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Sabato, 16 Dicembre 2017

Articoli filtrati per data: Martedì, 10 Ottobre 2017 - nelPaese.it

L'Italia attraversa una fase particolarmente delicata dei fenomeni migratori; si è passati ormai da diversi anni dall'epoca delle migrazioni per lavoro e - successivamente - per famiglia a quella caratterizzata da nuovi flussi sempre più spesso motivati dalla ricerca di asilo politico e protezione internazionale.

Durante il 2016 sono stati rilasciati 226.934 nuovi permessi, il 5% in meno rispetto all'anno precedente. Il calo ha di nuovo riguardato soprattutto le migrazioni per lavoro (12.873) – diminuite del 41% rispetto al 2015 – che rappresentano ormai solo il 5,7% dei nuovi permessi.

Continua, invece, la rapida crescita dei nuovi permessi per motivo di asilo e protezione umanitaria che raggiungono il massimo storico (77.927, il 34% del totale dei nuovi permessi). Nigeria, Pakistan e Gambia sono le principali cittadinanze delle persone in cerca di asilo e protezione internazionale; insieme queste tre coprono il 44,8% dei flussi in ingresso per ricerca di asilo e protezione internazionale.

I nuovi flussi non sempre però danno luogo a una presenza destinata a radicarsi sul territorio. Ad esempio tra i migranti giunti in Italia nel 2012, solo il 53,4% è ancora presente al 1° gennaio 2017. I cittadini non comunitari regolarmente presenti al 1° gennaio 2017 sono 3.714.137. Da sempre il mosaico delle nazionalità nel nostro Paese è particolarmente variegato, le prime dieci cittadinanze coprono il 61,6% delle presenze. I paesi più rappresentati sono Marocco (454.817), Albania (441.838), Cina (318.975), Ucraina (234.066) e Filippine (162.469).

Le prime dieci collettività per numero di presenze registrano tra il 2016 e il 2017 un decremento. La flessione più rilevante interessa quelle di più antico insediamento come il Marocco e l'Albania, che perdono rispettivamente 55.633 e 41.121 permessi. La diminuzione è in gran parte riconducibile al crescente numero di acquisizioni di cittadinanza ed è perciò un segnale di stabilizzazione sul territorio.

Pubblicato in Nazionale

Secondo week end di ottobre ed è come sempre Terra di Tutti Film Festival: al cinema Lumière a Bologna, e a Firenze al Festival dei Popoli con il concorso Meridiano Zero, tornano i documentari di cinema sociale grazie alla manifestazione organizzata dalle ong GVC e COSPE onlus, giunta all’undicesima edizione. Venti film per i 4 premi, più 15 film fuori concorso. I temi principali, I conflitti in Medio Oriente, le migrazioni e l’emergenza rifugiati, verranno analizzati anche dal punto di vista della loro rappresentazione mediatica nell’incontro Media&Migrations (giovedì 12 ottobre). Varie le sezioni speciali dedicate alle donne, le cui storie e volti rimangono troppo spesso invisibili tra gli invisibili.

Si inaugura con un aperitivo aperto al pubblico venerdì 13 ottobre alle 18, alla presenza degli assessori Mezzetti della Regione Emilia Romagna e Zaccaria del Comune di Bologna. Voci dal mondo invisibile è il tema scelto dall undicesima edizione del Terra di Tutti Film Festival (dal 13 al 15 ottobre), che raddoppia premi,  collaborazioni e location. Oltre a Bologna infatti, sede principale dell’edizione 2017 come sempre al Cinema Lumière, quest’anno il TTFF11 sbarca anche a Firenze, ospite del Festival dei Popoli.

“Voci dal mondo invisibile è il tema scelto per raccontare quello che siamo e quello che facciamo” spiegano Stefania Piccinelli (GVC) e Jonathan Ferramola (COSPE), dal 2007 direttori artistici del Terra di Tutti Film Festival. “Tanti come sempre i temi dei film in programmazione,  20 in concorso e 15 fuori concorso,  con un’inevitabile prevalenza delle questioni legate alle migrazioni e ai conflitti in Medio Oriente, con le altrettanti inevitabili ripercussioni in quella Fortezza Europa a cui dedichiamo come sempre la sessione inaugurale del Festival. Migranti e rifugiati, che si raccontano nelle loro vite nei campi in Giordania, Turchia o Libano, dove la condizione più difficile da sopportare è quella nella propria testa”.

Proprio per la drammatica attualità della tematica, TTFF11 parte giovedì 12 alle ore 16,00 nella Sala Poeti di Palazzo Hercolani (Strada Maggiore 45) con un incontro fra i rappresentanti delle ong che svolgono operazioni di salvataggio in mare e i giornalisti che ne informano sui media, dal titolo “Media&Migrations3. Un mare di parole, la rappresentazione mediatica dei salvataggi in mare”, promosso nell’ambito del progetto Amitié Code di cui GVC fa parte, insieme al Comune di Bologna.

