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Domenica, 24 Giugno 2018

Articoli filtrati per data: Giovedì, 24 Maggio 2018 - nelPaese.it

Otto gli appuntamenti nella seconda giornata di festival, con incontri che approfondiscono i delicati temi del "diritto alla salute", umanizzazione delle cure e fine vita, contrasto alla povertà e valore del lavoro. E poi le storie concrete: sette città italiane presentano la sfida di affidare i beni comuni nelle mani dei cittadini. I Social Cohesion Days, interamente gratuiti, proseguono fino a domani a Reggio Emilia 

La partecipazione dei cittadini è uno dei più forti indicatori democratici. Si apre proprio con una riflessione su questo tema la seconda giornata di Social Cohesion Days, che proseguono fino a domani a Reggio Emilia: il workshop "Partecipazione vuol dire Coesione: i beni comuni nelle mani dei cittadini", promosso dal Comune di Reggio Emilia, affronta le modalità attraverso cui stimolare la partecipazione e come sette città italiane - Reggio Emilia, Bologna, Milano, Mantova, Trento, Pavia e Padova - hanno raccolto la sfida, evidenziando aspetti innovativi, criticità e indagando possibili alternative. Modera la giornalista Elisabetta Soglio, responsabile di Buone Notizie, settimanale del Corriere della Sera, media partner del festival (ore 9.30, piazza Casotti).
Si continua con un tour che accompagna i partecipanti alla scoperta di alcuni tra i più interessanti progetti di innovazione sociale nati dal basso e cresciuti nellambito del progetto "QUA Quartiere Bene Comune Reggio Emilia". Un viaggio tra orti, frutteti ed educazione alimentare, per conoscere differenti modi di pensare la partecipazione dei cittadini, attraversando diversi temi dallagricoltura sociale alla sostenibilità ambientale, dallo sviluppo rurale alleducazione alimentare (ore 11, tour).

Non poteva mancare un incontro su "Il contrasto alla povertà in Italia": nel 2016 erano quasi 4 milioni e 742mila gli italiani che, secondo lIstat, vivevano in condizioni di povertà e in particolare si tratta di minori e bambini. Come si muove il mondo politico per contrastare laumento del numero di persone in difficoltà economica? Quali riforme nazionali sono in programma? E come si muovono le singole Regioni che hanno introdotto misure locali di contrasto alla povertà? Se ne discute a questo evento promosso dall'Osservatorio Internazionale per la Coesione e lInclusione Sociale (OCIS), in collaborazione con AltrEconomia (ore 14.30 Musei Civici).

Lo stato Italiano tutela la salute come "diritto fondamentale". Su questo principio si basa lepocale riforma del 1978, che con la legge 833 ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale: con questa legge lItalia ha abbandonato definitivamente lassistenza di tipo "mutualistico" per scegliere un modello universalistico, pubblico e gratuito. La profonda diversità della struttura demografica Italiana di questo terzo millennio, con il progressivo allungamento della speranza di vita e l'innalzamento delletà media della popolazione, nonché l'aumento della prevalenza delle malattie croniche, pone delle nuove sfide al Sistema Sanitario Italiano. E' ancora un modello sostenibile? Se ne parla nellincontro "La salute diseguale" (ore 16, Musei Civici).
L'umanizzazione delle cure è l'attenzione alla persona nella sua totalità, fatta di bisogni organici, psicologici e relazionali. Le crescenti acquisizioni in campo tecnologico e scientifico, che permettono oggi di trattare anche patologie una volta incurabili, non possono essere disgiunte nella quotidianità della pratica clinica dalla consapevolezza dell'importanza degli aspetti relazionali e psicologici dell'assistenza. Si parla di questo all'interno della tavola rotonda "Siamo tutti uguali, se fragili?", assieme a policy maker e rappresentanti di imprese sociali e della società civile (ore 17, Piazza Casotti).

