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Martedì, 22 Maggio 2018

Articoli filtrati per data: Lunedì, 15 Gennaio 2018 - nelPaese.it

Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) riguarda, in media, il 5% dei bambini in età scolare e circa il 2,5% della popolazione adulta. É un disturbo evolutivo dell'autocontrollo include difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo e gestione degli impulsi e del livello di attività. Si manifesta con disattenzione, iperattività e impulsività nei vari contesti di vita del bambino.

"Negli ultimi anni – ha detto la dott.ssa Fabiola Mocetti, responsabile del Centro Vertumno - le diagnosi di ADHD sono aumentate. Non sappiamo se ciò sia da attribuire all'aumento qualitativo degli strumenti diagnostici o alla maggiore attenzione per questa patologia. Secondo una ricerca dell'Associazione "Liberi di... Orvieto per l'ADHD" sono circa 90 i bambini con questa patologia genetica in carico al servizio di Neuropsichiatria dell'età evolutiva del Distretto di Orvieto".

A fronte di questo aumento di diagnosi anche sul territorio orvietano, il Centro Vertumno, della Coop. Soc. Il Quadrifoglio, d'intesa con l'Associazione "Liberi di... Orvieto per l'ADHD" ha elaborato un progetto di intervento negli Istituti Comprensivi di questo territorio. Si tratta del primo progetto, grazie anche al contributo dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto, di intervento organico sul territorio umbro che affronta sistematicamente il tema della prevenzione e del trattamento in situ dell' ADHD secondo una logica di progettazione partecipata, prevedendo azioni di informazione e ascolto (rivolte agli insegnati e genitori), formazione (destinati al personale docente) e esperienze di coping power a scuola (una metodologia finalizzata a ridurre i comportamenti problematici in classe e ad aumentare la capacità di gestione e controllo della rabbia e dell'aggressività in bambini e adolescenti).

"L'ADHD – precisa Clara Codini responsabile del progetto per la cooperativa sociale Il Quadrifoglio - richiede un approccio multidisciplinare e una logica di rete. Ecco la ragione di un progetto che mette in relazione diverse competenze psicologiche e psicopedagogiche, l'esperienza e le conoscenze dei docenti, la sensibilità e il sapere specifico dei genitori".

Pubblicato in Umbria

Amnesty International ha chiesto il rilascio dell'attivista palestinese 16enne Ahed Tamimi, che oggi è comparsa di fronte al tribunale militare di Ofer e che rischia fino a 10 anni di carcere. Ahed Tamimi deve rispondere di aggressione aggravata e di altri 11 capi d'accusa per aver spintonato, schiaffeggiato e scalciato due soldati israeliani, lo scorso 15 dicembre, nel suo villaggio natale di Nabi Saleh. L'azione giudiziaria nei suoi confronti è iniziata dopo la diffusione su Facebook di un video della scena.

"Nulla che Ahed Tamimi ha fatto può giustificare il proseguimento della detenzione di una ragazza di 16 anni. Le autorità israeliane devono rilasciarla immediatamente. Le immagini della ragazza disarmata che aggredisce due soldati armati e dotati di equipaggiamento protettivo mostrano che quell'azione non costituiva alcuna minaccia concreta e che la sua punizione è palesemente sproporzionata", ha dichiarato Magdalena Mughabi, vicedirettrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord.

"L'arresto di Ahed Tamimi e il procedimento militare nei suoi confronti mettono in evidenza il trattamento discriminatorio, da parte delle autorità israeliane, dei minorenni palestinesi che osano sfidare la repressione, spesso brutale, delle forze occupanti", ha aggiunto Mughrabi. Ahed Tamimi è stata arrestata il 19 dicembre 2017 insieme alla madre Nariman e alla 21enne cugina Nour dopo che la stessa Nariman aveva pubblicato online le immagini dell'alterco tra Ahed Tamimi e i due soldati, in occasione di una manifestazione promossa a Nabi Saleh contro la recente decisione del presidente statunitense Trump di riconoscere Gerusalemme capitale d'Israele.