“Mai come in questo periodo burrascoso per le ONG, e in generale per chi si dedica agli aiuti umanitari contro cui è stato gettato un “j’accuse” pubblico, c’è bisogno di sovrastare il chiasso di polemiche montate ad arte per coprire le voci ingombranti di chi è sempre più sfruttato e i cui diritti vengono calpestati nel mondo – Italia inclusa. Per questo abbiamo voluto riproporre l’incontro fra gli attori protagonisti di questa battaglia informativa che da mesi si sta svolgendo sui media italiani, cercando di fornire spunti e strumenti per una discussione costruttiva su una tematica molto complessa” continuano i direttori.

L’inaugurazione è prevista venerdì 13 alle ore 18 nel cortile del Lumière (via Azzo Gardino 65), con un aperitivo alla presenza di Massimo Mezzetti (assessore alla Cultura della regione Emilia Romagna) e Susanna Zaccaria (Assessora ai Diritti LGBT, Contrasto alle discriminazioni, Lotta alla violenza e alla tratta sulle donne e sui minori, Diritti dei nuovi cittadini del Comune di Bologna), da sempre sostenitori del festival. Verrà proiettato il trailer della webserie sulle migrazioni prodotta dal progetto Amitié Code.

A seguire una prima visione assoluta in Italia: il documentario "Astral" di produzione catalana, che racconta con forza e impatto narrativo di come un gruppo di volontari soccorritori nel Mediterraneo sia riuscito (e stia riuscendo), con pochi mezzi e molta forza di volontà, a portare in salvo migliaia di migranti dal naufragio in pochi mesi. A presentarlo il capitano della nave “Astral” che dà il nome al film, il cagliaritano Michele Angioni, e uno dei produttori,  Màrius Sánchez.

Sabato e domenica TTFF11 cerca di dirottare l’attenzione del pubblico su paesi e tematiche “invisibili”, cioè sui diritti negati, le purtroppo continue violenze ambientali e sociali nel mondo. Focus quindi sulla Siria, per approfondire le cause e le conseguenze del più grande conflitto del nostro secolo, e sui rifugiati, non solo siriani, e le drammatiche storie che non dovremmo mai dimenticare.  

“Siria. La rivoluzione confiscata” di Paul Moreira racconta sei anni di guerra attraverso le voci di rivoluzionari pacifici passati alle armi e poi costretti all'esilio dopo l’intervento di Al Qaeda e di Daesh, vedendo “confiscata” appunto quella rivoluzione che sognavano per il proprio paese. “The envoy- Inside Syria Peace Negotiations” della giornalista Anne Poiret (che sarà presente per introdurre il film) racconta l’operato di Staffan de Mistura, inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, nel suo tentativo di spingere l’ONU a fermare i bombardamenti sostenuti dalla Russia. Un raro e affascinante sguardo sulla diplomazia al lavoro, quando i valori di fondo di un’istituzione si scontrano con la realpolitik.

Tante le voci femminili presenti nei film in concorso, come quelle delle madri palestinesi, irachene, afgane e siriane nei campi di rifugiati in Libano nel documentario “The Mother Refugees” di Dima Al-Joundi, prodotto da Al Jazeera. O la toccante voce di Soukeina che racconta la propria terribile vita e la maternità rubata durante i 12 anni come “desaparecida” in una delle carceri illegali marocchine riservate al popolo saharawi (“Soukeina, 4400 días de noche”, di Laura Sipán Bravo). Ma anche storie di lotta al femminile, come l’incredibile storia di Hadijadatou, venduta come schiava bambina in Niger e prima donna a fare causa al proprio paese e a vincere (“Free Hadijadatou vs The State”, di Lala Gomà e Rosa Cornet, che interverranno per introdurre il film). E l’energia delle tre adolescenti di “Blooms in the concrete” delle registe francesi Karine Morales e Caroline Péricard (anche loro ospiti nelle giornate del festival), in lotta per la libertà delle donne nel loro paese, che conducono una battaglia pacifica attraverso la street art, e hanno scelto proprio le strade come palcoscenico per riconquistare questo spazio, che in Tunisia è in gran parte occupato dagli uomini, come la caleidoscopica orchestra al femminile in Afghanistan che fa da sfondo ad un racconto di 5 donne attiviste per i diritti umani (“Orchestra Progress” di Stefano Liberti e Mohammed Behroozian), un documentario realizzato da COSPE onlus nell’ambito del progetto Ahram (Afghanistan Humaqn Rights Action and Mobilization).

