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Lunedì, 11 Dicembre 2017

Articoli filtrati per data: Mercoledì, 22 Novembre 2017 - nelPaese.it

Il 23 novembre del 1980 ci fu il terremoto dell’Irpinia. Quel sisma, che causò circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti, cambiò il destino della Campania e di Napoli con la ricostruzione, con le conseguenze sociali e urbanistiche. Dopo 37 anni il dibattito sulla prevenzione si lecca ancora le ferite degli ultimi 20 per le scosse nel Centro Italia con la distruzione di tante aree interne. Le ricostruzioni sono spesso cadute nelle inchieste giudiziarie su corruzione e malaffare.

Il geologo Franco Ortolani analizza il bilancio di quell’evento e gli approcci scientifici e legislativi ai terremoti nel nostro Paese. “Fino ad allora – scrive Ortolani - si campava al ‘giorno dopo’ le catastrofi sismiche nel senso che dopo un terremoto l'area devastata era inserita nella "legge antisismica" vigente. In Campania, ad esempio, le aree dichiarate sismiche al 23 novembre 1980 erano quelle interessate dai terremoti precedenti nel secolo scorso. L'area epicentrale del 1980 non era classificata sismica. Perchè? Mi chiedo: gli scienziati specialisti sismologi non lo sapevano? E se lo sapevano perchè non hanno "costretto" con la forza della cultura i governi ad aggiornare la legge sismica?”

“Dopo la tragedia del 1980 – aggiunge - sono stati stanziati consistenti fondi per le ricerche e la scienza è "esplosa"! Oggi abbiamo un altro problema simile: le aree costiere italiane a rischio maremoto. Si sa che varie zone costiere in passato sono state interessate e anche devastate da vari tsunami: ma non esiste una legge che contempli tale fenomeno e che regolamenti gli interventi antropici costieri che si eseguono come se il problema tsunami non esistesse. Né esiste un sistema di allarme in grado di allarmare le zone costiere che potrebbero essere interessate da maremoti, specialmente nel periodo balneare”.

Proprio sul rischio tsunami a fine ottobre l’Ingv ha partecipato a una esercitazione internazionale in Grecia sul rischio Mediterraneo: “speriamo – conclude il geologo - che gli tsunami non interessino più le coste italiane? Speriamo. In caso contrario una legge ‘anti tsunami’ sarà la prossima legge del giorno dopo”

Pubblicato in Ambiente&Territorio

Frammenti senza tempo: vibrazioni cromatiche tra acqua e terra  è un  Festival di arti visive, sonore e performative contemporanee allestito dal 7 Dicembre 2017 al 7 Gennaio 2018 a Brindisi nel complesso monumentale di Palazzo Granafei-Nervegna. Organizzato da  Primo Piano LivinGallery  e curato da DoresSacquegna, l’evento ha come partner istituzionale il  Comune di Brindisi,  e come partner  culturale ilCACT Centro di Arte, Cultura e Turismo, Dipartimento del Museo Atlantico dell’Isola di Lanzarotein Spagna.

Il titolo della manifestazione  - mutuato dai frammenti archeologici presenti nella città di Brindisi–  rievoca i luoghi delle sinergie universali tra terra e acqua, il rapporto tra antico e contemporaneo, la dicotomia tra identità e territorio,  la differenza tra frammento e unicità, con opere e progetti inediti di circa 60 artisti nazionali e internazionali, molti dei quali presenti in prestigiose collezioni museali tra cui il Guggenheim di New York, il Miami MetropolitanMuseum in Florida, il MuzeumMycop in Russia.

Inserita nel calendario culturale della città “Brindisi a Natale 2017 – l’evento multidisciplinare, attraversa ed esplora territori differenti tra arte, suono, performance, proponendosi come segno concreto di una società in continuo cambiamento, lanciando nuove sfide e trasportando il visitatore in connessioni immaginative. Un viaggio nella vita, nel colore, tra i confini di realtà e finzione, in sinergico dialogo con il territorio pugliese. Alla cerimonia di inaugurazione saranno presenti le autorità, gli organizzatori, e gli artisti provenienti da Europa, Asia, Medio Oriente, Russia, America Latina, Usa. Tre live performance animeranno la serata con teatro e sonorità sperimentali con i progetti dei pugliesi Massimiliano Manieri, MichaelaStifani e il musicista Max Nocco; dal Texas, la  performer americana JeannetteJoy Harris.

