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Martedì, 25 Settembre 2018

Articoli filtrati per data: Giovedì, 01 Marzo 2018 - nelPaese.it

La Cooperativa sociale L’Uomo e il legno ha deciso di candidare il progetto di impresa agricola sociale bio "campoAperto", nata nel Carcere di Secondigliano, alla terza edizione di Aviva Community Fund, che offre la possibilità di dare un sostegno economico per una causa importante nella propria comunità.

Per votare il progetto basta seguire una procedura che viene spiegata sulla pagina facebook della coop sociale napoletana.

Il progetto

La cooperativa agisce con particolare attenzione sul territorio dei quartieri a nord di Napoli: una zona complessa, nota per le numerose forme di disagio e marginalità sociale che la caratterizzano.  Simbolo in negativo di quest'area è il carcere di Secondigliano: date le condizioni del sistema penitenziario italiano, caratterizzato da sovraffollamento, incremento dei suicidi e atti di autolesionismo, non sempre si riesce a garantire ai detenuti un autentico percorso di riabilitazione. L'articolo 27 della nostra Costituzione non potrebbe essere più chiaro: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".

In questo contesto si inserisce il progetto “campoAperto: lavoro e agricoltura biologica nel carcere di Secondigliano”, una vera e propria impresa sociale per la produzione agricola di eccellenza che sfrutta gli spazi inutilizzati del penitenziario e dati in comodato d’uso dal Ministero di Grazia e Giustizia: 2 ettari e 2 serre coltivate da 5 detenuti assunti a tempo indeterminato. Grazie all’investimento messo in campo dalla nostra cooperativa abbiamo dato una risposta concreta al bisogno sì di lavoro salariato, ma soprattutto ad un impegno stabile e quotidiano per i detenuti, fondamentale per valorizzarne le competenze e le energie in vista del successivo reinserimento nel tessuto sociale: secondo i dati del XIII Rapporto sulle condizioni di detenzione, a cura dell’Osservatorio dell’associazione Antigone, la recidiva si abbassa drasticamente nei casi in cui detenuti hanno avuto un impiego durante il periodo di detenzione. Inoltre CampoAperto vanta una documentazione del SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale) la quale attesta che sui terreni si effettua un’attività biologica/in conversione: le semenze e i prodotti hanno dunque origine e certificazione bio.

Beneficiari del progetto

Al momento i beneficiari diretti sono 5 detenuti assunti regolarmente e che hanno avuto la possibilità, al di là di una retribuzione dignitosa, di essere formati e aggiornati sulle tecniche agricole sia nei campi che nelle serre grazie a continui corsi di formazione eseguiti da agricoltori del territorio.

Attività dell'organizzazione

La Coop. “L’Uomo e il Legno” nasce nel 1995 nel quartiere di Scampia, a Napoli, con lo scopo di promuovere l’integrazione attraverso l’inserimento sociale e lavorativo di persone svantaggiate. Oggi la Cooperativa è cresciuta ed ha diversificato i campi d’interesse: lavora con i minori, i diversamente abili, con i migranti e i detenuti.

 

Pubblicato in Campania

Dalla collaborazione tra la Comunità di prima accoglienza per persone migranti Casa Freedom 2 e il Centro socio educativo per persone adulte con disabilità L'albero delle storie, nasce “Ciao, Come stai? Le narrazioni dell’accoglienza”, in programma mercoledì 7 marzo, alle ore 18:30 nei locali della sala Carboni, a Mondavio, per sensibilizzare i giovani sul tema dell’accoglienza dei migranti.

L'evento si colloca all'interno del progetto di formazione “Scuola di Platea”, curato dall'associazione marchigiana Attività teatrali, con l'obiettivo di avvicinare i giovani al teatro, ed è parte di Teatri d'Autore, la stagione di prosa nei Teatri storici della Rete teatrale della provincia di Pesaro e Urbino.

Nella prima parte della serata, dalle ore 18:30 alle 19:30, le operatrici della Comunità "Casa Freedom 2" di Acquaviva di Cagli leggeranno a studentesse e studenti del Liceo Nolfi di Fano e del Liceo Mamiani di Pesaro, un testo la cui elaborazione ha coinvolto Casa Freedom, “L’albero delle storie”, e lo scrittore Michele Gianni.

La serata procederà con lo spettacolo “Storia di Ena”, tratto dal romanzo "Nel mare ci sono i coccodrilli" di Fabio Geda, un autore con un passato decennale di educatore, che ha riversato nella sua produzione letteraria i temi incontrati negli anni di lavoro nel sociale.

Pubblicato in Lettera al Direttore

“È arrivato il momento che le autorità competenti trovino una soluzione strutturale a un problema che, come dimostrato dagli ultimi tre inverni, non si risolverà da solo. Come organizzazione medico-umanitaria chiediamo alle autorità di avviare un piano per ospitare persone la cui salute può essere compromessa dalle durissime condizioni di vita che devono sopportare”.