Protagonisti anche i conflitti dimenticati, come il conflitto endemico in Congo che fa da sfondo  “Inner Me” di Antonio Spanò (sulle donne disabili nel travagliato paese africano) a quello ambientale in America Latina, dove il land grabbing si pratica in Ecuador (“Tierra Esperanza”, di Miko Meloni e Esteban Coloma) come in Colombia, dove da decenni è in atto un vero e proprio genocidio da parte dello stato, nel nome dell’olio di palma (“Frontera Invisible”, di Nico Muzi e Nicolas Richat). Si chiude domenica 15 al Cinema Lumière, quando verranno proclamati i vincitori di questa undicesima edizione e consegnati i quattro premi, tutti da 1000€: oltre ai tradizionali Premio Lo Porto e Benedetto Senni, si aggiungono il premio “Voci di donne invisibili” offerto da Coop Alleanza 3.0 per i film dedicati ai diritti negati delle donne nel mondo, e il premio “Storie di giovani invisibili” sponsorizzato da EmilBanca, dedicato invece ai documentari che trattano temi di infanzia e gioventù.

Ma TTFF11 è molto altro ancora, come le matinée per le scuole secondarie di secondo grado venerdì e sabato, il seminario su copyleft e distribuzione indipendente a cura di Open DDB, ai laboratori per bambini a cura delle Ortiche o il comic- corner letterario in Biblioteca sabato pomeriggio, e tante altre sorprese che animeranno il cortile del Festival. Importante è anche la rete di collaborazioni con altri festival che permettono di collocare il TTFF al centro di una network internazionale che valorizza il documentario di inchiesta ed il cinema sociale, dal MediMed di Barcellona al Festival dei Popoli di Firenze passando per la prima edizione del Nazra Palestine Short Film Festival (di cui ospiteremo alcune proiezioni venerdì 13 alle 16) fino a Meridiano Zero, la rassegna cinematografica dedicata ai temi della cooperazione curata da AICS fra Bologna e Firenze.

 

Un programma molto ricco anche grazie ai volontari che quest’anno saranno più di 60, fondamentali per l’entusiasmo e la passione di un Festival che nasce proprio per aprire una finestra su un mondo non sempre bello da vedere, ma “necessario a fornire spunti e legami di significato che aiutino a capire che quello che succede alle nostre porte, nel nostro mare, e in casa nostra, mantiene una connessione molto forte con quello che succede nel mondo” concludono i direttori artistici.

 

 

Pubblicato in Cultura

Mancano meno di due settimane ai referendum per "l'autonomia di Lombardia e Veneto". Secondo il governatore Maroni, l'unica cosa che conta sarebbe recuperare parte del “residuo fiscale”, e cioè la differenza tra la spesa pubblica di cui beneficia un territorio e le entrate pubbliche attribuibili allo stesso. 

Sul portale regionale “Lombardia Speciale”, c’è una slide ad hoc (“Residuo fiscale: quello lombardo vale 54 miliardi”). Una delle fonti è Éupolis, che cita come “principale riferimento” uno studio di Banca d’Italia del 2009. Ne ha preso i dati ma ne ha rimosso le conclusioni. Che pure sono chiarissime: “I residui fiscali da noi calcolati non possono essere utilizzati per valutare il contributo dell’azione pubblica all’economia del territorio, perché una parte della spesa non tiene conto della localizzazione dei fattori produttivi e soprattutto perché la metodologia non tiene conto degli effetti secondari delle entrate e delle spese pubbliche in termini di creazione di reddito”. L'analisi completa sul numero di ottobre di Altreconomia.

Nel frattempo, però, solo in Lombardia verranno spesi per il referendum almeno 46 milioni di euro. Si voterà attraverso 24.700 “voting machine” fornite dalla società SmartMatic International Holding BV (domiciliata in Olanda, Paese a fiscalità agevolata). A metà giugno 2017 si è aggiudicata definitivamente l’appalto per il servizio di gestione del voto: 17,8 milioni di euro. In un post dell’8 agosto, lo stesso giorno dell’arrivo formale in Italia di SmartMatic, il rappresentante della società nel nostro Paese scrive: “Se uno dovesse correre nudo intorno ad un albero alla velocità della luce molto probabilmente rischierebbe di incularsi da solo. Lo stesso risultato si ottiene votando Pd”. 

La copertina del numero di ottobre di Altreconomia è dedicata alle “redazioni libere d’Europa”. A quelle testate che, dalla Spagna alla Grecia, passando per i Balcani, praticano l’informazione indipendente. Un reportage accompagna al confine tra le due Coree, nella zona demilitarizzata, dove uno sguardo diverso è possibile. Nonostante Kim Jong-un e le cicatrici profonde nel Sud appoggiato dagli USA. E l’intervista il politologo Olivier Roy, tra i più autorevoli studiosi del terrorismo internazionale. “Gli attentatori non vanno trattati come matti o fanatici -ci ha raccontato- bisogna obbligarli a spiegarsi, riportandoli alla ragione politica”. 

Infine, la scuola è di tutti. A quarant’anni dalla legge sull’integrazione scolastica degli alunni con disabilità tra i banchi, abbiamo fatto il punto sul passo successivo: l’inclusione.