In precedenza, lo stesso giorno, un altro cugino di Ahed, il quindicenne Mohammad Tamimi, era stato colpito alla testa da un proiettile di gomma sparato da corta distanza da un soldato israeliano. Si è reso necessario un intervento chirurgico che ha dovuto rimuovere parte del cranio sinistro.  Dalle immagini si evince che i due soldati, che erano di fronte al giardino dell'abitazione dei Tamimi e dotati di fucili d'assalto, sono stati facilmente in grado di difendersi dagli schiaffi e dai calci di Ahed Tamimi.

Tuttavia, il video ha provocato l'indignazione di molti israeliani e il ministro dell'Istruzione Naftali Bennett è arrivato adichiarare alla radio militare che le tre donne avrebbero dovuto "trascorrere la loro vita in prigione". Quattro giorni dopo, il 19 dicembre, i militari israeliani hanno arrestato Ahed e Nariman Tamimi durante un'irruzione notturna nell'abitazione della famiglia. Nour Tamimi, arrestata il giorno dopo, è stata rilasciata su cauzione il 5 gennaio in attesa del processo.  

Il 1° gennaio 2018, Ahed e Nariman Tamimi sono state formalmente accusate di aggressione aggravata e di impedimento ai soldati di svolgere il loro dovere. Ahed Tamimi deve rispondere complessivamente di 12 capi d'accusa, tra cui incitamento attraverso i social media e reati relativi ad altri cinque alterchi che avrebbe avuto con soldati israeliani negli ultimi due anni.

Secondo la Convenzione sui diritti dell'infanzia, di cui Israele è stato parte, l'arresto, la detenzione o l'imprigionamento di un minore devono essere considerati come l'ultima misura a disposizione e devono durare il minor tempo possibile. "Israele sta in tutta evidenza venendo meno ai suoi obblighi di diritto internazionale di proteggere i minori da dure sanzioni penali", ha sottolineato Mughrabi.

"Sarebbe un'inconcepibile travisamento della giustizia se, col suo atto di sfida all'incessante oppressione, Ahed Tamimi venisse condannata a una lunga pena dopo un processo militare che non assicura il rispetto degli standard minimi sul giusto processo", ha aggiunto Mughrabi.

Ogni anno l'esercito israeliano processa centinaia di minorenni palestinesi nei tribunali militari di giustizia minorile, spesso a seguito di arresti che avvengono durante raid notturni e dopo averli sistematicamente sottoposti a maltrattamenti - tra cui l'obbligo di stare con gli occhi bendati, le minacce, gli estenuanti interrogatori in assenza di avvocati o familiari, l'isolamento e in alcuni casi la violenza fisica.

Secondo le organizzazioni locali per i diritti umani, nelle prigioni e nei centri di detenzione israeliani si trovano circa 350 minorenni palestinesi. L'avvocato di Ahed Tamimi ha riferito che la ragazza è stata sottoposta a diverse lunghe e aggressive sedute d'interrogatorio, talvolta di notte, e che chi la interrogava ha più volte rivolto minacce alla sua famiglia.

Secondo i suoi familiari, Ahed Tamimi è stata anche sottoposta a trasferimenti fisicamente estenuanti dalla prigione alla corte, insieme ad altri detenuti minorenni, senza poter avere accesso a un gabinetto. Il padre di Ahed, Bassem Tamimi - in passato dichiarato prigioniero di coscienza da Amnesty International - è stato raggiunto da un divieto di viaggio all'estero. Le autorità israeliane hanno inoltre minacciato altri 20 membri della famiglia Tamimi di vietare loro la residenza a Nabi Saleh.

Minori alla sbarra

Secondo l'associazione Difesa dei minorenni palestinesi, ogni anno i tribunali militari per minori processano dai 500 ai 700 minorenni della Cisgiordania occupata, eseguendo decreti militari.

Molti di questi decreti riguardano attività pacifiche, come l'espressione di opinioni politiche o l'organizzazione e la partecipazione a proteste non autorizzate dal comandante militare israeliano di zona.