Lo sottolinea Tommaso Fabbri, capomissione di Medici senza frontiere in Italia in relazione alle condizione dei migranti e rifugiati a Gorizia. Oggi, infatti, la tenda riscaldata fornita da Msf e gestita dalla Caritas per offrire riparo a decine di persone verrà rimossa per motivi amministrativi, ma ancora non è chiaro dove queste persone, ed altre che arrivano quotidianamente, potranno trovare riparo nel medio e lungo termine. “La tenda, che ospitava circa 60 persone ogni notte – spiega Msf - viene smantellata perché l’autorizzazione concessa dal Comune di Gorizia decade nei prossimi giorni”.

“Abbiamo appreso che le persone che vivevano nella tenda per ora saranno ospitate in parte in Cas e in parte in strutture gestite dalla Caritas, ovvero dalla società civile – continua l’organizzazione - Dal 2015 siamo stati più volte in contatto con le autorità per riaffermare che nessuno dovrebbe essere costretto a vivere in strada, soprattutto in un periodo come questo, in cui le temperature sono scese ben al di sotto dello zero”. Secondo Msf da metà dicembre, più di mille persone hanno trovato riparo nella tenda.

“È triste vedere che ancora una volta è la società civile a dover assistere le persone in stato di bisogno. Serve un’azione urgente da parte delle autorità per garantire condizioni di vita dignitose per tutti” conclude Tommaso Fabbri. “La società civile non deve essere lasciata sola nel fornire ripari e altri beni di prima necessità a rifugiati e migranti”. A Gorizia l’organizzazione era già intervenuta a sostegno di migranti e rifugiati rimasti senza riparo e bisognosi di assistenza primaria da dicembre 2015 a luglio 2016.

(Fonte: Redattore Sociale)

 

 

 

Pubblicato in Nazionale

A cavallo della giornata mondiale dedicata alle malattie rare a Napoli si è svolto un incontro su una patologia specifica. Fari puntati, infatti, sull’universo della ricerca e sui bisogni dei pazienti affetti dall’Adrenoleucodistrofia con il workshop “Ridare vita alla vita attraverso il DNA: l’adrenoleucodistrofia la rosa della speranza”, inserito nell’ambito delWeekend di Città della Scienza-Museo Corporea dedicato a "Sport, Salute & Benessere", a cura di Marina Melone, direttore del Centro Interuniversitario di Ricerca in Neuroscienze e referente Malattie Rare per l’Università della Campania Luigi Vanvitelli e di Valentina Fasano, Presidente dell’Associazione Italiana Adrenoleucodistrofia.

Importante il gemellaggio con Città della Scienza, science center partenopeo di rilievo internazionale, in particolare con Corporea, Museo Interattivo dedicato al Corpo Umano. Un luogo che ha come mission fondante la divulgazione della scienza, adeguata e trasversale diretta ad un vasto pubblico, con un’attenzione particolare alle generazioni di giovani e giovanissimi. L’Adrenoleucodistrofia è una malattia metabolica rara, che colpisce i maschi,legata all’accumulo di acidi grassi a catena lunga e molto lunga,in vari tessuti, in particolare nelcortico-surrene, nei testicoli e nel Sistema Nervoso Centrale e che crea danni gravissimi ed irreversibili, a causa della incapacità delle cellule di liberarsi di ciò che possiamo considerare una “spazzatura” metabolica.

“Le madri – spiega la prof.ssa Melone – sono le portatrici della malattia e nell’80% dei casi, intorno ai 50-55 anni, manifesteranno, a loro volta, problemi neurologici”. La rosa della speranza è rappresentata dagli strumenti messi a punto dalla ricerca che agiscono sia sul versante della prevenzione sia su quello della cura. Obiettivo comune: mettere e rimettere al centro dell’attenzione i bisogni delle persone affette da questa patologia e, più in generale, da malattie rare e metaboliche. Innanzi tutto è necessario ricorrere a una dieta quotidiana, adeguata e supplementata con alimenti a fini medici speciali.

Ulteriore passaggio fondamentale appare quello di riuscire ad effettuare tempestivamente un’adeguata diagnosi, possibilmente nella cosiddetta finestra pre-sintomatica, prima cioè che intervengano danni irreversibili al Sistema Nervoso Centrale,fino ad arrivare allo screening neonatale, in maniera tale da poter intervenire precocemente con una dieta corretta, con il trapianto di midollo e,in un prossimo futuro, con la terapia genica.  

Di fatto, la possibilità di una terapia patogenetica, come la terapia genica, che apre la strada maestra alla sostituzione del gene difettoso, rende particolarmente necessaria la diagnosi nella fase pre-sintomatica. Tuttavia,secondo quanto ribadisce la prof. Melone, nei fatti un paziente non diagnosticato, non conoscendo la patologia da cui è affetto, non può usufruire degli strumenti che gli consentono di aver accesso a cure efficaci. Una condizione di “invisibilità” che non gli permette di veder riconosciuto, concretamente, il suo diritto alla tutela della salute. Un diritto espressamente sancito dalla Costituzione.