Il festival  è diviso in tre sessioni  di cui: “Landgraphie”, “Le stanze rituali”,  “3D project room”.   La sessione “Landgraphie” è dedicata alla Land Art, ed ospita i film di alcuni tra i più interessanti land-artisti contemporanei tra cui: Christo& Jeanne-Claude, Craig Dongoski, Pam Longobardi, Ulrike Arnold. In anteprima nazionale, il progetto  completo di sette video di “Silsila” dell’irachena  SamaAlshaibi e il film “Under water sculpture” dello scultore britannico Jason deCaires Taylor,  conosciuto a livello mondiale per le sue monumentali sculture immerse  nei parchi marini del mondo e che per una incredibile coincidenza ricordano  i ritrovamenti archeologici nelle acque di Brindisi.  Entrambi i progetti sono stati presentati in piccola parte nella recente Biennale di Venezia.

Le “Stanze rituali” - dedicata alle arti visive contemporanee -  propone due filoni di pensiero tra tematiche universali (stanze energetiche) e tematiche sociali ( Identità e territorio). Nelle stanze energetiche le opere di Giulio De Mitri, Fernando De Filippi, Gino Fossali, Sonia Giavitto, Joseph Provan, Marianna Rydvald. Tra identità e territorio le opere di Michele Giangrande, Angioletta De Nitto, Andy Artyuhin,Marc Brousse, DoresSacquegna,JordiRosado, Maria Antonietta Scaringella,  EvgeniyaStrygina, Laura Victore, Nel TenWolde, Beatrice Desrousseaux, Margarita Henriksoon, Paulina Sierra Salazar, Pam Longobardi, Alina Lutaeva, Paolo Cervino, Marina Kabisova& Asya Rilova, Galina Khandova, CorFafiani, Maria Luisa Imperiali, Sandra Miranda Pattin, Katarina Norling,  Donato Bruno Leo, Fides Linien, Julia Skinner, Peter Liashkov, Silvia Maria Guarnieri, Vito Sardano.  

La sezione "3D project room", è una piattaforma virtuale di progetti inediti, ed ospita le opere di Rosa CruglezSternmann, Teresa Olabuenaga; Victoria Isaulova, Elena Klyueva&MaximeRybalko, Vladimir Kulikov& Natalia Kulikova, VeronikaLitvin, VitaliyMaksimenko, Gerard Frances, Andria Santorelli, PepManresa, ChristelSobke, Andrea Vargas, Cynthia Ruse, Stuart RossSnider, Marianna Bartolomeo, Monte Wright.

Primo Piano LivinGallery, forte delle esperienze maturate, è da sempre impegnata nella costruzione di rapporti di collaborazione e partecipazione a supporto delle sue attività sia a livello locale, nazionale e internazionale, coinvolgendo nelle attività enti pubblici e media partner, che ne condividono missione e fini istituzionali.

Giorni e orari di visita: tutti i giorni dalle ore 9,00 alle ore 20,00. Ingresso libero Info su: primopianospecialprojects.com/

Pubblicato in Puglia

Il caso della Galleria Bombi a Gorizia (qui il video pubblicato ieri) è a una svolta. Il sindaco Rodolfo Ziberna ha comunicato la decisione del commissario di governo: “i profughi fuori convenzione che dormono in Galleria Bombi saranno tutti trasferiti in strutture di altre regioni e la galleria sarà chiusa per un periodo”.

“A breve, inoltre, sarà aperta a Udine una sezione della commissione – continua Ziberna - che valuta le richieste dei profughi, oggi presente solo a Gorizia e saranno effettuate delle verifiche, insieme alla Polizia, sui flussi di migranti che hanno come destinazione Gorizia. Mi è stato assicurato che sarà compiuto ogni sforzo per tornare alla nnormalità. Voglio solo dire questo, se non avessimo lottato per trasferirli oggi Gorizia ospiterebbe oltre mille richiedenti e a chi dice che ne arriveranno altri rispondo che lotteremo ancora finché non si capirà che bisogna bloccare questi flussi”.