I giudici e i pubblici ministeri dei tribunali militari fanno parte dell'esercito israeliano. Il sistema di giustizia militare non si applica nei confronti dei coloni israeliani residenti in Cisgiordania, che sono sottoposti alla giustizia civile. I casi di violenza dei coloni restano normalmente impuniti mentre i palestinesi vengono regolarmente presi di mira e arrestati.

Il piccolo villaggio di Nabi Saleh si trova a nord-ovest di Ramallah, nella Cisgiordania occupata. Dal 2009 vi si svolgono proteste del venerdì contro l'occupazione militare israeliane, la confisca dei terreni e la perdita delle fonti idriche della comunità. L'esercito israeliano ricorre abitualmente alla forza eccessiva contro chi prende parte alle proteste e anche contro chi si limita ad assistervi e in molti casi danneggia deliberatamente proprietà private.

 

Dal 2009 tre abitanti di Nabi Salah sono stati uccisi dai soldati israeliani e centinaia di altri sono stati feriti da proiettili veri, pallottole di metallo rivestite di gomma e gas lacrimogeni.

Pubblicato in Nazionale

Ricorre oggi il cinquantenario del terremoto più forte che colpì la Valle del Belìce nella notte del 15 gennaio del 1968. Un evento di magnitudo 6.4 interessò una vasta area della Sicilia occidentale, compresa tra le province di Trapani, Agrigento e Palermo. L'evento principale fu anticipato da una forte scossa il giorno precedente e seguito da altre repliche sino al successivo 25 gennaio; complessivamente gli eventi di magnitudo compresa tra 5.0 e 5.5 furono cinque.

E 352 morti, 576 feriti, quasi 100mila senzatetto, sono i numeri di questa tragedia sismica. Dei quindici paesi interessati, dieci furono maggiormente colpiti e, fra questi, quattro distrutti: Gibellina, Montevago, Salaparuta e Poggioreale.

L'allora Istituto Nazionale di Geofisica, oggi confluito nell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), seguì con continuità l'evolversi della sequenza sismica, elaborando i dati registrati dalle stazioni della rete di monitoraggio, che a quel tempo non copriva l'intero territorio italiano.

"Quello del Belìce è il primo terremoto visto dagli italiani attraverso la televisione. L'evento mise a nudo lo stato di arretratezza di un'area remota del meridione d'Italia, ma anche l'allora impreparazione e inadeguatezza della "macchina dei soccorsi". La drammatica realtà delle baraccopoli e il lungo processo di ricostruzione che seguì, ha profondamente modificato il volto della Valle del Belìce, ma soprattutto l'animo dei suoi abitanti", scrive in una nota Ingv.

Pubblicato in Ambiente&Territorio

La violenza sulle donne non distrugge solo la vita di chi subisce in prima persona botte, maltrattamenti psicologici, soprusi sessuali. Innesca infatti una spirale di odio che non risparmia i figli, che nel 65% dei casi sono testimoni degli episodi di abuso ai danni della madre e per questo pagano conseguenze che si fanno sentire per tutta la vita. Aumenta infatti molto il rischio di diventare essi stessi autori di reati di violenza o vittime di maltrattamenti.

È quanto è emerso durante il corso di formazione per giornalisti "Stop alla violenza di genere. Formare per fermare", organizzato ieri a Roma con il supporto non condizionato del Gruppo Menarini e in collaborazione con il Dipartimento delle Pari Opportunità: gli esperti hanno sottolineato che si parla troppo poco di quanto vedono gli occhi dei bimbi e per arginarne gli effetti traumatici propongono che venga introdotto il reato di violenza assistita.

"E' l'appello che facciamo al futuro Parlamento – ha detto Alessandra Kustermann, direttora UOC del pronto soccorso Ostetrico-ginecologico e del Soccorso Violenza Sessuale e Domestica del Policlinico di Milano –Potremmo pensare a un progetto di legge che sposti la violenza assistita da aggravante, quale è oggi, a vero e proprio reato, perché si tratta, di fatto, di una forma di maltrattamento. L'obiettivo è tutelare tutti quei bambini e ragazzi che assistono alla violenza in famiglia, subendo danni che li accompagneranno per tutta la vita. Danni di cui spesso né la madre né la società sono consapevoli. In circa il 60% dei casi segnalati al nostro Servizio abbiamo a che fare con violenze domestiche, ma solo nel 18% di questi casi le donne dichiarano inizialmente che i figli hanno assistito ai maltrattamenti. Mentre dopo colloqui accurati emerge che purtroppo invece i figli sono quasi sempre consapevoli della violenza subita dalla madre".