Ci riferiamo in particolare ai pazienti e alle donne portatrici che manifestano segni della malattia e che necessitano tempestivamente di terapie farmacologiche che agiscano sui sintomi (come, ad esempio,le terapie: antiepilettica, antispastica, di sostituzione ormonale e simili) e della somministrazione di una dieta bilanciata ed efficace, con la scelta di cibi ricchi di acidi grassi a catena corta, invece che di quelli a catena lunga e molto lunga, supplementata da due alimenti speciali, evoluzioni avanzate dell’olio di Lorenzo. In particolare il primo, l’Aldixyl, un prodotto a basedi oleina, acido linoleico coniugato (CLA) e erucina, sostanze nutritive essenziali per il benessere dell’organismo,a base di oleina, erucina e acido linoleico coniugato (CLA) ed un mix di potenti antiossidanti, è una miscela dotata di notevole biodisponibilità, cioè della capacità di raggiungere il bersaglio, arrivando nel Sistema Nervoso Centrale, dopo aver superato la Barriera Emato Encefalica.

Il secondo, l’Aldixyl OILife contenente glicerolo trioleato (GTO) purissimo è fornito all’aroma di olio di oliva, per migliorarne il gusto e per accontentare salute e palato. Una fonte sostitutiva di grassi, necessaria per questi pazienti,da usare quotidianamente per condire e cuocere i cibi. Un punto di forza, a tutela dei pazienti, è rappresentato dal fatto che questi prodotti, prescritti esclusivamente dai Centri di Riferimento accreditati, vengono dispensati dal Sistema Sanitario Nazionale che ne garantisce la gratuità.

“Pertanto, tragli obiettivi del progetto pilota finanziato dalla Regione Campania– spiega la prof.ssa Marina Melone–vi è quello di creare un nuovo percorso diagnostico terapeutico assistenziale (PDTA) che verrà realizzato attraverso una piattaforma,da svilupparsi nella Regione Campania, deputata a mettere in comunicazione i centri di riferimento regionali con i medici del territorio ed i laboratori diagnostici”

Un progetto che, secondo quanto evidenza la stessaprof.ssa Melone, consentirà,attraverso lo scambio di informazioni euna formazione continua, non solo di arrivare ad una precoce diagnosi, ma anche di far partire un’adeguata prevenzione. L’ambizione coltivata è quella di creare una rete nazionale che coinvolga sia le altre regioni italiane sia i centri europeiattraverso gli EuropeanReference Networks (ERNs),

Obiettivo: promuovere la ricerca sulla patologia a 360 gradi. Un traguardo capace di coniugare due aspetti assolutamente connessi:quello di una prevenzione efficace e quello di una razionalizzazione delle spese a carico del Sistema Sanitario Nazionale.

Un percorso le cui tappe cominciano con una diagnosi tempestiva in tutti i pazienti e nelle portatrici, fino ad arrivare all’inserimento dello screening neonatale nei livelli essenziali di assistenza (LEA). “Il programma di prevenzione per l’Adrenoleucodistrofia – ribadisce la prof.ssa Melone – è assolutamente possibile visto che il tasso di nuove mutazioni è inferiore al 5%”. Occorre, però, anche agire sul fronte di un possibile cambiamento prospettico e culturale.

“Appare necessario – dice Valentina Fasano, presidente dell’Associazione Italiana Adrenoleucodistrofia – promuovere un’educazione alla diversità e alla vita di relazione, affinché ci si renda conto che le persone con disabilità possono e debbono aspirare ad una vita ‘normale’, anche laddove vivano una condizione di particolare gravità. Affinché si assuma consapevolezza che il sostegno a loro rappresenta per la società un investimento ed un arricchimento. L’impegno primario dell’Associazione, in tal senso, consiste nell’essere al fianco dei pazienti, lottando contro la solitudine e l’isolamento sociale”. Tutti insieme, dunque, per ricordare che, grazie ad una medicina personalizzata ed alla ricerca, si può combattere e vincere una lotta ardua, contro quelle malattie rare che, un tempo,erano considerate necessariamente e rapidamente mortali.

Un impegno comune per restituire alla collettività il senso profondo connesso alla dimensione del prendersi cura e a quello di una tutela reale e prospettica della salute che metta al centro anche la donna, custode e nume tutelare della salute di tutta la famiglia. Alcuni momenti significativi dell’incontro, corredati dalle interviste, sono racchiusi in un video realizzato da Massimo Cuomo Photographer – Fotografia Essenziale.

 

Pubblicato in Salute

Amnesty International ha sollecitato i leader e i rappresentanti di 23 paesi, dell'Onu, della Nato e dell'Unione europea che prendono parte nella capitale afgana al "Kabul Process", a mettere al centro dei colloqui la protezione dei civili e la ricerca della giustizia per i crimini di guerra e contro l'umanità commessi in Afghanistan.  Il "Kabul Process" è stato convocato per discutere di sicurezza e contrasto al terrorismo. "La principale questione legata alla sicurezza è quella che riguarda la vita della popolazione civile. Nelle ultime settimane l'orrore visto negli anni scorsi si è dispiegato in pieno nelle strade di Kabul, dove i civili sono stati spietatamente colpiti in attacchi che costituiscono crimini di guerra", ha dichiarato Omar Waraich, vicedirettore di Amnesty International per l'Asia meridionale. 