“Oggi, finalmente, è stata imboccata la strada giusta – esulta il primo cittadino - e mi auguro che chi ha ha mobilitato il mondo e gettato discredito sulla città pur di trattenerli a Gorizia cominci a chiedere scusa ai Goriziani”. Il riferimento è a tutti quegli operatori sociali e volontari che, insieme ai giornalisti, hanno reso noto le condizioni in cui si trovano quelle persone sotto una galleria urbana. E, soprattutto, hanno permesso di far arrivare materassi e coperte con l’arrivo del gelo.

Ora si attende il nuovo capitolo di questa triste vicenda, l’ennesima sul fronte accoglienza, con i trasferimento dei migranti e la chiusura della galleria.

Pubblicato in Friuli-Venezia Giulia

Giovani ragazzi provenienti da diverse parti d’Europa, assieme al Parlamento Europeo, saranno parte attiva dell’organizzazione del Decimo Anniversario del Premio Carlo Magno per la Gioventù, che avrà luogo a Bruxelles dal 21 al 23 Novembre 2017. Ospiti dell’evento saranno i vincitori delle passate dieci edizioni, tra cui anche AIESEC Italia, associazione vincitrice del primo premio nell’edizione del 2016 con il progetto InteGREAT. Per la prima volta, tutti i vincitori si riuniranno in questa opportunità unica, per mostrare l’attenzione verso i giovani da parte delle politiche dell’Unione Europea.

Promuovere l’integrazione e aumentare la consapevolezza sul fenomeno rifugiati: questi sono gli obiettivi per cui è nato il progetto InteGREAT, promosso da AIESEC Italia in collaborazione con la rete SPRAR. Da Settembre 2015 ad oggi, il progetto ha coinvolto più di 200 volontari internazionali, 60 ONG italiane e oltre 3000 rifugiati sono stati supportati con l’iniziativa.

Il progetto, consiste nell’inserimento di un volontario internazionale all’interno di un centro di accoglienza italiano, affinché promuova l’integrazione dei rifugiati nella comunità locale. Questo si realizza tramite l’organizzazione di attività ricreative, di animazione, di condivisione degli aspetti peculiari delle diverse culture e infine tramite workshop interattivi sulla realtà socio-politica italiana ed europea.

AIESEC rappresenterà anche quest'anno una parte di giovani che vuole, attraverso azioni concrete, sensibilizzare su una tematica chiave per l'Unione europea: l'integrazione. L'unica integrazione possibile è quella che comprende e valorizza le differenze e che trascende da sesso, religione e politica. InteGREAT fornisce la possibilità ai giovani europei di agire concretamente su questa tematica che abbatte i confini e abbraccia un mondo più vicino alla pace, di cui abbiamo bisogno.

 

 

 

Pubblicato in Migrazioni

Crescono in Italia le esperienze di rigenerazione e di riuso a base culturale. Iniziative differenti che vanno dal recupero di edifici abbandonati a percorsi dirivitalizzazione di quartieri periferici, passando per la riattivazione di spazi sottoutilizzati. In molti di queste esperienze, la cultura rappresenta il punto di partenza per avviare progettualità dal forte impatto sociale, che nascano dal basso all’insegna di processi di collaborazione e co-progettazione tra cittadini, organizzazioni private e istituzioni pubbliche. Progetti e realtà che sembrano tracciare nuovi percorsi di coesione e di sviluppo sostenibile per i territori coinvolti.

Queste tematiche sono al centro dell’incontro “La cultura che crea sviluppo. I progetti rigenerativi di culturability”, organizzato dalla Fondazione Unipolismartedì 28 novembre presso il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (Sala Giovanni Spadolini, via del Collegio Romano n. 27 | ore 11-13). Ne discuteranno il ministro Dario Franceschini: Linda Di Pietro - CAOS Centro Arti Opificio Siri e Hostello delle idee, Paola Dubini - docente Economia delle istituzioni culturali dell’Università Bocconi, Federica Galloni - Direttore Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie. Coordina il dibattito il direttore di Unipolis Walter Dondi.