Le conseguenze sono gravi, nell'infanzia ma anche nell'età adulta: l'educazione emotiva viene meno, gli strascichi di traumi dei quali si è stati a lungo testimoni e vittime indirette modificano la capacità di affrontare la vita. "Si va da comportamenti violenti e forme di bullismo - sottolinea Danila Pescina, criminologa ed esperta di psicologia delle dipendenze -  all'abuso di alcolici o disturbi del comportamento alimentare, come anoressia e bulimia; i ragazzini inoltre sviluppano un disturbo post-traumatico da stress o depressione, è più probabile che abbiano alterazioni del sonno, problemi a scuola e somatizzazione dei disagi in patologie come asma o allergia. I figli di donne maltrattate hanno poi una bassa autostima, sono costretti a crescere troppo in fretta, non avendo avuto un'educazione emotiva adeguata non riescono a gestire le emozioni proprie e altrui. Non sviluppano empatia, non riescono quindi a capire il dolore che possono provocare in un'altra persona: per questo i maschi sono poi più inclini, una volta cresciuti, a mettere in atto violenza nelle relazioni di coppia. E le femmine, purtroppo, a subirla come fosse un destino ineluttabile".

Di questi aspetti della violenza sulle donne non si parla quasi mai, perciò le esperte ritengono sia giunto il momento di alzare il velo sulle sofferenze di chi è spettatore degli abusi per spezzare la catena di odio.

"Menarini è molto orgogliosa di promuovere occasioni di confronto e sensibilizzazione sulla violenza di genere. Avendo una presidente donna, Lucia Aleotti, l'azienda è particolarmente sensibile al tema e impegnata a sostenere iniziative come queste, essenziali per far conoscere un'emergenza che non accenna a diminuire - commenta Valeria Speroni Cardi, portavoce del Gruppo Menarini – Purtroppo la cronaca ci racconta quasi quotidianamente casi di violenza sulle donne: l'ultimo femminicidio risale ad appena quattro giorni fa. È quindi essenziale far sì che la società civile non abbassi mai la guardia e soprattutto creare una coscienza collettiva che si opponga agli abusi su chi è più fragile. Il nostro sostegno a questo incontro è infatti un'ulteriore dimostrazione di quanto l'azienda abbia a cuore un impegno concreto nel sociale: abbiamo iniziato con il progetto per la lotta all'abuso sui minori, avviato ormai quasi due anni fa e tuttora in corso, proseguiamo oggi con un incontro per aiutare ad aumentare la consapevolezza su maltrattamenti, abusi e violenze sulle donne. Il nostro obiettivo è prevenire storie di violenza che non vorremmo mai sentire, sui bambini e sulle donne".

Pubblicato in Parità di genere

A pochi giorni dalla operazione Stige della magistratura, guidata dal Procuratore della Repubblica Gratteri, e dalla vile intimidazione perpetrata ai danni Coordinatore Regionale di Libera Calabria Don Stamile, interviene la coop sociale Agorà Kroton.

“ Partiamo col dare piena solidarietà e sostegno a chi ogni giorno opera, in base alle proprie competenze e convinzioni, contro una cultura che si basa sul profitto, sull’inganno, sulla illegalità e su una manifestazione deviata del potere, rimarcando la nostra presenza nel voler rappresentare una idea di mondo dove non esistono persone che debbono subire e dove, a tutti, viene data una giusta opportunità nel nome della giustizia. Noi ci siamo”.

La cooperativa crotonese pone una serie di domande: cosa è successo? Di chi è la colpa se tutto questo è successo? Che fare? “Negli ultimi decenni si è riversata la colpa su tutto quello che succedeva, giustamente nella maggior parte dei casi, alla politica ed in particolare ai suoi rappresentanti che, in questo momento storico, lungo, non brillano per competenza, trasparenza e affidabilità. Ma, mentre prima alle incompetenze, o alle ambiguità di questi personaggi, si contrapponeva una società civile, e una realtà associativa, attenta, forte, propositiva e combattiva. Questa, lentamente, è andata sparendo”.