"Sentiamo continuamente parlare, tanto il governo afgano quanto la comunità internazionale, delle loro preoccupazioni per la vita dei civili ma tanto l'uno quanto l'altra non hanno posto la protezione dei civili al centro delle loro politiche", ha aggiunto Waraich. 

Vittime civili 

Il "Kabul Process" si svolge in un clima di incessante violenza. Nell'attentato più sanguinoso del 2018, quello del 27 gennaio, i talebani hanno fatto saltare in aria un'ambulanza riempita di esplosivo in una strada affollata nel centro di Kabul, causando 95 morti e 158 feriti.  Secondo la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama), il 2017 è stato il quarto anno consecutivo in cui il numero delle vittime civili, tra morti e feriti, ha superato quota 10.000.  Nel 2017 gli attentati suicidi e gli attacchi indiscriminati e illegali con ordigni esplosivi improvvisati sono stati la prima causa dell'elevato numero di vittime civili. Il peggiore episodio è stato quello del 31 maggio, quando a Kabul sono stati uccisi 92 civili e ne sono stati feriti altri 500. 

Sempre nel 2017 le forze legate al governo, sia quelle afgane che quelle internazionali, sono state responsabili di un quinto delle vittime civili. L'Unama ha documentato 295 morti da attacchi aerei, il numero più alto da quando, nel 2009, ha iniziato a documentarli. 

Attacchi contro manifestanti 

Quando, nel giugno 2017, vi sono state proteste contro la violenza, le forze di sicurezza hanno usato la forza in modo illegale, uccidendo sei manifestanti e ferendone oltre una decina. Nessuno è stato chiamato a rispondere.  "Le autorità afgane dovrebbero destinare le loro risorse alla protezione dei civili. Invece di ascoltare le richieste di giustizia provenienti dalla popolazione, hanno brutalmente attaccato i manifestanti e limitato il diritto alla libertà di manifestazione", ha sottolineato Waraich. 

Ritorni forzati di richiedenti asilo 

I paesi europei, molti dei quali partecipano al "Kabul Process", stanno procedendo al rimpatrio forzato di richiedenti asilo afgani anche se la violenza continua ad affliggere ogni parte del paese.  "Sostenendo una pericolosa bugia, e cioè che l'Afghanistan sia un paese sicuro, i governi europei stanno mettendo in pericolo la vita delle persone che rimandano indietro. Questi ritorni forzati dovrebbero cessare immediatamente", ha detto Waraich. 

Le indagini del Tribunale penale internazionale 

Fino a quando le autorità afgane e i loro alleati continueranno a non assicurare giustizia alle vittime dei crimini di diritto internazionale commessi nel paese, l'unica speranza di giustizia resterà un'indagine da parte del Tribunale penale internazionale. 
 Da questo punto di vista, Amnesty International ha apprezzato il fatto che il 20 novembre 2017 la procuratrice del Tribunale abbia richiesto l'autorizzazione ad avviare un'indagine su possibili crimini di guerra e crimini contro l'umanità commessi nel contesto del conflitto armato a partire dal 1° maggio 2003. 

"Le autorità afgane devono compiere tutti i passi necessari per assicurare che coloro che sono ragionevolmente sospettati di atrocità di massa siano portati di fronte alla giustizia e processati in modo equo, senza ricorso alla pena di morte. È stata l'evidente e continua mancanza di giustizia da parte del governo di Kabul a costringere il Tribunale penale internazionale a intervenire. L'Afghanistan non può continuare a venir meno alle sue responsabilità verso le vittime di crimini orribili", ha dichiarato Solomon Sacco, direttore del programma Giustizia internazionale di Amnesty International. 

Pubblicato in Dal mondo

Innovare è possibile, ma partendo dalla scuola e con i ragazzi. Ha avuto una location d’occasione la quinta tappa della manifestazione nazionale #Conibambini- Tutta un’altra storia. L’incontro, infatti, si è svolto a Brindisi presso l’Istituto “Ettore Majorana” di Brindisi ed ha avuto come leit motiv il tema dell’innovazione con la scuola, solo così è possibile contrastare la dispersione scolastica e i fenomeni legati alla povertà educativa minorile.

In questa scuola dove non te lo aspetti, si sperimentano modelli didattici innovativi e i ragazzi imparano attraverso la tecnologia. Non più lezioni frontali, si utilizzano quasi sempre i tablet per studiare, ma si insegna anche ad amare i libri. Per questo, sono molti gli studenti che ogni anno dal Nord si trasferiscono a Brindisi per frequentare questo Istituto pubblico. I circa 1200 studenti, hanno elaborato nell’arco di un’ora attraverso l’hackathon, il tema “Povertà educativa minorile, comunità educante e periferie” che hanno presentato alle associazioni e alla comunità educante presenti alla giornata.