Nel corso della mattinata verranno presentati i progetti selezionati con l’edizione 2017 del bando “culturability – rigenerare spazi da condividere”, scelti fra ben 429 progettualità arrivate da tutta Italia per la call promossa dalla Fondazione Unipolis con l’obiettivo di sostenere progetti culturali innovativi ad alto impatto sociale che rigenerano e riattivano spazi abbandonati o in disuso. A ciascuno dei 5 progetti va un contributo economico di 50 mila euro e la possibilità di prendere parte a un percorso di accompagnamento e mentoring, sviluppato in partnership con Avanzi/Make a Cube³ e Fondazione Fitzcarraldo. Verranno illustrate anche le iniziative a cui sono andate le 2 menzioni speciali del valore di 10 mila euro ciascuna, rese possibili dalla collaborazione con la Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane del MiBACT.

Questi i nomi dei progetti e le città di provenienza: Evocava di Mazara del Vallo (Trapani), FaRo – Fabbrica dei saperi di Rosarno (Reggio Calabria), L’Asilodi Napoli, Lottozero / textile laboratories di Prato, MET – Meticceria Extrartistica Trasversale di Bologna. Queste le due menzioni: Area Archeologica Giardini Luzzati: Lo Spazio del Tempo di Genova e TOC Centre di Copertino (Lecce).

 

Pubblicato in Cultura
Mercoledì, 22 Novembre 2017 13:23

IN CADORE LA MONTAGNA COME UNA TERAPIA

Esplorare le Tre Cime di Lavaredo ascoltandone la storia, non solo geologica, è un’esperienza che si trasforma in cura, prevenzione e riabilitazione se rivolta a persone con differenti problematiche, patologie o disabilità. Ed è questa la filosofia di “Montagnaterapia in Cadore”, il progetto triennale portato avanti dall’associazione Momentaneamente Assenti onlus con il sostegno della Cooperativa sociale Itaca, che da maggio di quest’anno ha già effettuato 13 esplorazioni (altre 11 sono già in calendario sino ad aprile 2018, circa due al mese), e che coinvolge oltre venti persone che frequentano i servizi afferenti all’Unità operativa di Psichiatria di Pieve di Cadore, nello specifico la Comunità terapeutica residenziale protetta (Ctrp) e la Comunità alloggio di Auronzo, nonché il Centro diurno di Pieve.

Il termine “montagnaterapia” venne utilizzato la prima volta in un articolo a commento del convegno nazionale del Cai “Montagna e solidarietà: esperienze a confronto” del 1999 a Pinzolo. Ne nacque un movimento nazionale di ricerca e attività clinico assistenziale dapprima in psichiatria, oggi salute mentale, poi anche nelle dipendenze e disabilità. Con il termine montagnaterapia oggi si definisce un originale approccio metodologico a carattere terapeutico-riabilitativo e/o socio-educativo, pensato e progettato per svolgersi sulle dinamiche di gruppo nell’ambiente culturale, naturale e artificiale della montagna.

In Cadore il progetto viene portato avanti dall’associazione Momentaneamente Assenti - in stretta sinergia con l’Unità operativa di Psichiatria di Pieve di Cadore e la Cooperativa sociale Itaca - dopo aver valutato i bisogni dei beneficiari dei servizi della salute mentale coinvolti, unitamente alle risorse del territorio, e si propone di condurre un gruppo di persone con difficoltà psicologiche a sperimentarsi come fruitrici della montagna.

In questa cornice si inserisce l’esplorazione delle Tre Cime di Lavaredo (2999 m), con partenza a piedi dal Rifugio Auronzo (2320 m), cui hanno partecipato Gianbattista, Nicola, Donatella, Tomas, Alan, Mauro, Rosa, Loris, Luca, Laura, Michele, Valentina, Marco, Maria Pia, Giovanna, Paola, Caterina, Marina, Fiorella, Alan, Denis e Lorenzo. Presenza speciale, oltre a quella degli operatori dei servizi, quella di Anna la guida che, tra una camminata e l’altra, ha raccontato a tutti come 230 milioni di anni fa in quell’area vi fossero alghe e coralli che innalzavano imponenti barriere, dinosauri che vagavano solitari in cerca di cibo, le cui impronte ha mostrato impresse su di un masso che si trova sul sentiero che dal Rifugio Auronzo conduce alle Tre Cime, due orme di carnosauro che i paleontologi hanno datato intorno a 215 milioni di anni fa.

