origine straniera iscritti all'anagrafe. La maggior parte di essi (714.440) provengono dalla Romania, seguiti poi da filippini (32.593) e bangladesi (23.938).

Ma dopo oltre dieci anni dalla legge 189/2002 che istituiva lo Sprar (Servizio di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), qual è la situazione del sistema di accoglienza nella capitale? In occasione del decimo anniversario dell'attività della cooperativa sociale Programma Integra, si è svolto ieri 20 luglio presso il Centro cittadino per le migrazioni, l'asilo e l'integrazione, un incontro-dibattito per analizzare cosa è stato fatto finora e cosa bisogna ancora fare per sostenere i percorsi dei migranti nella città di Roma.

Una tavola rotonda a cui hanno partecipato operatori sociali ed esperti delle tematiche dell'immigrazione, tra cui Daniela di Capua del Servizio centrale Sprar, Simone Andreotti dell'associazione In Migrazione, Lorenzo Chialastri dell'area immigrati della Caritas Roma e Pietro Benedetti del Centro Astalli.

L'accento è stato posto sul concetto di integrazione e sulla necessità che questo non sia considerato in modo separato da quello dell'accoglienza. I due fattori, infatti, devono essere complementari e interdipendenti, per far sì che una volta usciti dalla prima accoglienza, i migranti non siano lasciati da soli. Per questo, ha ricordato la presidente di Programma Integra Valentina Fabbri, è preferibile utilizzare il termine "accoglienza integrata".

Secondo Simone Andreotti, è una "barriera ideologica e culturale" quella che fa vedere l'integrazione come una fase successiva all'accoglienza. Questa visione produce l'effetto negativo di frammentare gli interventi: "negli anni si è passati dall'assenza di un sistema di accoglienza a una serie di sistemi incompatibili tra loro; a non cambiare è l'anello debole dell'Italia: la prima accoglienza, e la logica per cui finché si è richiedenti asilo (e non ancora con lo status di rifugiati), non valga la pena sprecare risorse".

Per Daniela Di Capua, lo Sprar ha recentemente compiuto dei notevoli passi in avanti per rispondere alle esigenze poste da un trend in forte crescita di rifugiati e richiedenti asilo in Italia, riuscendo ad ampliare a livello nazionale i posti di accoglienza da 3mila a 20mila. Per quanto riguarda il territorio di Roma, invece, i posti sono aumentati da 1.200 a oltre 3mila.

"I progetti Sprar sono approvati tramite bandi e rispondono a criteri molto rigidi; purtroppo lo Sprar è uno dei tanti ambiti in cui la criminalità, come è emerso nei fatti di Roma, ha potuto inserirsi, ma si tratta di problemi di controllo amministrativo e procedurale. Ci sono degli ottimi progetti anche a Roma", ha continuato Di Capua, "nonostante qui la situazione sia più difficile".
Il sistema di accoglienza in Italia e a Roma ha bisogno di comprendere, ha detto ancora, qual è il suo vero obiettivo: "non si può pensare che le persone escano dall'accoglienza con un lavoro e una casa. Una parte ci riesce, ma lo scopo è fornire ai rifugiati e richiedenti asilo strumenti per la conoscenza della realtà in cui si trovano, dare prospettive, anche dei problemi che dovranno affrontare".

"L'accoglienza integrata", ha concluso Di Capua, "è un processo che passa attraverso la presa in carico e consente alle persone di sentirsi a proprio agio nel nostro Paese, cioè di non sentirsi un'isola, anche nelle difficoltà".

 

Giovanna  Carnevale

@nelpaeseit

 

Redazione

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