“Una di queste è proprio al Sud- ha spiegato Carlo Borgomeo presidente dell’impresa sociale Con i Bambini a margine dell’incontro-, l’Istituto Majorana di Brindisi rappresenta una eccellenza nazionale che forse non tutti conoscono abbastanza. Per questo nelle diverse tappe della manifestazione #Conibambini- Tutta un’altra storia abbiamo voluto raccontarlo, far conoscere questo esempio positivo per molti ragazzi. La povertà educativa minorile è in continua crescita nel nostro Paese, come dimostra anche il primo rapporto da noi promosso sul tema, da cui emerge che il fenomeno si manifesta con diversa intensità tra Nord e Sud, creando un grave divario sociale. A milioni di bambini e adolescenti vengono infatti negati i diritti elementari allo studio e ancora troppi minori sono privati di attività, come lo sport, fondamentali per la loro crescita. Questo significa compromettere lo sviluppo di questo Paese”.

All’incontro hanno partecipato anche Valerio Valenti prefetto di Brindisi, Salvatore Giuliano preside della scuola, associazioni, insegnanti e studenti pugliesi.   L’obiettivo generale della campagna #Conibambini – Tutta un’altra storia è promuovere i temi legati al Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile incontrando le comunità educanti dei territori (scuola, famiglia, terzo settore, fondazioni, università, ecc) per ascoltarle e condividere con loro idee e buone pratiche di alleanze educative peri contrastare il fenomeno della povertà. Un viaggio in sette tappe, da Nord a Sud, che ha come scopo quello di fare emergere e condividere le buone prassi nate nei territori come esempio a livello nazionale, e allo stesso tempo le criticità e i bisogni di quella generazione talmente liquida da sembrare invisibile.

Le tappe fin qui realizzate: 27 novembre Torino, 6 dicembre Reggio Emilia, 29 gennaio Milano, 20 febbraio Napoli. Dopo l’evento del primo marzo a Brindisi, la manifestazione proseguirà l’11 aprile a Catania e si concluderà a maggio a Roma, con la partecipazione delle Istituzioni, delle Fondazioni, del Terzo Settore, delle Scuole e dei ragazzi, offrendo la fotografia di un’altra Italia che lavora molto e spesso sottovoce, attenta ai ragazzi e al futuro del Paese.

 

Pubblicato in Puglia

“Genova ha perso oltre 7mila occupati negli anni peggiori della crisi e le vicende dell’Ilva, della Piaggio, di Ericsson o di Carige sono lì a ricordare come è sempre possibile scendere ancora di qualche gradino. E le nuove assunzioni rimandano quasi esclusivamente ad occupazioni a tempo determinato o sono riferite ad ambiti stagionali”. È scritto nell’introduzione di Luca Borzani al dossier del centro studi “Genova che osa”, a cura di Stefano Gaggero e Lorenzo Azzolini e con l a ricerca alcuni contributi di Barbara Carpanini, Walter Massa, Paola Bellotti.

Per altro ci sono quasi 40mila giovani tra i 15 e i 25 anni che non studiano e non lavorano a fronte di circa 30mila iscritti all’Università. Sono i futuri poveri. Pesano sulla Liguria l’immobilismo e lo svuotamento delle classi dirigenti, la scomparsa delle vocazioni imprenditoriali, la bassa attrattività di Genova sotto il profilo degli investimenti, l’isolamento logistico, gli stessi processi di finanziarizzazione e di delocalizzazione delle produzioni.

“Né si vede un’inversione di tendenza – aggiunge Borzani - Anzi. Siamo immersi dalle amministrazioni di centrodestra in uno storytelling in cui ogni giorno si celebra un successo e si nasconde la Liguria così come essa è: più povera, sempre più vecchia, distante dai centri dello sviluppo, culturalmente statica e progressivamente più chiusa e provinciale. Con un’emigrazione di giovani che supera l’immigrazione straniera. Elaborare una nuova idea di città, di uscita dal declino, valorizzare risorse, competenze, innovazione sociale è il compito di una sinistra capace di uscire dall’autoreferenzialità del ceto politico e di imparare dalla sconfitta. Ritornare a misurarsi con i processi sociali è un primo e non banale passo”.

Il dossier

Nel 2007, secondo EUROSTAT, il 26% degli Italiani era a rischio di povertà o esclusione sociale, già un dato più alto del 24,5% riferito a tutta l’Unione Europea (a 27 Stati membri: non era ancora entrata la Croazia). Oggi la percentuale è del 30% contro il 23,5% dell’UE (a 28 Stati membri). A titolo di paragone con gli altri Paesi maggiori, in Germania la percentuale è lievemente scesa (dal 20,6 al 19,7%), come pure in Francia (dal 19 al 18,2%) e nel Regno Unito (dal 22,6 al 22,2%), solo in Spagna si è verificato un incremento dal 23,3 al 27,9%. In termini assoluti, il numero di persone a rischio è cresciuto da 15,2 milioni a 18,1 cioè un numero poco inferiore alla popolazione sommata di Liguria e Sardegna.