Ma è bastato guardarsi intorno per restare abbagliati non solo dalla splendida giornata di sole ma soprattutto da guglie, torrioni, ghiaioni, pascoli e foreste, che sono stati solo una parte di quello che la spedizione di gruppo ha potuto ammirare nel corso di quella camminata di 7 Km che, improvvisamente, è stata baciata dal suono del corno delle alpi, che un pastore ha fatto echeggiare donando a tutti alcuni minuti di grande emozione.

Tornando al progetto “Montagnaterapia in Cadore”, nella prima parte le uscite sono servite alle persone per iniziare o per riappropriarsi della capacità di muoversi in ambiente montano, mentre per gli operatori nello specifico è stato un modo per valutare le capacità di ognuno nell’affrontare i vari aspetti che l’attività di gruppo all’aperto creano, tra cui la programmazione - assieme ai beneficiari dei servizi - di percorsi e tempistiche, e ancora la rielaborazione dell’esperienza vissuta sia dal punto di vista fisico che mentale. In prospettiva, il progetto - oltre alle camminate – prevede anche lezioni frontali su abbigliamento, preparazione del materiale, sicurezza e soccorso in montagna, o uscite esperienziali in natura quali muoversi bendati nel bosco da soli seguendo il percorso di una fune tesa tra gli alberi, accompagnati da un compagno-guida, osservazione del microcosmo in un ambiente delimitato, esperienze sensoriali, stare nel bosco in silenzio ascoltando la natura.

 

Pubblicato in Ambiente&Territorio

In questi giorni (mercoledì 22 e giovedì 23 novembre 2017) al Centro Congressi Savoia Hotel di Bologna ci sarà la nona edizione del Forum della Non Autosufficienza (e dell’autonomia possibile), organizzata da Maggioli Editore, importante appuntamento nazionale rivolto in particolare ai professionisti e agli operatori dei servizi alla persona. Strutturato in sessioni plenarie e workshop, la manifestazione prevede numerosi convegni e incontri su temi concernenti i vari àmbiti operativi del settore.

Si terrà qui un workshop di particolare interesse, in programma nel primo pomeriggio di giovedì 23, intitolato Il manicomio nascosto. Indagine sulla segregazione della disabilità in Italia. Moderato da Ciro Tarantino dell’Università della Calabria, condirettore del CeRC (Centre for Governmentality and Disability Studies “Robert Castel”) dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. L’incontro servirà a presentare un lavoro di ricerca sul tema indicato nel titolo, promosso nell’ambito FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), a ricaduta dell’approfondito lavoro svolto dalla Federazione stessa e culminato nella Conferenza di Consenso del giugno di quest’anno, intitolata Disabilità: riconoscere la segregazione, di cui la Federazione dà ampio conto nel proprio sito.

Particolarmente autorevoli gli interventi previsti, che saranno quelli di Pietro Barbieri, già presidente FISH e attuale coordinatore del Comitato Tecnico-Scientifico dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, membro del CESE (Comitato Economico e Sociale Europeo) e già portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore e di Giovanni Merlo, direttore della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità), componente lombarda della FISH.

In parallelo è prevista la presentazione del libro che renderà conto della ricerca, intitolato anch’esso Il manicomio nascosto. Indagine sulla segregazione della disabilità in Italia, di prossima uscita per Maggioli, a cura di Giovanni Merlo e Ciro Tarantino. Da segnalare, in conclusione, che ai partecipanti al workshop verrà dato in omaggio il volume Disabilità: servizi per l’abitare e sostegni per l’inclusione (Maggioli, 2016), curato da Carlo Francescutti, Marco Faini, Serafino Corti e Mauro Leoni.

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

Una nuova ricerca di Amnesty International ha rivelato l'impatto allarmante delle molestie e delle minacce contro le donne sui social media. L'organizzazione per i diritti umani ha commissionato a IPSOS MORI un sondaggio sulle molestie online, che ha coinvolto circa 500 donne di età compresa tra i 18 e i 55 anni in ciascuno di questi otto paesi: Danimarca, Italia, Nuova Zelanda, Polonia, Regno Unito, Spagna, Svezia e Stati Uniti d'America.Delle 4000 donne che hanno preso parte al sondaggio, 911 hanno risposto di aver subito molestie o minacce online, 688 delle quali sui social media. Per quanto riguarda l'Italia, su 501 donne intervistate, 81 hanno subito molestie o minacce online, 62 delle quali sui social media.