La seconda giornata di festival si chiude con una riflessione sulla perdita di valore del lavoro, con la lezione "Economie senza lavoro" tenuta dal giornalista Riccardo Staglianò, firma de La Repubblica. Staglianò racconta il progressivo svuotamento del lavoro: a partire dagli anni Ottanta il suo valore ha cominciato a degradare rispetto al capitale e da allora la caduta non si è mai arrestata. Dall'automazione che affida alle macchine ciò che prima facevano gli uomini, fino alla sharing economy che, sotto la maschera della flessibilità, sta istituzionalizzando i "lavoretti", distruggendo nel frattempo la società cosí come la conosciamo. Perché Uber, Airbnb e gli altri pagano tasse risibili nei Paesi dove producono ricchezza, impoverendoli ulteriormente e costringendoli - se non prendiamo radicali contromisure - a un futuro senza welfare. Ciò aumenterà il bisogno di lavoretti per arrotondare, in una spirale senza fine (ore 21, Teatro Cavallerizza).

 

Pubblicato in Economia sociale

Per l'undicesimo mese consecutivo continua il calo degli sbarchi di migranti: lo indicano dati diffusi oggi dal ministero dell'Interno, secondo i quali dal 1° gennaio a oggi la riduzione su base annua degli arrivi e' stata del 78,61 per cento. Le statistiche indicano poi che tra il 1° luglio scorso e oggi il calo rispetto al 2017 e' stato di 115.315 unita'. Dal 1° luglio 2016 al 24 maggio 2017 erano giunti sulle coste italiane 161.738 migranti. Dal 1° luglio 2017 a oggi, invece, gli sbarchi sono stati 46.423. Nel maggio 2018 gli arrivi via mare sono stati 1.341, un dato in calo del 89,91 per cento rispetto allo stesso mese del 2017, quando gli sbarchi avevano raggiunto quota 13.289.

Se si fa riferimento agli arrivi dalla Libia la diminuzione e' poi ancora piu' consistente, del 96,53 per cento: con 443 sbarcati dal 1° al 31 maggio 2018 rispetto ai 12.753 dell'analogo periodo del 2017. Dal 1° gennaio al 31 maggio 2018 i migranti sbarcati sono stati 10.808: il calo rispetto ai 50.524 dello stesso periodo del 2017 e' stato del 78,61 per cento. 

Questi numeri sono la conseguenza dell'accordo "Memorandum" firmato tra Italia e Libia, intesa che ha suscitato parecchie proteste e ricorsi da parte delle associazioni: l'ultima denuncia sulle condizioni dei migranti nei centri libici è arrivata da Medici Senza Frontiere. 

 (Fonte: Redattore Sociale/Dire)

Pubblicato in Migrazioni

"Ali per il futuro" è il progetto sperimentale per il contrasto della povertà educativa che vede come capofila la cooperativa sociale Società Dolce di Bologna, in partnership con diversi soggetti: dalla cooperazione  all'Università, dagli enti di ricerca e formazione accreditati alle associazioni e agenzie per il lavoro. In Toscana ad attuare il progetto, a Firenze, Scandicci (Fi) e Livorno, sarà la cooperativa sociale Arca.

Selezionato dall'impresa sociale "Con i Bambini" (soggetto attuatore del "Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile") nell'ambito del bando Prima Infanzia (0-6), il progetto beneficia di un finanziamento di 2 milioni e mezzo di eurodalle fondazioni bancarie ed è parte dello stanziamento per azioni sperimentali di prevenzione e recupero, volte a rimuovere gli ostacoli economici, sociali e culturali, che impediscono ai minori di fruire dei processi educativi.

"Ali per il Futuro – spiega Caterina Segata, della cooperativa sociale Società Dolce, responsabile del progetto – è un progetto di contrasto alla povertà educativa che verrà realizzato in Emilia Romagna, Puglia, Toscana e Valle d'Aosta. Attraverso la condivisione di un progetto familiare personalizzato le famiglie con bambini da 0 a 6 anni, che vivono in situazioni di vulnerabilità sociale, verranno accompagnate in un percorso di miglioramento delle condizioni socio economiche e di crescita e benessere per il bambino. Vogliamo rimuovere la disuguaglianza delle opportunità nell'infanzia, abbattendo le barriere che impediscono ai più piccoli di sviluppare competenze e capacità".