Mano a mano “si è ridotto l’impegno e, soprattutto, la capacità di coinvolgere il popolo nell’esercizio delle rivendicazioni, nella voglia di lottare non per un favore ma per un diritto, nella consapevolezza che non è sbarazzandosi degli altri (siano essi diversi per cultura, etnia, stato, religione, handicap, etc.) che si conquistano dei diritti ma esattamente il contrario”.

“Continuiamo – continua la nota della coop sociale - a rappresentare persone che non ci conoscono, o che non ci capiscono, più. Quello che succede, con questa inchiesta, non è solo uno sconvolgimento all’interno del mondo istituzionale ma è un atto di manifesta incapacità, da parte del nostro mondo, di rappresentare una valida e convincente alternativa. Che fine hanno fatto anni di progetti finalizzati alla lotta alle mafie?”.

E ancora altre domande: che fine hanno fatto i progetti che volevano entrare nelle periferie per dare nuovi e diversi stimoli a chi vive questi luoghi? Dove è finita la capacità dialettica che ci permetteva di contrapporci, con determinazione, a quelle che abbiamo sempre sentito e definito ingiustizie? Dove sono finiti gli “adulti” (e qui il vero tasto dolente) che fungevano da esempio, mentori per alcuni, ai giovani che si affacciavano alla complessità dell’adultità, che dovevano scegliere se fare, o non fare, quello che gli altri fanno? “Bisogna, secondo noi, ripartire da qui. Bisogna ricominciare a “sporcarsi” le mani, senza guanti, per ri-conoscere, capire, rilanciare un dibattito sui diritti, sulla dignità, sul rispetto, l’incontro, la conoscenza e poi sulla legalità in quanto quest’ultima, di solito, è consequenziale a un modello di riferimento acquisito”.

“Lasciamo, senza entrare nel merito, che l’operazione Stige vada avanti e faccia il suo percorso istituzionale”, conclude Agorà Kroton:  “lo facciamo senza puntare l’indice verso nessuno in quanto vogliamo rilanciare il concetto di garantismo (parola non amata di questi tempi, ma fondamentale per uno stato di diritto) che vuole che tutti siano innocenti fino a prova contraria e lasciando alla magistratura, e ai giudici, il compito di andare a fondo su quanto emerso da questa inchiesta dove i colpevoli, forse, sconteranno la giusta pena ma gli innocenti potranno uscirne puliti. Ci fa inorridire l’idea che un innocente possa passare un solo giorno in carcere in quanto quel tempo non glielo restituirà nessuno. Questa riflessione non vale per queste 170 persone ma per tutti quelli che vivono il carcere tutti i giorni ricordando che, il carcere, in Italia, dovrebbe avere un intento rieducativo e non punitivo. Questa operazione dice che è arrivato il momento delle verità, politiche, e di questo bisogna prenderne atto per rilanciare una discussione e l’impegno di tutti. Nessuno escluso”.

Pubblicato in Calabria

Giancarlo Siani li chiamava "muschilli" nei suoi articoli. Erano i bambini degli anni ’80 che a Napoli il grande Joe Marrazzo intervistava nel memorabile reportage “Sciuscià 80”: dai 5 ai 10 anni giravano per la città in motorino, non vanno a scuola, vivono di piccoli espedienti e in mezzo alla strada.

Oggi viene definita erroneamente “emergenza” la violenza delle cosidette “baby gang”. Bande di minori e bambini si aggirano per il centro e nelle periferie armati di coltelli e catene. Con un pretesto mirano e accerchiano la vittima, poi scatta l’arancia meccanica.  L’ultima aggressione risale a ieri sera, alla fermata della metro Policlinico. In questo caso hanno anche derubato la vittima del suo cellulare. La settimana scorsa davanti un’altra metro, quella di Chiaiano, in 15 hanno pestato Gaetano a cui è stata asportata la milza. E ancora Arturo, vivo per miracolo dopo 12 coltellate in via Foria, che proprio oggi è rientrato a scuola.