In particolare, un quarto (23 per cento) delle donne che hanno preso parte al sondaggio ha subito molestie o minacce almeno una volta: dal 16 per cento in Italia al 33 per cento negli Usa. Particolarmente allarmante il dato del 41 per cento delle donne che in almeno un'occasione ha avuto paura per la sua incolumità fisica. Più della metà delle donne intervistate (il 55 per cento) ha denunciato periodi di stress e ansia o attacchi di panico a seguito delle molestie e delle minacce online. 

"Internet può essere un luogo minaccioso e pericoloso per le donne. Non è un segreto che la misoginia e le molestie prosperano sulle piattaforme online ma questo sondaggio dimostra quanto possano essere dannose le conseguenze per le donne prese di mira", ha dichiarato Azmina Dhrodia, ricercatrice di Amnesty International su Tecnologia e diritti umani. "Siamo di fronte a qualcosa che non finisce quando cessi di essere online. Puoi ricevere minacce di morte appena apri una app, o vivere nel terrore che foto erotiche o intime circolino in rete senza il tuo consenso. Il tutto con una velocità incredibile: un tweet molesto può generare nel giro di pochi minuti un'ondata d'odio. Le compagnie che gestiscono i social media devono iniziare a prendere seriamente in considerazione questo problema", ha proseguito Dhrodia.

Stress, ansia, attacchi di panico

Il sondaggio commissionato da Amnesty International ha coinvolto donne che si considerano utenti da moderate a attive su Internet, ponendo loro delle domande sull'esperienza avuta in termini di molestie o minacce online. Appena meno della metà (il 46 per cento) delle donne che hanno subito molestie o minacce online ha specificato che erano di natura misogina o sessista. Tra un quinto (19 per cento in Italia) e un quarto delle donne ha riferito di aver subito minacce di aggressione fisica o sessuale.

Il 58 per cento delle donne che hanno subito molestie o minacce online ha raccontato che includevano frasi razziste, sessiste, omofobiche o transfobiche. Il 26 per cento ha denunciato che informazioni personali e private o altri dati sensibili riguardanti la loro persona (il cosiddetto fenomeno del "doxxing") erano stati condivisi online. Oltre il 59 per cento delle donne intervistate ha detto che le molestie o le minacce on line arrivavano da perfetti sconosciuti. L'impatto psicologico di tutto questo può essere devastante: il 61 per cento delle donne che hanno subito molestie o minacce online ha provato diminuzione dell'autostima e della fiducia in sé stesse; oltre la metà (il 55 per cento) ha provato stress e ansia e ha avuto attacchi di panico; complessivamente il 63 per cento (ma in Nuova Zelanda il 75 per cento) ha riferito disturbi del sonno;  oltre la metà (il 56 per cento) ha avuto difficoltà di concentrazione per lunghi periodi di tempo.

Ridurre al silenzio

I social media, specialmente per le donne e per i gruppi marginalizzati, costituiscono uno spazio importante dove esercitare la libertà d'espressione. Le molestie e la violenza online sono una minaccia diretta a questo genere di libertà d'espressione. Oltre tre quarti (il 76 per cento) delle donne che hanno subito molestie o minacce online ha cambiato il modo di usare i social media, ad esempio i contenuti dei post: il 32 per cento ha detto di aver cessato di pubblicare opinioni su determinati argomenti. "I social media aiutano a rafforzare la libertà d'espressione e aumentano l'accesso all'informazione. Ma da quando la discriminazione e la violenza contro le donne sono sbarcate sul mondo digitale, molte donne si tirano indietro dalle conversazioni o si auto-censurano temendo conseguenze per la propria privacy o incolumità", ha sottolineato Dhrodia.