 

Pubblicato in Economia sociale

"Un'accusa oltraggiosa che non si basa su alcuna nuova prova e che invece ripropone accuse assurde di terrorismo nei confronti di alcuni dei più importanti difensori dei diritti umani della Turchia". Così John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l'Europa, ha commentato la requisitoria di un pubblico ministero che ha chiesto fino a 16 anni di carcere per 11 difensori dei diritti umani, tra i quali Idil Eser e Taner Kiliç, direttrice e presidente della sezione turca dell'organizzazione per i diritti umani. 

"Questi coraggiosi attivisti languono da mesi in carcere solo perché credono nei diritti umani. Anche un singolo giorno di prigione sarebbe stato una grande ingiustizia", ha aggiunto Dalhuisen. "La richiesta del pubblico ministero non è altro che una pacchiana raccolta di insinuazioni e falsità. In effetti, è un atto d'accusa verso il sistema giudiziario turco. Il tribunale deve rigettarla del tutto e assicurare che i nostri amici e colleghi siano rilasciati immediatamente e senza condizioni", ha concluso Dalhuisen.

Pubblicato in Dal mondo
Martedì, 10 Ottobre 2017 14:40

COMING OUT DAY: LA CAMPAGNA DI ARCIGAY

Sette video per raccontare il giorno del proprio coming out e l'invito a fare altrettanto. In più, una campagna di tremila manifesti in 28 città italiane: torna anche quest'anno in occasione del Coming out Day, l'11 ottobre, la campagna promossa dalla Rete Giovani di Arcigay dal titolo #HoQualcosaDaDirvi.

Il coming out è quel momento nella vita delle persone  gay, lesbiche, bisessuali e trans in cui rivelano - agli amici, alla famiglia, nell'ambiente scolastico o di lavoro - il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere. Deriva dall'espressione inglese "coming out of the closet", letteralmente "uscire dal nascondiglio". Il Coming Out Day è la ricorrenza internazionale che celebra quell'atto e che vuole incoraggiare le persone lgbti ad uscire allo scoperto e a vivere la propria vita apertamente con coscienza e consapevolezza.

"La nostra campagna - spiega Shamar Droghetti, coordinatore della Rete Giovani di Arcigay - quest'anno ha visto la partecipazione di una ventina di volontari e volontarie di Arcigay Torino, che oltre ad essersi spesi in scatti fotografici, si sono messi in gioco per la realizzazione di una serie di video dove parlano del proprio coming out. Tanti video diversi per raccontare tante storie diverse".

I video oltre ad essere pubblicati nei prossimi giorni sulla pagina FB di Arcigay, sono presenti anche sul canale youtube e sono raccolti all'interno di una playlist nella pagina. "L'invito - prosegue Droghetti -  è quello a fare altrettanto: chiunque abbia voglia di celebrare il Coming Out Day può girare un video da pubblicare sui social, con l'hashtag #HoQualcosaDaDirvi, per raccontare la propria esperienza, per  immaginare come vorrebbe che fosse, o addirittura per fare il proprio coming out".

Inoltre, Arcigay ha predisposto l'affissione di tremila manifesti nelle città di Torino, Verbania, Cuneo, Varese, Pavia, Vicenza, Trento, Ravenna, Cervia, Faenza, Pisa, Siena, Arezzo, Latina, Caserta, Salerno, Torre Annunziata, Napoli, Verona, Bologna, Barletta, Andria, Trani, Lecce, Potenza, Pesaro, Chieti, Pescara. "Vogliamo portare il nostro sostegno a tutte le persone lgbt che nei piccoli o grandi centri del nostro Paese a volte non trovano la forza o il coraggio di fare coming out", commenta Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay.

"A quelle persone - prosegue - diciamo che la visibilità è la prima conquista e che l'invisibilità è un effetto più o meno consapevole della vergogna che il nostro mondo, in cui l'eterosessualità si dà per scontata, inietta nelle persone che eterosessuali non sono. Il coming out è una liberazione e per molti e molte che oggi lo guardano a posteriori, è un ricordo straordinario, una rinascita che vale la pena raccontare. Per questo la celebriamo e invitiamo tutti e tutte e a fare altrettanto", conclude Piazzoni.

 

Pubblicato in Parità di genere

"Punti di servizio" rivolti agli anziani ed alle loro famiglie all'interno delle Case di riposo che saranno al contempo anche aperti al territorio, con l'obiettivo di favorire la presa in carico delle persone – gli anziani ed i rispettivi familiari – in maniera personalizzata, globale e continuativa sia a livello regionale sia transfrontaliero. E' una delle azioni innovative previste dal progetto europeo "CrossCare" per affrontare l'invecchiamento della popolazione in area transfrontaliera. E' partito a Trieste il progetto guidato dalla Cooperativa sociale Itaca come ente capofila e inserito nel programma Interreg V-A Italia-Slovenia 2014-2020.

