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Venerdì, 25 Maggio 2018

CARA DI MINEO: "LASCIATECIENTRARE" TORNA A VISITARE IL CENTRO

Scritto da  Redazione Set 19, 2017

Il C.A.R.A. di Mineo rimane una struttura enorme anche se i numeri sono leggermente diminuiti. Al momento la popolazione del centro è di 2987 ospiti e 375 dipendenti

 

 

La Campagna LasciateCIEntrare torna al Cara di Mineo. Dopo l’inchiesta giudiziaria relativa a Mafia Capitale il centro per i rifugiati è commissariato. Dopo la vicenda il Consorzio di cooperative Sisifo è uscito dalla gestione e ha deciso di non partecipare alla nuova gara di appalto che deve essere pubblicata.

 

“Ritorniamo al centro di accoglienza curiosi di capire anche che cos'è cambiato nella qualità della vita degli ospiti dall'ultima nostra visita del 24 agosto 2015.

Il personale ci accoglie nell'ufficio del nuovo direttore l'ing. Giuseppe Di Natale. Ci corre l'obbligo di segnalare che quasi tutta la visita è stata ripresa dai dipendenti del C.A.R.A. Il Direttore ha giustificato questa sua disposizione per la tutela della sua immagine e dei suoi interessi, a causa di situazioni pregresse in cui giornalisti di note trasmissioni televisive nazionali avrebbero manipolato e distorto le sue affermazioni”.

Così inizia il racconto degli attivisti della Campagna che raccontano molti aspetti negativi sull’attuale gestione della struttura. “La struttura rimane giuridicamente ancora un C.A.R.A. - afferma il nuovo direttore - nonostante nella recente relazione d'inchiesta parlamentare su C.I.E. e C.A.R.A., si dichiari che la struttura di Mineo sia censita come un centro di prima accoglienza”.

“Di Natale ci spiega i passaggi di carattere tecnico amministrativo – continua la nota - a tratti piuttosto complicati e difficili da seguire, che hanno portato alla sua nomina come amministratore. Prima di quest'incarico egli era un amministratore giudiziario con il compito di vigilare sull'impresa Pizzarotti, costruttrice e proprietaria della struttura. Di Natale viene eletto poi amministratore delegato del consorzio "Nuovo CARA di Mineo" per sostenere e coadiuvare l'azione del presidente del consorzio il Prof. Giuseppe Caruso, Commissario Straordinario e docente di economia dell'Università di Catania. In una fase successiva con l'A.N.A.C. la procura e attraverso Giuseppe Caruso, viene nominato Direttore il suddetto Di Natale”.

Durante il colloquio più volte è stata affermata e ribadita “la presenza delle istituzioni nella nuova gestione del centro”. Il Ministero dell'Interno, infatti, ha una sede permanente all'interno del C.A.R.A. che ha il compito di svolgere una missione ministeriale di controllo in sinergia con la Prefettura. “Tutti i fornitori, ribadisce più volte il neo direttore, sono rigorosamente sottoposti a controlli antimafia. Solo due delle sette cooperative che si occupano del centro sono sottoposte ad amministrazione controllata”.

 

Gli alloggi

 

“Di Natale ci dice che attualmente gli alloggi vengono distribuiti secondo due criteri " quello distributivo e quello dell'etnia". Vi sono poi gli spostamenti, condivisi con gli ospiti, che tengono conto dei nuclei familiari e dei rapporti di amicizia stretti all'interno del C.A.R.A.. Uno dei Vice-Direttori presenti afferma che la direzione esegue un attento monitoraggio degli alloggi. Il Direttore, aggiunge prontamente e perentoriamente, che "il C.A.R.A. non è un centro di detenzione" e che lui "non assegna celle". Tuttavia l'enfasi con la quale ci informa degli efficaci metodi di controllo "sia randomici che puntuali" appare in contrasto con le precedenti affermazioni. Inoltre, non essendo stati autorizzati ad entrare negli alloggi, non abbiamo potuto verificare le reali condizioni”.

In merito al pocket money, la direzione sta vagliando l'ipotesi, anche in seguito alla recente protesta, “di versarlo in una carta prepagata utilizzabile per l'acquisto di prodotti nel market interno al CARA. Fino ad ora la distribuzione del pocket money sembra aver privilegiato sigarette e schede telefoniche”.

La vita all'interno del C.A.R.A. ci viene presentata come tranquilla. Si eleggono democraticamente i rappresentanti delle comunità. Come l'ultima volta, anche stavolta, la delegazione si ferma in mensa a pranzo per socializzare con i migranti, ma a differenza dell'ultima volta “abbiamo l'impressione che i migranti siano diffidenti nei nostri confronti, come se avessero paura a parlare con noi”.