In Liguria il rischio povertà è aumentato dal 21,3% al 23,9% dal 2007 al 2016. Il peggioramento non ha risparmiato nessuna delle macroregioni del Paese, dalle Isole al Nord-Ovest, e ha coinvolto anche la nostra Liguria, dove la quota di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale è cresciuta dal 21,3 del 2007 al 23,9% del 2016 (il valore del 2016 riferito al Nord-Ovest è del 21%: la Liguria registra la percentuale più alta di tutta la macroregione e di tutto il Settentrione del Paese).

Il peggioramento

Ecco il lungo e triste elenco d’indicatori che sono peggiorati in questi dieci anni in Liguria. La percentuale di persone in condizione di grave deprivazione materiale (cioè chi deve vivere in grave ristrettezza di risorse, non potendosi permettere di pagare almeno quattro tra nove beni e servizi come: affitto e utenze domestiche, riscaldamento adeguato della casa, spese impreviste, carne, pesce o proteine equivalenti un giorno sì e uno no, un fine settimana di vacanza fuori casa, una macchina, una lavatrice, una TV, un telefono) è più che triplicata dal 2,3% del 2007 al 7,9% del 2016 (EUROSTAT).

Il tasso di mancata partecipazione al lavoro (una percentuale che alla disoccupazione aggiunge le persone inattive ma che sarebbero disposte a lavorare) è cresciuto dal 9,3 del 2007 al 15,1% del 2016 (ISTAT). Il tasso di occupati a tempo parziale è cresciuto dal 16,7 del 2007 al 21,3% del 2016 e dal 31,1 al 37,6% per le lavoratrici (EUROSTAT); il part-time involontario è cresciuto dal 5,5 al 13,1% (ISTAT). Più in generale, al 2016 (ISTAT): solo il 18,1% dei lavori riesce a evolvere da un contratto instabile a uno stabile; il 17,9% dei lavoratori è bloccato in lavori a termine da 5 anni o più; il 6,6% dei lavoratori riceve una bassa paga, cioè inferiore ai due terzi del valore mediano.

L’indice di Gini riferito al reddito netto familiare (una misura sull’omogeneità della distribuzione dove il valore “0” rappresenterebbe la massima equidistribuzione dove tutti hanno la medesima ricchezza e il valore “1” la massima disuguaglianza dove una sola persona possiede tutto) è cresciuto da 0,27 nel 2007 a 0,284 nel 2014, toccando un picco di 0,299 nel 2011 (ISTAT, ma la serie storica disponibile è limitata).

La percentuale di persone che vivono in abitazioni di bassa qualità (cioè abitazioni sovraffollate e che hanno problemi strutturali, o non hanno bagno/doccia con acqua corrente oppure hanno problemi di luminosità) è cresciuta dal 5,2% del 2007 al 9,2% del 2016 (ISTAT).

Il 9,2% delle persone vivono in case di bassa qualità. Era solo 5% nel 2007

Questi dati descrivono una situazione valida, purtroppo, anche per il capoluogo Genova, dove risiedono quasi 2 liguri su 5. Approfondendo la schedatura, affinché nessun dato sfugga alla vergogna di essere messo all’indice, recuperiamo qualcosa anche nella scarsità di rilevazioni sui comuni metropolitani.

Scopriamo così che il reddito medio imponibile in città è aumentato del 3% nell’anno d’imposta 2014 su quello 2010, mentre nello stesso periodo l’indice dei prezzi al consumo è cresciuto al triplo della velocità del 9% (questo e i prossimi dati provengono dall’Ufficio statistica del comune, salvo diversamente specificato). Circa 184 mila persone hanno dichiarato un reddito imponibile fino a 15 mila euro nel 2014, pari al 40% di tutti i contribuenti, quando solo 13 mila ne hanno dichiarato uno superiore a 75 mila euro, pari al 3% di tutti i contribuenti. Il problema è che questo 3% più ricco ha dichiarato 1,7 miliardi ovvero il 16% dell’imponibile, contro gli 1,3 miliardi del 40% più povero.

Le disuguaglianze di reddito dividono la popolazione per residenza, per età, per genere e per provenienza: il reddito medio imponibile del Lido è quasi due volte il valore medio comunale e quasi tre volte quello di Ca’ Nuova dove si trova il CEP (2011); il reddito medio imponibile nella fascia d’età 45-64 anni è una volta e mezzo quello nella fascia 25-44 e circa quattro volte e mezzo il reddito nella fascia 15-24 anni (2014); il reddito medio imponibile delle donne è poco superiore alla metà di quello degli uomini (2011); il reddito imponibile medio dei cittadini stranieri è appena il 60% del reddito medio complessivo di tutti i residenti a Genova. Nell’anno d’imposta 2014, 7.024 persone hanno dichiarato un reddito imponibile nullo o addirittura negativo.

Disoccupazione e disagio sociale

I disoccupati nel comune sono cresciuti da 11 mila nel 2007 a 24 mila nel 2015. I dati riferiti a tutta l’area metropolitana ci dicono che il tasso di disoccupazione tra i 15 e i 24 anni è del 36% nel 2015, tra i 25 e i 34 è del 16% a fronte di un valore complessivo dell’8%.