Nel corso del primo meeting tra i partner, svoltosi nella sede di Itis a Trieste, si è avviato un primo confronto su obiettivi e budget, discussa altresì l'organizzazione del kick-off previsto nelle prossime settimane sempre a Trieste, che presenterà ufficialmente al pubblico il progetto. Tra gli obiettivi principali una sorta di "riqualificazione" della Case di riposo in termini di servizi offerti, CrossCare prevede infatti l'attivazione nelle stesse di "punti di servizio anziani" per mettere in collegamento famiglie, anziani e servizi esistenti sul territorio

Il progetto europeo, come accennato, è guidato dalla Cooperativa sociale Itaca (ente capofila), in partenariato con la già citata Apsp Itis di Trieste e la Residenza per anziani Giuseppe Francescon di Portogruaro (Ve), mentre in Slovenia si aggiungono la Casa costiera del pensionato Capodistria, la società Deos e l'Irssv - Istituto nazionale sloveno per il welfare.

Ricco il valore aggiunto dei partner associati che comprendono Regione Friuli Venezia Giulia – Direzione centrale salute, integrazione socio sanitaria, politiche sociali e famiglia, Regione Veneto - Direzione Servizi Sociali, Ministero del Welfare della Repubblica di Slovenia, Ministero della Salute della Repubblica di Slovenia, Città di Sacile – Residenza Protetta per anziani, Ambito Distrettuale 6.1 di Sacile (Servizio Sociale), Azienda Assistenza Sanitaria n. 5 Friuli Occidentale di Pordenone, Azienda Unità Locale Socio Sanitaria n. 10 Veneto Orientale, Casa della sanità di Capodistria.

Sacile e Trieste per il Friuli Venezia Giulia, Portogruaro per il Veneto, Capodistria e Lubiana per la Slovenia sono le aree geografiche di intervento nelle quali si svilupperà "CrossCare", che prevede anche l'avvio di una sperimentazione di ausili tecnologici domiciliari che permettano di registrare in tempo reale informazioni sulle attività dell'anziano nonché il supporto alla gestione del lavoro di cura.

Pubblicato in Salute

Per far fronte al picco annuale di malnutrizione e malaria in Niger, Medici Senza Frontiere (MSF) ha potenziato le proprie équipe nelle regioni di Zinder, Tahoua e Maradi. Più di 1.430 operatori sono impegnati nelle strutture sanitarie e nei villaggi per prevenire, identificare e trattare le malattie che colpiscono i bambini al di sotto dei 5 anni di età. In Niger, la stagione secca prima del raccolto equivale al periodo in cui i casi di malnutrizione raggiungono il livello più alto, e coincide anche con l’arrivo delle piogge e con l’aumento delle zanzare che trasmettono la malaria. Questa combinazione può essere letale per i bambini se non ricevono per tempo le cure. L’attenzione è posta sulla prevenzione e sulle strategie per trattare i bambini il più velocemente e il più vicino possibile alle loro comunità.

Trattare i bambini gravemente malati

In Niger, più di 800.000 bambini sono a rischio malnutrizione moderata e grave, secondo le Nazioni Unite (OCHA). Le regioni di Maradi, Zinder e Tahoua sono le più gravemente colpite. Tra giugno e metà settembre, più di 6.400 bambini con malnutrizione moderata e severa, aggravata da complicazioni mediche come l’anemia, sono stati trattati nei centri di nutrimento terapeutico intensivo supportati da MSF. “A casa non c’è più miglio e non abbiamo riserve di cibo. Mia figlia più piccola, Binta, ha iniziato a perdere peso e i suoi arti hanno cominciato a gonfiarsi….l’ho portata all’unità pediatrica affinché possa ricevere le cure mediche di cui ha bisogno. Ora sta già meglio”, racconta Hassira, mamma di tre figli.

Troppe morti di neonati e bambini in Niger sono ancora legate a malattie facilmente diagnosticabili e trattabili. Per invertire questa tendenza, MSF lavora insieme al Ministero della Salute per attuare un approccio onnicomprensivo e integrato, nelle comunità e negli ospedali, che permetta ai bambini che soffrono delle più comuni malattie infantili di accedere alle cure mediche. Fin dal 2005, MSF collabora con il Ministero della Salute nelle unità pediatriche degli ospedali di Madaoua, Madarounfa e Magaria. L’anno scorso, è stata riaperta anche l’unità pediatrica di Dungass. In totale, ci sono più di 1.200 letti disponibili per soddisfare i bisogni medici dei bambini al di sotto dei 5 anni di età. La maggior parte dei bambini ammessi nelle unità pediatriche di MSF soffre di malnutrizione, combinata con altre patologie come la malaria. I bambini sono visitati per malattie come l’HIV e la tubercolosi (TB), per le quali sono più vulnerabili, e se necessario vengono vaccinati. Anche a chi li accompagna viene effettuato il test per l’HIV e la TB.

Nelle regioni di Maradi e Zinder, MSF supporta le autorità sanitarie fornendo una serie di servizi che combinano i trattamenti ambulatoriali per la malnutrizione grave, l’individuazione della malaria e il trattamento di altre malattie infantili, in 19 centri sanitari. I bambini più gravemente malati sono trattati immediatamente e sono portati nei punti di stabilizzazione, prima di essere trasferiti in ospedale se necessario. In 6 centri sanitari nel distretto di Madaoua, MSF è pronta inoltre a supportare le autorità sanitarie in caso di afflusso di pazienti durante il picco.