 

“Nella mensa abbiano notato che alcuni preferiscono consumare le pietanze fuori dalla mensa portandole via in buste di plastica (Dove? Forse nelle loro casette). Osserviamo inoltre, che nella mensa non ci sono le donne; dove mangiano? Insistiamo che sarebbe meglio far cucinare ai/lle migranti ciò che preferiscono nelle loro case. Attualmente questo non è possibile perché è previsto nell'appalto il catering per 3000 persone. Di Natale ci dice che sarebbe pericoloso far cucinare dentro gli alloggi. L'osservazione del direttore può essere condivisibile quando però si prevedono tempi brevi di permanenza. Nel C.A.R.A. di Mineo le persone spesso (con dati alla mano) hanno vissuto per un lungo periodo e sono stati privati di un momento di normalità e condivisione come quella del pranzo”.

 

“Dopo pranzo visitiamo la moschea e le aree comuni. Lo stesso Direttore ci ha tenuto a farci vedere  la recinzione simile ad una gabbia che avrebbe dovuto delimitare l'area hotspot per 1000 persone e che avrebbe diviso i migranti in quelli di serie A e in quelli di serie B. In nessun caso l'hotspot non verrà realizzato”.

 

Numeri e isolamento: le criticità maggiori

 

Il C.A.R.A. di Mineo rimane una struttura enorme anche se i numeri sono leggermente diminuiti. Al momento la popolazione del centro è di 2987 ospiti e 375 dipendenti. “Più volte il direttore ha ribadito che la struttura non è sovradimensionata perché le gare di appalto prevedono la presenza di 3000 ospiti. Ci è sembrato di capire che, anche se i controlli sulle presenze effettive dei migranti nel C.A.R.A. sono più rigorosi, l'appalto per la mensa prevede 3000 pasti al giorno, a prescindere dalle presenze effettive. Il personale del C.A.R.A. è rimasto lo stesso di prima. Riconosciamo alcuni dei vecchi dipendenti che lavorano attualmente nella direzione”.

 

“Il Direttore ci dice che parte degli ospiti proviene dagli sbarchi. I rilievi dattiloscopici avvengono al porto, mentre la compilazione del modello C3 avverrebbe all'interno del CARA. I tempi di una procedura di richiesta d'asilo sembrerebbero migliorati ma quelli dei ricorsi sono ancora lenti. I ricorrenti pertanto continuano a rimanere nel centro perché ne hanno diritto. La popolazione del Cara viene accompagnata a Catania e a Siracusa dove lavorano le commissioni addette ad esaminare le richieste. Osserviamo che nei primi anni (2011/2013) le commissioni esaminavano le richieste dentro il C.A.R.A. ed a quei tempi gli ospiti non superavano le 2000 presenze”.

 

“Ci assicurano che il personale del centro è sempre disponibile ad andare incontro alle esigenze degli ospiti accompagnandoli ovunque loro desiderino. In merito abbiamo qualche perplessità. É evidente che una delle maggiori criticità del C.A.R.A. è l'isolamento. Non ci sono mezzi pubblici che lo colleghino ai vicini centri abitati. Ci chiediamo dubbiosi come si faccia realmente ad accontentare 3000 ospiti, che hanno la necessità di spostarsi, solamente con mezzi del centro.

 

Il C.A.R.A. ospita anche molti siriani ed eritrei in attesa di Relocation. I funzionari di Easo si occupano delle pratiche di ricollocamento. “A tal proposito il direttore sottolinea che, nonostante il grande lavoro d'informazione, almeno il 40 percento di siriani ed eritrei abbandona il centro a causa dei lunghi tempi di attesa preferendo trovare soluzioni autonome”.

Alla fine dell'ispezione, durante la quale si sono susseguite rassicurazioni sul rapido superamento delle criticità del C.A.R.A., “il dato più sconcertante rimane la totale contrapposizione fra le valutazioni della Commissione parlamentare d'inchiesta, che in un documento redatto dopo le ispezioni ha chiesto la chiusura immediata del C.A.R.A. e le valutazioni dell'ing. Di Natale e dei suoi collaboratori, per i quali il centro è un modello, anche se perfettibile, di accoglienza, destinato a durare nel tempo”.

Invece per la Campagna LasciateCIEntrare “il CARA, anche alla luce di quest'ultima ispezione, rimane un esperimento di segregazione dei/delle richiedenti asilo. Da quanto osservato facendo un confronto fra la prima visita nel 2015 e quella attuale, pensiamo che le condizioni siano più somiglianti ad un ghetto che a un'esperienza d'integrazione. Le persone sono costrette ad uno stile di vita pensato per un breve periodo. Nei fatti dietro questa macchina che tende alla perfezione si perpetua una gestione segregativa e lontana dalla possibilità di creare luoghi in cui i richiedenti asilo possano realmente integrarsi nel paese in cui ricevono la protezione internazionale”.

 

@nelpaeseit

L'ultima modifica Martedì, 19 Settembre 2017 14:29
Redazione

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