L’indice di disagio sociale (IDS), che è una misura composta del malessere di un territorio calcolata sui dati del censimento 2011, raggiunge il valore molto alto di 9,05 nel quartiere di Ca’ Nuova e il suo opposto di -9,32 pochi chilometri più a levante, a San Vincenzo. Nella valle del Polcevera, quindi nel Municipio che ne prende il nome e a cavallo da Centro Ovest e Medio Ponente, si concentrano sette quartieri in cui l’IDS è maggiore di 0 (quindi rappresenta una situazione di disagio), in cui risiedono 50 mila persone; le altre aree cittadine dove l’IDS è positivo si trovano nel Ponente (Ca’ Nuova e Pra’, per 14 mila abitanti) e in Media Valbisagno (Montesignano e San Eusebio, per 16 mila abitanti).

Per leggere e scaricare tutto il dossier è possibile farlo a questo link

 

 

Pubblicato in Liguria

Un'emozionante storia vera. Un'impresa eroica e straordinaria, estenuante e disperata verso la salvezza, che vede protagonista un migrante sudanese: è quella raccontata dallo spettacolo "Binario Vivo", nuova produzione di TOP-Teatri Off Padova, in anteprima assoluta domenica 4 marzo, alle ore 18, al Teatro Sanclemente di Padova (via Messico, ingresso 10 euro - prenotazioni Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ).

Autore del testo è Ernesto Milanesi, giornalista e scrittore padovano. In scena gli attori di Top Gianni Bozza e Loris Contarini, qui anche voce narrante e regista; sonorità dal vivo a cura di Roberto Raccagni. Ad aver disegnato la locandina dello spettacolo è Mauro Biani, il noto illustratore che firma le vignette satiriche de “Il Manifesto”.

"Binario Vivo" racconta un incredibile fatto di cronaca avvenuto nell'agosto 2015: l'attraversata a piedi del sudanese Abdul Rahman Haroun lungo l’Eurotunnel ferroviario della Manica per raggiungere l'Inghilterra. Nessuno ci è mai riuscito prima, nessuno è uscito vivo, camminando dentro il tunnel al buio, a fianco dei treni che sfrecciano a elevata velocità e a pochi centimetri dai cavi dell'alta tensione. Quasi cinquanta chilometri, un passo dopo l’altro…: gesta che ricordano quelle di Filippide dopo la battaglia di Maratona, e la vicenda di Enea, primo profugo della nostra storia, due eroi tenaci dell’epopea classica evocati dallo spettacolo.

"Binario Vivo" consegna allo spettatore parole, suoni, immagini e soprattutto la narrazione epica di quelle giornate d’agosto in cui il mondo, in vacanza, è cambiato senza accorgersene. Restituendo sul palcoscenico il buco nero di una vita africana al confine dell’Europa, e insieme lo "scartamento ridotto" fra migrazione e alta velocità, umanità e leggi della corona, determinazione senza alternative e presunzioni tecnologiche, “trekking” della disperazione e libera circolazione di merci o persone.

Presentato ora al pubblico in forma di primo studio, lo spettacolo intende essere un tassello a quella nuova e diversa narrazione delle migrazioni di cui c’è ancora e sempre bisogno. Perciò si intende ora costruire intorno allo spettacolo una rete di partner, per farne un progetto che attraverso il linguaggio del teatro contribuisca a promuovere un più onesto dibattito sui temi e una cultura di accoglienza e di inclusione.

 

 

Pubblicato in Migrazioni

È stato presentato un ricorso alla Consulta da alcuni parlamentari italiani contro il Governo che, non chiedendo la ratifica dell’accordo, ha impedito loro di esercitare il diritto di discuterne e di votare, come stabilito dalla Costituzione. Lo comunica Asgi, associazione studi giurdici sull’immigrazione. La Costituzione italiana richiede, all’art. 80, che le Camere autorizzino con legge “ la ratifica dei trattati internazionale che sono di natura politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di leggi”.Tuttavia, per il testo del “Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica italiana”, firmato a Roma il 2 febbraio 2017 dal Presidente del Consiglio dei Ministr, Paolo Gentiloni, e dal Presidente del Consiglio Presidenziale del Governo di Riconciliazione Nazionale dello Stato di Libia, Fayez Mustafa Serraj, pubblicato sul sito istituzionale del Ministero degli Affari Esteri, sezione Atrio (Archivio dei Trattati Internazionali Online), “nessuna richiesta di autorizzazione alla ratifica è stata presentata dal Governo italiano al Parlamento, né è stata osservata altra forma di comunicazione/pubblicità”.

In data 19 Febbraio 2018 gli avvocati dell’ASGI, Ciervo, Crescini, Verrastro e Cecchini, hanno depositato dinanzi alla Corte costituzionale ricorso per sollevare “un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato”. Precisamente è stato chiesto alla Consulta “di dichiarare la lesione delle prerogative parlamentari in conseguenza della mancata presentazione al Parlamento da parte del Governo del progetto di legge di autorizzazione alla ratifica”, ai sensi dell’art. 80 Cost., del Memorandum d’intesa tra lo Stato della Libia e la Repubblica italiana. Il ricorso è stato presentato dai deputati Leu Brignone, Maestri, Civati e Marcon.