A queste aggressioni si aggiungono i raid delle cosidette “stese” che vedono altri minori vittime come Stefano a Capodanno nel quartiere San Giovanni e protagonisti come i troppi ragazzini affiliati nelle bande criminali per il controllo del territorio.

Non esiste un’emergenza, esiste una questioni minorile a Napoli e nel Sud. Il termine usato e abusato in altre occasioni come rifiuti e camorra nasconde invece una realtà strutturale nel capoluogo campano e in altri territori del Mezzogiorno. Cambiano contesti e condizioni, oggi la violenza si è fatta gratuita ma si parte da una stessa condizione: povertà educativa, povertà materiale, welfare azzerato, scuola non in grado di fornire risposte, famiglie lacerate e incapaci di avere funzione di controllo, politiche giovanili inesistenti.

Non esiste un’emergenza che poi si può risolvere chiedendo a gran voce il carcere duro per dei bambini di 13 e 14 anni. Soluzione che spesso serve a lavare la coscienza di adulti responsabili.

Non esiste un’emergenza perché mentre si verificano questi episodi all’interno della stessa generazione c’è chi reagisce e si ribella. Dopo le coltellate ad Arturo migliaia di studenti marciarono dal quartiere Sanità al luogo dell’aggressione. E mercoledì 17 lo stesso faranno per Gaetano a Chiaiano.

Studenti in piazza e le mamme

“Gaetano, come Arturo – scrivono gli studenti dei collettivi - è stato vittima di una violenza inaudita ed ingiustificata. Poteva essere un tuo amico, un tuo parente, il tuo amore, poteva essere un tuo caro affetto…Potevi essere tu. Non possiamo restare indifferenti alle violenze, non possiamo restare fermi mentre ci sono dei ragazzi che sono stati picchiati brutalmente, non possiamo restare fermi mentre questi ragazzi hanno rischiato la vita, non possiamo restare indifferenti ad una situazione del genere.

E' il momento di scendere in piazza, è il momento di partire da Scampia. E' il momento di partecipare ad un grande corteo che coinvolga studenti, docenti, persone del quartiere e non e le comunità che si impegnano giorno per giorno nei nostri territori per un futuro migliore. E' il momento che l'Area Nord di Napoli si muova in una marcia di solidarietà nei confronti di Gaetano e di tutte le vittime di violenze e per combattere il fenomeno dell'omertà”.

Oltre agli stessi studenti ci sono le mamme a prendere parole. Sono le mamme delle vittime. Ha iniziato Maria Luisa, madre di Arturo, che dal primo momento ha presidiato i media e la stessa piazza denunciando anche i tentativi di intimidirla in questa sua denuncia. E anche Stella, la mamma di Gaetano, con la stessa forza si presenta davanti alle telecamere per denunciare la violenza subita dal figlio.

Le responsabilità

Ci sono tanti aspetti in questa violenza disperata che va oltre la banale emulazione di una fiction o le stesse condizioni materiali di vita. Un ragazzino protagonista di un’altra aggressione al Vomero ha dichiarato ai poliziotti che lo interrogavano: “puntiamo quelli più fortunati di noi”. Siamo di fronte al deprezzamento della propria vita e di quella dei propri coetanei. L’assenza di una cornice politica e culturale forte, di pensieri forti, determina per questi ragazzini e bambini la mancanza di qualsiasi riferimento credibile. E allora anche l’odio sociale o di “classe” si rivolge a una violenza gratuita e criminale che porta a distruggere solo le vite dei protagonisti.

Il ritorno prepotente della questione meridionale e lo smantellamento chirurgico dei diritti hanno armato la mano di una generazione che rischia di smantellare se stessa e il diritto alla vita. I responsabili sono gli adulti, ad ogni livello: nessuno si tiri fuori dalle proprie responsabilità.  

Pubblicato in Campania

Le identità politiche degli elettori italiani sono mutate in modo significativo nel corso degli ultimi 5 anni. Lo dice l’ultima rilevazione PoliticApp di Swg che ha sondato i nuovi orientamenti verso le imminenti elezioni politiche.