Prevenire è meglio che curare

In 44 villaggi a Maradi, gli operatori sanitari locali, formati e supportati da MSF, visitano e trattano i pazienti per i casi di malaria senza complicazioni. Tra giugno e metà settembre, 13.000 bambini sono stati trattati a casa gratuitamente, e 750 sono stati trasferiti in una struttura sanitaria. Le cure mediche sono rese più accessibili perché fornite direttamente all’interno della comunità.  La promozione della salute è anche molto importante. In stretta collaborazione con il personale sanitario e i promotori della salute locali, le équipe vanno di villaggio in villaggio per discutere argomenti come l’allattamento al seno, l’importanza dei vaccini e l’uso di zanzariere trattate con insetticida, così come i rischi delle medicine tradizionali per curare le malattie.

Dall’inizio del picco a giugno, più di 108.000 bambini sono stati trattati da MSF nei vari programmi ospedalieri e comunitari nelle regioni di Zinder, Tahoua, e Maradi.

Pubblicato in Dal mondo
Martedì, 10 Ottobre 2017 13:45

FIRMA E PASSA: ZERO SCUSE CONTRO IL RAZZISMO

Zero scuse. Firma e passa. È il titolo dell'iniziativa – promossa da Atletico Diritti nell'ambito delle Football People action weeks 2017, lanciate da Fare Network – che si terrà giovedì 12 ottobre alle ore 13.00 presso la sala stampa della Camera dei Deputati (via della Missione 4).

Parte dalla serie A femminile e dal calcio dilettantistico in Italia la campagna #SignAndPass, promossa dal FC Barcelona Foundation e dall'Unhcr, presentata presso il Camp Nou nel mese di giugno durante un'iniziativa a cui anche la dirigenza dell'Atletico Diritti è stata invitata. La polisportiva Atletico Diritti nasce nel 2014 per volontà delle Associazioni Antigone e Progetto Diritti con il sostegno dell'Università di Roma Tre. Da quest'anno è supportata anche da Banca Popolare Etica - che ha apposto il proprio logo sulle maglie della squadra di calcio - e dallo Studio Legale Associato Legance. La squadra, che disputa il campionato ufficiale di Terza Categoria,è composta da migranti, studenti e ragazzi in esecuzione penale.

#SignAndPass si prefigge l'obiettivo di sensibilizzare sul tema dello sport quale straordinario veicolo di integrazione per i rifugiati e rappresentare un importante strumento per una positiva trasformazione sociale. Persone di tutto il mondo possono mostrare il loro supporto per la causa firmando digitalmente un pallone da calcio per poi passarlo simbolicamente ai propri amici, condividendolo sui social network. Il pallone è già stato firmato e passato da più di un milione e mezzo di persone, e non sembra destinato a fermarsi.

Sono le donne nel calcio a fare la differenza. Lanciano la campagna Carlotta Sami (portavoce Unhcr), Susanna Marietti (Presidente Atletico Diritti e coordinatrice nazionale di Antigone) e la Res Roma Calcio Femminile che disputa il campionato nazionale di Serie A, insieme all'Associazione Italiana Calciatori, a Raffaella Chiodo Karpinsky (Fare Network-Football Against Racism in Europe). Saranno presenti l'on. Giancarlo Giordano (Vice Presidente della VII Commissione della Camera con competenza in materia di Sport).

Le Football People action weeks, cui Atletico Diritti aderisce per il secondo anno consecutivo, sono un movimento internazionale composto da oltre 100.000 persone che, dai club ai giocatori professionisti fino a quelli amatoriali, dal 5 al 19 ottobre sottolineeranno la potenza del calcio per unire le persone e celebrare le differenze.

 

Il direttore esecutivo di Fare Network Piara Powar ha dichiarato: "le Football People action weeks sono un momento importante per il calcio europeo in quanto permettono di riunire tutti coloro che guardano, giocano o gestiscono lo sport a sostengono dell'inclusione e delle diversità, contrastando l'intolleranza e la discriminazione".

 

"Da ormai 4 anni – dichiara Susanna Marietti, presidente di Atletico Diritti – scendiamo in campo per l'integrazione. Per noi lo sport è innanzitutto questo, partire dal campo di gioco per comunicare il nostro messaggio anti-razzista e anti-discriminatorio. Due anni fa durante la prima giornata di campionato scendemmo in campo a piedi scalzi, in solidarietà con i migranti che giungono sulle nostre coste. Quest'anno invece partiremo con iniziative straordinarie a favore dello Ius Soli".

Atletico Diritti, insieme a Fare Network, incoraggia società e gruppi che lottano contro la discriminazione ad aderire alle Football People action weeks.