Circa un quarto (il 24 per cento) delle donne intervistate ha dichiarato che, dopo aver subito molestie o minacce online, ha temuto conseguenze per i familiari. Le compagnie che gestiscono i social media non fanno abbastanza  Ogni forma di molestia o di minaccia online richiede una reazione da parte dei governi o delle compagnie o da entrambi a seconda del tipo e della gravità. In tutti gli otto paesi, molte donne hanno dichiarato che le politiche governative di reazione alle molestie sono più inadeguate che adeguate, con un picco del 57 per cento in Svezia. Un terzo delle donne intervistate nel Regno Unito (il 33 per cento), negli Usa e in Nuova Zelanda (32 per cento) ha dichiarato che a essere inadeguata è la reazione della polizia. 

Dal sondaggio emerge che le donne ritengono che le compagnie che gestiscono i social media dovrebbero fare di più. Solo il 18 per cento ha risposto che la loro reazione era stata molto, abbastanza o del tutto adeguata. "Le compagnie che gestiscono i social media sono responsabili del rispetto dei diritti umani, compreso quello alla libertà d'espressione. Devono assicurare che le donne che usano le loro piattaforme siano in grado di farlo liberamente e senza paura", ha commentato Dhrodia.

Amnesty International riconosce che il diritto alla libertà d'espressione tutela espressioni che possono essere offensive, turbare profondamente o risultate sessiste, ma non tutela l'incitamento all'odio o alla violenza. Inoltre, questo diritto dev'essere goduto da tutti allo stesso modo e comprende il diritto delle donne a esprimersi e a vivere libere dalla violenza e dalla paura, sia offline che online. Le piattaforme social affermano in modo esplicito che non tollerano abusi basati sul genere di una persona o su altre forme d'identità ma devono rafforzare le regole delle loro comunità. Devono anche mettere in grado gli utenti di usare misure individuali di sicurezza e di privacy, come il blocco, la riduzione al silenzio e il filtro per contenuti. In questo modo le donne, e in generale tutti gli utenti, potranno vivere esperienze online meno dannose e pericolose.

Le compagnie che gestiscono i social media devono anche assicurare che i moderatori siano adeguatamente formati a identificare le molestie e le minacce online basate sul genere o su altre forme d'identità.  Amnesty International si rivolge anche ai governi, chiedendo di assicurare che vengano poste in essere leggi, politiche, prassi e formazione adeguate a prevenire e a porre fine alle molestie e alla violenza online contro le donne, senza peraltro applicare limitazioni indebite al legittimo esercizio della libertà d'espressione. Contrastare le molestie e la violenza online non deve diventare la scusa per ridurre il godimento della libertà d'espressione.

 

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“Il prossimo 25 novembre inonderemo di nuovo le strade di Roma, per lanciare il nostro Piano femminista insieme ad un messaggio chiaro: non ci fermeremo finché non saremo libere dalla violenza maschile e di genere in tutte le sue forme". Le donne tornano in piazza il 25 novembre prossimo con una grande manifestazione nazionale contro la violenza maschile e di genere. Non Una di Meno è un movimento presente in tutta Italia, che dopo un anno di mobilitazioni, campagne, assemblee e azioni, torna a Roma con il Piano femminista contro la violenza, uno strumento di lotta e di rivendicazione, un documento di proposta e di azione.

"Un documento politico femminista che considera la violenza maschile e di genere come fenomeno strutturale e sistemico, che non può essere affrontato aumentando le pene dei reati o con approcci emergenziali ma a partire dall'esperienza dei centri antiviolenza e del movimento femminista". Questo si legge nell'appello lanciato per la manifestazione del 25 novembre prossimo, che partirà da piazza della Repubblica alle ore 14.00.

La manifestazione di quest'anno mette al centro la risposta delle donne agli stupri e ai femminicidi quotidiani, alla violenza sessista nei posti di lavoro, alle molestie, alle discriminazioni e agli abusi di potere, allo sfruttamento e alla precarietà delle vite, ai ruoli di vittime o colpevoli che i giornali cuciono sui corpi delle donne e che i social media amplificano, al razzismo istituzionale giocato sul corpo delle donne.

Una manifestazione vedrà le donne che si sono riconosciute nel #MeToo – Anche Io ho subito violenza trasformarlo nel #WeToogether – Noi Insieme e Unite possiamo vincerla.