Costruito sulle esigenze del bambino e della sua famiglia, il progetto prevede la presa in carico globale, l'accesso a costo zero a un servizio educativo 0/6 anni e l'attivazione di azioni di sostegno alla genitorialità e al benessere psico-fisico dei bambini. "In Toscana, - aggiunge Sura Spagnoli, direttore Area Infanzia della cooperativa sociale Arca e responsabile del progetto "Ali per il Futuro" per la Toscana – l'offerta rivolta alle famiglie prevede, distribuiti tra Firenze, Scandicci e Livorno, 6 posti di nido d'infanzia e 5 nei servizi di conciliazione 0-3 anni (centri estivi, supporto familiare pomeridiano ecc.), 2 posti di scuola dell'infanzia e 2 nei servizi di conciliazione 3-6 anni, oltre a laboratori per genitori e bambini, consulenze pedagogiche, attività sportive e socializzanti. Ciascuna famiglia beneficerà dell'intervento per due anni. A Firenze le strutture coinvolte nel progetto sono il nido d'infanzia Il Koala Blu/scuola dell'infanzia Il Koala Verde e il nido d'infanzia Rosso Canarino, tutti nel Quartiere 4; a Scandicci il nido d'infanzia Alberomago in località Badia a Settimo".

Specifici percorsi di orientamento lavorativo e formazione per i genitori arricchiscono le soluzioni individuate per il nucleo familiare, con l'obiettivo finale di garantire ai bambini condizioni di vita adeguate e durature nel tempo. In Toscana ad attuare i percorsi formativi rivolti ai genitori sarà il Consorzio Pegaso Network. Le azioni, quindi, rispondono ad una molteplicità di necessità, tutte riconducibili al bisogno-diritto dei bambini di ricevere pari opportunità di crescita e lo fa in modo innovativo, coinvolgendo i genitori, laddove precarietà lavorativa ed economica e povertà educativa marciano di pari passo.

Possono presentare domanda di partecipazione, fino al 30 giugno 2018, i nuclei familiari in possesso di questi requisiti: avere almeno un figlio fino ai 6 anni di età, possedere un Isee in corso di validità pari o inferiore a 15.000 euro, non aver già usufruito del medesimo intervento o di misure affini di sostegno economico. I beneficiari saranno individuati a seguito di una graduatoria e confermati dopo un colloquio con un case manager, nel quale sarà valutata anche la motivazione a partecipare ad un percorso di orientamento al lavoro da parte di uno dei due genitori.

Per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito dedicato:  www.aliperilfuturo.it

Alla presentazione di "Ali per il Futuro" che si è tenuta questa mattina a Firenze presso la sede del Quartiere 4 a Villa Vogel hanno preso parte, oltre a Caterina Segata e Sura Spagnoli, anche Mirko Dormentoni, presidente del Consiglio di Quartiere 4, Elena Capitani, assessore alle Politiche sociali del Comune di Scandicci Marco Parisi, vicepresidente Arca Cooperativa Sociale a r.l., Maria Teresa Serranò, Impresa Sociale CON I BAMBINI, Renzo Colucci, direttore Ente di Formazione Seneca e Gianluca Raimondo,Direttore Agenzia Formativa Pegaso Network.

I partner coinvolti nel progetto sono le cooperative sociali Società Dolce, Arca, PROGES, ICARO, LEONE ROSSO, San Bernardo, Kaleidoscopio; gli Enti di formazione Pegaso Network, SENECA, ARTEMIDE C.Re.S.Co, PROGETTO FORMAZIONE con il supporto scientifico di Università di Bologna (Dipartimento di Scienze dell'Educazione "Giovanni Maria Bertin"), Università di Firenze (Dipartimento di Scienze della Formazione e Psicologia), Arco (Action Research for co-developement) e in collaborazione con Confindustria Emilia e le agenzie per il lavoro LAVORO PIÙ e SYNERGIE.

 

Pubblicato in Toscana

Il contrasto delle disuguaglianze, in forte crescita in tutti i paesi Occidentali, richiede sistematicità, completezza e tempestività nella misurazione dei fenomeni. In coerenza con il metodo promosso dall'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, ciò è necessario per conoscere i fatti, fissare gli obiettivi dell'azione collettiva e delle politiche e quindi valutarne gli effetti, per poi correggerle.