I contenuti dell’azione sono stati presentati il 27 febbraio 2018 in una conferenza stampa tenutasi alla Camera dei Deputati alla presenza di alcuni degli avvocati che hanno curato il ricorso e dei deputati che lo hanno promosso. Ed è stata realizzata anche una scheda tecnica sul ricorso presentato.

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La rilevanza economica e sociale raggiunta dal non profit in Italia e la recente riforma del Terzo settore sono segnali che indicano chiaramente un ruolo sempre più da protagonista dell’economia socialenel nostro Paese che,secondo l’Istat, conta oltre 336mila organizzazioni, circa 788mila dipendenti e oltre 5 milioni di volontari.

Sul fronte donazioni, per la prima volta in Italia è stata superata la soglia dei 5 miliardi di euro da singoli cittadini (anno 2016), come conferma la III edizione del Report GivingItaly di Vita. La principale fonte di fundraising delle organizzazioni non profit restano i privati, a seguire le aziende con circa 873 milioni di euro, di cui 200 milioni da fondazioni d’impresa e 673 milioni da imprese. Significativo anche l’aumento dei contributi alle scuole (oltre 724mila euro raccolti ad ottobre 2017), agli enti culturali(oltre 200mila euro e più di 6mila mecenati) e l’interesse verso i lasciti(l’11% degli italiani hanno intenzione di fare testamento solidale).

Il comportamento dei donatori italiani, però, è in evoluzione continua. Oggi assistiamo ad un forte aumento della digitalizzazione delle relazioni che condiziona anche le modalità di donazione. In Italia quasi tre quarti della popolazione è online (43 milioni di persone), con 34 milioni di utenti attivi sui social media(Report Global Digital 2018); l’83%degli internauti è un donatore - ossia una persona che almeno una volta all’anno ha sostenuto un progetto a finalità sociale - con una donazione media annuale di circa €90(Donare 3.0 - Doxa Duepuntozero con Rete del Dono e PayPal).

Come cogliere le opportunità offerte dal fundraising digitale e non solo?

Da alcuni anni assistiamo in Italia a una vera e propria esplosione di interesse per il fundraising e per i temi a esso connessi. Tuttavia, come sottolinea Paolo Venturi, direttore The FundRaising School:“In troppi guardano al fundraising come a una mera tecnica di persuasione, mentre il senso consiste in una richiesta di co-produzione”. La mancanza nelle organizzazioni non profit di una cultura manageriale orientata alla raccolta fondi può compromettere lo sviluppo strutturale ed economico del fundraising. In questo scenario nasce l’esigenza di una maggior competenza e professionalità nel promuovere le proprie buone cause.

Dal 1999 The FundRaising School, promossa da AICCON- Associazione Italiana per la promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit -sostiene una visione di fundraising orientata alle relazioni e alla creazione del senso di comunità. La scuola, con sede presso l’Università di Bologna Scuola di Economia, Management e Statistica di Forlì, si avvaledella direzione scientifica del Prof. Pier Luigi Sacco e del contributo dei maggiori fundraiser italiani.

Come si diventa un buon fundraiser?

Affiancando all’esperienza sul campo un percorso formativo ed una metodologia specifica.Le competenze in fundraising, infatti, stanno diventando una high skill sempre più richiesta, e non solo nel mondo delle organizzazioni non profit. Per questo motivo The FundRaising Schoolha ideato 2 Certificati, che si ottengono partecipando a 3 corsi:

CERTIFICATO IN FUNDRAISING MANAGEMENT (XVIII edizione), per imparare ad elaborare una strategia di fundraising ad hoc  per la propria organizzazione; CERTIFICATO IN DIGITAL FUNDRAISING(V edizione),  ideato per acquisire le competenze e gli strumenti indispensabili per progettare la strategia online di un’organizzazione, dai social media al crowdfunding. Per chi ha già mosso i primi passi nel mondo del fundraising o è interessato afocalizzarsi su un tema specifico, The FundRaising School ha previsto dei corsi specialistici suorganizzazioni sportive,fondazioni internazionaliimpresa sociale, cultura, social media e crowdfundingimpatto socialeenti ecclesiastici e religiosi.

Tra le novità di quest'anno ci sono due nuovi corsi avanzanti Il piano strategico per il fundraising (24-25 maggio 2018) e La campagna di fundraising (13-14 giugno 2018) e i LAB, workshop di una giornata volti approfondire conoscere e mettere subito in pratica strumenti specifici di fundraising come il 5×1000, i lasciti,Ad Words e Google Ad Grantse Inbound marketing per le organizzazioni non profit.

I corsi sono rivolti non solo a chi vuole intraprendere questa carriera, ma anche a lavoratori con esperienza pregressa e a professionisti che vogliono continuare la loro formazione, specializzarsi e aggiornarsi.  La durata dei corsi, che va da 1 a 3 giorni, è stata infatti pensata per permettere anche a chi lavora di poter partecipare.

I corsi sono aperti ad un numero limitato di partecipanti, per iscriversi basta compilare la scheda online.

 

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