 

Per accedere alla Camera dei Deputati è necessario accreditarsi entro mercoledì 11 ottobre alle ore 14.00 scrivendo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., i giornalisti possono accreditarsi direttamente presso l'Ufficio Stampa della Camera utilizzando il sistema telematico di accrediti on-line e indicando la strumentazione tecnica al seguito. Si ricorda inoltre che per accedere alla Sala per gli uomini è obbligatoria la giacca.

 

Pubblicato in Sport sociale
Martedì, 10 Ottobre 2017 13:38

AREZZO: SPIDERBOY TORNA A CASA SUA

In questa valle è nato e qui ritorna dopo un lungo viaggio in Europa, America latina e Australia. Spiderboy, il cortometraggio di Linda Fratini, è stato presentato a Rassina l’8 ottobre, nell’ambito del Festival pievi e castelli in musica organizzato dall’Unione dei Comuni del Casentino.Al centro della storia ci sono Mattia, il figlio segreto di Spiderman e Amira, una bambina di origine eritrea. Hanno 9 anni, sono amici e insieme fronteggeranno i bulli della classe affermando un principio: la diversità è forza e non debolezza. Il cortometraggio è stato girato interamente in Casentino. Protagonisti gli studenti delle scuole primarie del territorio e attori professionisti. La produzione è della cooperativa sociale L’Albero e la Rua.

Il film è stato presentato come prima internazionale al cinema Italia di Soci  a marzo e da quel momento ha partecipato, in selezione ufficiale, a 40 festival internazionali tra i quali lo Short Film Corner del Festival di Cannes, il CineChildren di Mantova, il III Cine Jardim – Belo Jardim Film Festival– in Brasile, al Timisoara Refugee Art Film Festival in Romania, all' Olhares do Mediterrâneo a Lisbona, all' Ojo de Pescado a Valparaiso in Chile, al Monterrey International Film Festival in Mexico, all' Auburn International Film Festival for Children and Young Adults a Sydney in Australia. Il film ha ricevuto due riconoscimenti: Best Camera all'Eurasia International Monthly Film Festival di Mosca e miglior film per bambini al Camaiore Film Festival. In questi giorni è in concorso al Mostra Viva Del Mediterrani a Valencia in Spagna.

"Il film - ricorda Linda Fratini - è stato inserito in iniziative contro il bullismo organizzate da scuole primarie di primo e di secondo grado in Toscana e in Lombardia. Il cortometraggio cerca di esplorare i primi sentimenti di amicizia, di amore e di sconfitta di due bambini di 9 anni, affrontando temi come la guerra, la diversità, il bullismo e l'inclusione. Il finale è un tributo alla diversità, le differenze sono una forza e non una debolezza… perché la diversità è ciò che rende il mondo un posto migliore dove vivere".

Aggiunge Maria Laura Giannelli, Presidente de L'Albero e la Rua: “per la nostra cooperativa è stata un'esperienza molto importante. Sostenere  una giovane artista del nostro territorio, il Casentino, è stato un modo per dare un contributo alla promozione della cultura e della creatività giovanile. Il cinema era un’esperienza che ancora non avevamo mai sperimentato ma che ci ha riempito di interesse e meraviglia. Il successo riscosso dal  film è anche un motivo di orgoglio per le socie e i soci della cooperativa”.

 

 

 

 

Pubblicato in Toscana

In occasione della XV Giornata mondiale contro la pena di morte, Amnesty International ha chiesto a quella minoranza sempre più isolata di stati che ancora ricorrono alla pena capitale di prendere iniziative per unirsi alla tendenza abolizionista globale.  Quarant'anni fa, Amnesty International favorì l'adozione della Dichiarazione di Stoccolma, il primo manifesto abolizionista internazionale. Emanata nel 1977, la Dichiarazione chiedeva a tutti gli stati di abolire completamente la pena di morte.

 "Quando uno stato usa il suo potere per porre fine alla vita di un essere umano, è probabile che nessun altro diritto resti inviolato. Lo stato non può dare la vita e si presume che non dovrebbe neanche toglierla", recitava la Dichiarazione. All'epoca della Dichiarazione, solo 16 stati (otto in Europa e altrettanti nelle Americhe) avevano abolito completamente la pena di morte, nelle leggi o nella prassi. Quel numero ora è salito a 105. Altri 36 stati hanno abolito la pena capitale per i reati ordinari o ne hanno di fatto sospeso l'uso pur mantenendola in vigore. Nel 2016 solo 23 stati hanno eseguito condanne a morte e un piccolo gruppo di essi (Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan) sono stati responsabili della stragrande maggioranza delle esecuzioni. Amnesty International chiede a tutti gli stati che ancora mantengono in vigore la pena di morte di abolirla e, in attesa dell'abolizione completa, di istituire immediatamente una moratoria sulle esecuzioni.  