Il Piano 

Non ci sarà solo la piazza. Dopo la manifestazione del 2016 la rete Non una di meno ha lavorato un Piano complessivo che con un documento molto ampio e approfondito: “Sia a livello nazionale che locale abbiamo dato vita a 9 tavoli di lavoro – è scritto nella premessa - che hanno approfondito altrettanti contesti di intervento fortemente intrecciati tra loro: i percorsi di fuoriuscita dalla violenza; l’ambito legislativo e giuridico; quello del lavoro e del welfare; il diritto alla salute sessuale e riproduttiva; l’educazione e la formazione; i femminismi e le migrazioni; la narrazione della violenza che viene svolta attraverso i media; il sessismo nei movimenti; le questioni inerenti alla terra, i corpi, i territori e gli spazi urbani”.

“Questo Piano non chiede aiuto - continua è uno strumento di lotta e di rivendicazione, un documento di proposta e di azione. Questo Piano domanda piuttosto a ciascun@ di posizionarsi, ognun@ a partire da sé, di prendere parte a un processo di trasformazione radicale della società, della cultura, dell’economia, delle relazioni, dell’educazione, per costruire una società libera dalla violenza maschile e di genere”.

 

 

 

 

 

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Dopo la sentenza della Corte suprema del 20 novembre, che ha confermato la rielezione alla presidenza del Kenya di Uhuru Kenyatta, Amnesty International ha sollecitato il governo di Nairobi a prendere immediate misure per fermare l'escalation di violenza fra le comunità, proteggere la popolazione e assicurare l'incolumità di tutti, nel contesto delle proteste organizzate dall'opposizione. 

Nelle prime ore successive alla sentenza della Corte suprema, che ha respinto due ricorsi per invalidare le elezioni del 28 ottobre, sono scoppiati violenti scontri in quelle che sono considerate le roccaforti dell'opposizione: gli slum di Mathare e Kibera nella capitale Nairobi e le città di Migori e Kisumu nell'ovest del paese. I morti sarebbero stati almeno quattro. 

Un testimone di Kisumu ha riferito ad Amnesty International che gruppi di giovani hanno fatto irruzione, casa per casa, nel quartiere di Kondele alla ricerca di appartenenti all'etnia kikuyu, abbandonandosi a pestaggi e saccheggi. Secondo notizie di stampa, c'è stato anche un tentativo di assaltare la locale stazione di polizia. 

"Negli ultimi mesi e giorni, la polizia ha aperto indiscriminatamente il fuoco sulla folla, ferendo e uccidendo manifestanti. La polizia kenyana ha il dovere di proteggere le persone dalla violenza ma deve farlo secondo modalità rispettose del diritto internazionale e delle leggi nazionali. Queste elezioni hanno già provocato abbastanza spargimento di sangue. Occorre evitare che vi siano altre morti a causa dell'uso eccessivo della forza da parte della polizia", ha dichiarato Justus Nyang'aya, direttore di Amnesty International Kenya. 

Il giorno prima della sentenza della Corte suprema, almeno sei persone erano state uccise a Nairobi. L'opposizione ha puntato il dito sulla polizia e su milizie filo-governative. La polizia ha negato ogni responsabilità ed ha avviato indagini, tuttora in corso. 

Il 17 novembre almeno cinque persone erano state uccise quando la polizia aveva aperto il fuoco contro una folla di simpatizzanti di Raila Odinga, leader dell'opposizione, radunatisi per accoglierlo al rientro da un viaggio negli Usa. 

"Ora che il presidente Uhuru Kenyatta è stato dichiarato vincitore, la sua priorità dev'essere quella di porre sotto controllo la violenza e assicurare che la vita di tutti i kenyani sia protetta e i loro diritti siano rispettati. Se la polizia ha il dovere di mantenere l'ordine pubblico, i manifestanti devono potersi esprimere liberamente e pacificamente senza tenere di venire feriti o uccisi dalla polizia", ha aggiunto Nyang'aya. 

"Se il presidente Kenyatta vuole stemperare le divisioni causate dalle elezioni, deve assicurare giustizia per le decine di kenyani feriti o uccisi a seguito dell'uso della forza eccessiva da parte della polizia, che ha segnato lo svolgimento del ciclo elettorale di quest'anno", ha concluso Nyang'aya. 
La violenza elettorale ha causato decine di morti, almeno 33 dei quali ad opera della polizia. 

 

 

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