 La diciassettesima legislatura ha contribuito a un’importante metamorfosi degli orientamenti politici presenti del nostro Paese. Cinque anni fa, a due mesi dalle elezioni, gli italiani si raggruppavano in cinque macro identità poli-che. “L’area più consistente era composta dal “Ceto moderato” (36%), in cui confluivano diverse identità: dai moderati ai conservatori, dai berlusconiani ai residui democratico-cristiani, dai liberisti puri ai liberali, agli anticomunisti. Il secondo raggruppamento, per dimensione, era quello del “Magma progressista” (30%), in cui ritrovavamo i progressisti, i riformisti e i socialdemocratici, gli ambientalisti, parte degli antifascisti e dei radicali”.

In affermazione, nel 2013, era il nuovo blocco socio-politico del “Rassemblement disgustato” (23%). Le sue fila erano popolate da persone che si definivano anti-casta, anti-sistema e apolitiche. Infine, il quarto e il quinto raggruppamento: due insiemi minoritari composti, l’uno dai “Territoriali” (4%), in cui confluivano, in particolare, leghisti e frange federaliste; l’altro era quello delle “Frange radicali” (7%), tra le cui fila c’erano comunisti, anarchici, fascisti e an-capitalisti. Cinque anni dopo il quadro è mutato. Le aree identitarie sono diventate sei, con la nascita di una nuova forte e marcante identità politica, quella dei “Prima gli italiani” (che a inizio 2017 valeva il 17% dell’opinione pubblica e oggi è scesa al 16%). In essa ritroviamo leghis-, sovranisti, ma, soprattutto, un’ampia fascia di persone proveniente dal vecchio “Ceto moderato” del 2013, che ha mutato la propria identità politica, radicalizzandosi sotto la spinta della paura degli immigra- e dell’avversione all’Europa.

Il nuovo scenario

In netto mutamento e sfarinamento sono i due principali agglomera- del 2013: il “Ceto moderato” e il “Magma progressista”. Il primo è passato dal 36% al 21%. Nell’universo moderato è avvenuta una forte trasformazione. “Una quota si è consolidata intorno al blocco “Liberista conservatore” (14%) staccandosi dal vecchio ceto moderato e conformando un’identità a sé. In essa ritroviamo berlusconiani, liberisti anti-tasse e i residui anticomunisti. Un’altra parte del “Ceto moderato” è transitata, come detto, al fronte “Prima gli italiani”. L’emorragia di questo blocco è stata compensata dal confluire in esso dal “Magma progressista” di riformisti, socialdemocratici e liberal innovatori”.

Anche il “Magma progressista” si è assottigliato, scendendo dal 30% al 16%. Una parte delle sue fila sono confluite nel ceto moderato, mentre un’altra quota, minoritaria, è andata a rimpolpare le fila delle “Frange radicali” (che sono passate dal 7% all’11%, con una crescita del 2% rispetto a inizio 2017). Infine, il “Rassemblement disgustato”: cresciuto fino al 25% dell’opinione pubblica, questo blocco ha subito, nel corso dell’ultimo anno, uno stop e un ridimensionamento che lo porta al 22% (con un calo di 3 punti rispetto al 2016).

“I vari raggruppamenti identitari hanno un proprio partito di riferimento, ma non sono monolitici e i flussi di voto s’indirizzano su più parti”. Così, ad esempio, il PD pesca, soprattutto, dal “ceto moderato” (26%) e dal “Magma progressista” (29%). I grillini fanno pesca grande tra le fila del “Rassemblement disgustato” (35%), ma recuperano voto anche tra le fila di “Prima gli italiani” (17%) e dal “Magma progressista” (12%).

La Lega ha il suo bacino fondante nel blocco “Prima gli italiani” (48%), ma pesca anche dai “Liberisti conservatori” (17%) e dal “Rassemblement disgustato” (16%). Forza Italia, infine, trova il suo blocco di riferimento tra i “Liberisti conservatori” (29%), ma dialoga anche con par- del “Ceto moderato” (27%) e di “Prima gli italiani” (20%).

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