Il seminario "I numeri e i luoghi delle disuguaglianze" ha mostrato che disponiamo già di numeri sufficienti per migliorare il nostro agire. Non ci sono alibi per stare fermi. Nell'azione nascerà la spinta per migliorare ancora quell'informazione, come è necessario che sia. Insomma: "conoscere per deliberare", ma anche deliberare per conoscere: è il messaggio della giornata. Va fatto con tempestività, perché la crescita delle disuguaglianze è grave e ingiusta, sta erodendo la coesione sociale e minaccia la democrazia.

La ricognizione del Seminario relativa all'Italia ha riguardato, in primo luogo, la disuguaglianza di ricchezza privata, quella che ha conosciuto la massima crescita negli anni recenti e che, assieme a quella relativa alla ricchezza comune, pesa su tutte le altre disuguaglianze. Sono quindi state analizzate le disuguaglianze economiche, sociali e, in relazione alla salute, anche ambientali che distinguono fra loro i territori: le aree rurali o interne da quelle urbane; le periferie dai centri delle città (talora una parte del centro dall'altra).

Per quanto riguarda la disuguaglianza di ricchezza privata, una nuova ricerca che utilizza dati fiscali mostra che la quota di ricchezza netta personale detenuta dal percentile più ricco della popolazione adulta (top 1%) è cresciuta in Italia da circa il 16% nel 1995 al oltre il 25% nel 2014. Straordinario appare, a partire dal 2008 (sempre fino al 2014), l'aumento di concentrazione di ricchezza dei 5000 individui più ricchi: da circa il 2% a circa il 10% della ricchezza privata del paese. Una quota doppia, oggi, di quella (circa 5%) posseduta dalla metà più povera della popolazione. Anche in questo caso risalta lo svantaggio delle donne: in media la loro ricchezza è inferiore del 25% a quella degli uomini.

La concentrazione della ricchezza privata ha sempre molteplici cause: alcune connesse a capacità imprenditoriali o propensioni al risparmio, quando esse sono davvero libere di manifestarsi (non dimentichiamo questo "dettaglio"); altre connesse al contesto famigliare e territoriale di nascita, che pesa sulla ricchezza stessa, sul potere e sulle conoscenze. In questa seconda categoria, domina la persistenza delle condizioni di partenza, non giustificabile da argomentazioni relative alla produttività o all'utilità sociale. Svolgono qui un ruolo assai rilevante le eredità ricevute in vita: il fatto di riceverne o no (il 60% circa della popolazione non ne riceve affatto) e la loro entità. Uno studio presentato mostra che chi eredita ha una probabilità assai superiore agli altri di appartenere alle fasce massime di ricchezza. Questa persistenza nella distribuzione della ricchezza, indipendente dalle "tue" capacità e dal "tuo" impegno, fa sì che circa la metà della distanza di ricchezza fra due persone permarrà fra i loro figli, indipendentemente, si intende, dalle loro capacità. E fa sì che al vertice della scala della ricchezza si stia rafforzando un gruppo chiuso di famiglie, con una chiara deriva oligarchica simile a quella del capitalismo di inizio '900, o "capitalismo patrimoniale", come lo definisce Piketty.

Disponiamo quindi di molti elementi per avviare nuove politiche, che riducano quella persistenza e accrescano la mobilità intergenerazionale dei redditi, oggi assai bassa in Italia. Risulta inoltre evidente che le misure della disuguaglianza di ricchezza privata sono molto influenzate dai dati utilizzati: è quindi fondamentale arricchire le fonti, integrando i dati già raccolti con le indagini campionarie. Una cosa però è certa ed è stata sottolineata nell'incontro, anticipando una stima che sarà pubblicata nel prossimo numero del Menabò di Etica ed Economia: la cosiddetta semplificazione e riduzione delle aliquote fiscali per le persone oggi prefigurata accrescerà le disuguaglianze nella distribuzione del reddito, beneficiando circa 2 milioni di famiglie più ricche.