La Giornata mondiale contro la pena di morte

Quest'anno la Giornata mondiale contro la pena di morte si concentra sul legame tra la pena capitale e la povertà. Le ricerche evidenziano che le persone provenienti da ambienti socio-economici sfavorevoli sono colpite in modo sproporzionato dal sistema giudiziario, inclusa la pena di morte. Queste persone difficilmente possono permettersi una difesa efficace. La capacità di affrontare il sistema giudiziario dipende anche dal livello di alfabetizzazione e dalla disponibilità di reti sociali influenti cui affidarsi.  Recenti analisi condotte da Amnesty International sull'uso della pena di morte in Cina hanno rivelato una preoccupante tendenza: la pena capitale colpisce in modo sproporzionato le persone povere, quelle con livelli più bassi di istruzione e coloro che appartengono alle minoranze etniche o religiose. Solo la totale messa a disposizione dei dati sulla pena di morte da parte delle autorità cinesi potrebbe chiarire l'effettiva dimensione di questo fenomeno. 

In Arabia Saudita, il 48,5 per cento di tutte le esecuzioni registrate da Amnesty International dal gennaio 1985 al giugno 2015 ha riguardato cittadini stranieri, la maggior parte dei quali lavoratori migranti senza alcuna conoscenza della lingua araba, con cui si svolgono gli interrogatori e i processi, spesso in assenza di adeguati servizi d'interpretariato. Le ambasciate e i consolati non vengono informati del loro arresto e persino della loro esecuzione. In alcuni casi le famiglie non ricevono il preavviso dell'esecuzione e non ottengono indietro i corpi dei loro parenti messi a morte.

Gli appelli di Amnesty International 

In occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte, Amnesty International lancia un appello in favore di Hoo Yew Wah, nel braccio della morte della Malesia. Arrestato nel 2005, è stato processato e condannato a morte per traffico di droga. Amnesty International chiede alle autorità malesi di esercitare clemenza commutando la sua condanna a morte.   Hoo Yew Wah proviene da un ambiente socio-economico sfavorevole: a 11 anni ha lasciato la scuola per fare il cuoco in un ristorante di strada. All'epoca del reato aveva 20 anni e non aveva precedenti penali. Ha chiesto perdono al sultano dello stato di Johor, che ha il potere di concedergli clemenza. "Se mi dessero la possibilità, vorrei provare che sono cambiato: cercherei un lavoro serio e trascorrerei la mia vita prendendomi cura di mia madre", ha dichiarato.

Il traffico di droga non rientra nella categoria dei "reati più gravi" ai quali secondo il diritto internazionale dev'essere limitata l'applicazione della pena di morte. In più, per il resto commesso da Hoo Yew Wah la pena di morte era obbligatoria, circostanza vietata dal diritto internazionale. 

Hoo Yew Wah è stato condannato a seguito di una dichiarazione fatta al momento dell'arresto in lingua mandarina, successivamente tradotta in malese dalla polizia, in assenza di un avvocato. Inoltre, secondo il suo racconto, il giorno dell'arresto gli agenti gli spezzarono un dito e minacciarono di picchiare la sua fidanzata, se non avesse firmato la dichiarazione. I giudici non hanno tenuto conto di questa denuncia. 

Amnesty International chiede ai suoi sostenitori di inviare appelli in favore di altri condannati a morte, tra i quali gli ultimi 14 prigionieri nel braccio della morte del Benin, che nel frattempo ha abolito la pena di morte, e Ammar al-Baluchi, che potrebbe essere condannato a morte dalle commissioni militari statunitensi dopo essere stato torturato durante la prigionia a Guantánamo Bay.

40 anni di campagne abolizioniste di Amnesty International

Dal 1977 Amnesty International ha contribuito in vari modi al tentativo di consegnare la pena di morte alla storia:

- facendo ricerche sulle condanne a morte e sulle esecuzioni nel mondo e pubblicando ogni anno dati e statistiche; 

- sostenendo singoli prigionieri nei bracci della morte, svolgendo campagne in loro favore e in alcuni casi (purtroppo, non in tutti) contribuendo a evitare l'esecuzione;

- incoraggiando l'abolizione della pena di morte a livello dei singoli stati, come nel caso recente della Mongolia;

- contribuendo allo sviluppo di norme e standard internazionali per limitare l'uso della pena di morte e rafforzare l'obiettivo abolizionista;

- giocando un ruolo importante nell'adozione, ogni due anni, delle risoluzioni delle Nazioni Unite per la moratoria sulle esecuzioni: nel 2007, per la prima volta, l'Assemblea generale chiese la sospensione di tutte le esecuzioni in vista dell'abolizione della pena di morte;

- favorendo la crescita del movimento abolizionista globale, anche attraverso l'azione della Coalizione mondiale contro la pena di morte.

Amnesty International si oppone alla pena di morte in tutti i casi senza eccezione, a prescindere dalla natura o dalle circostanze del reato, della colpevolezza, innocenza o altre caratteristiche della persona condannata o del metodo d'esecuzione impiegato. La pena di morte viola il diritto alla vita proclamato dalla Dichiarazione universale dei diritti umani ed è la massima punizione crudele, inumana e degradante.  

 

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