La seconda e la terza sessione si sono concentrate sulla dimensione territoriale delle disuguaglianze. Per le disuguaglianze territoriali fra aree interne e resto del paese, è stata presentata la base sistematica di informazioni costruita dalla Strategia nazionale aree interne (http://www.agenziacoesione.gov.it/it/arint/OpenAreeInterne/index.html#accept) che mira all'arresto del declino demografico attraverso una scossa alla fiducia e alla capacità innovativa delle comunità e alla capacità tecnica di Comuni alleati fra loro in "sistemi permanenti". La stessa definizione di aree interne è centrata sul tema delle disuguaglianze: anziché la tradizionale definizione di "aree rurali", fondata su densità e concentrazione della popolazione, si è adottato un criterio di distanza nell'accesso ai servizi essenziali; e la scelta delle 72 aree-progetto oggetto di intervento (1/5 del territorio nazionale, circa 2 milioni di residenti) è avvenuta sulla base di un confronto pubblico che ha utilizzato dati quantitativi e qualitativi. E' un caso in cui la scelta di lanciare una politica ha indotto a costruire dati: prima per definire le stesse aree, poi per misurare, area-progetto per area-progetto, la qualità dei servizi essenziali attraverso appropriati indicatori.

Diverso è il quadro informativo disponibile per le disuguaglianze infra-urbane. Pesa qui l'assenza di una piattaforma nazionale di politica urbana, già auspicata dall'ASviS. Tale piattaforma potrebbe dare sistematicità a una notevole mole informativa prodotta da singole città e per singoli settori e a cui hanno dato un contributo significativo l'Istat con il Rapporto su "Sicurezza e Stato di Degrado delle città e delle loro periferie" e il Nucleo di Valutazione del Dipartimento per le Politiche di Coesione con la costruzione di una serie di "Poverty maps".

 

Pubblicato in Lavoro

In un nuovo rapporto reso noto oggi, Amnesty International ha denunciato che migliaia di donne e ragazze sopravvissute alla brutalità del gruppo armato Boko haram sono state successivamente stuprate dai soldati che sostengono di averle liberate. 
Il rapporto, intitolato "Ci hanno tradite", rivela come l'esercito nigeriano e la milizia alleata, chiamata Task force civile congiunta (Jtf), hanno separato le donne dai loro mariti confinandole in "campi satellite". Lì, le hanno stuprate, a volte in cambio di cibo. Amnesty International è in grado di documentare che dal 2015 migliaia di persone sono state ridotte alla fame nei campi dello stato di Borno, nel nordest della Nigeria. 

Quando, a partire dal 2015, l'esercito ha strappato territori a Boko haram, alle persone che vivevano nei villaggi è stato ordinato di trasferirsi nei "campi satellite". Chi ha resistito all'ordine è stato ucciso. Centinaia di migliaia di persone sono fuggite o sono state costrette a muoversi dai loro villaggi.  Ogni persona trasferita nei "campi satellite" è stata interrogata. In alcuni campi la maggior parte degli uomini da 14 a 40 anni è stata imprigionata, così come le donne che avevano viaggiato senza i loro mariti. Queste detenzioni di massa hanno costretto molte donne a badare da sole alle loro famiglie. 

In alcuni casi, le violenze paiono far parte di un sistema di punizioni contro persone sospettate di avere legami con Boko haram. Alcune donne hanno denunciato di essere state picchiate e apostrofate come "vedove di Boko haram" ogni volta che si lamentavano del trattamento ricevuto.  "Suona completamente scioccante che persone che hanno già tanto sofferto nelle mani di Boko haram siano condannate a subire ulteriori tremendi abusi da pare dell'esercito. Invece di essere protette, donne e ragazze sono costrette a sottostare agli stupri per evitare la fame", ha dichiatato Osai Ojigho, direttrice di Amnesty International Nigeria. 

Stupro e sfruttamento sessuale di donne ridotte alla fame 

Decine di donne hanno raccontato di essere state stuprate nei "campi satellite" da parte di soldati e miliziani della Jtf e di essere state ridotte alla fame per diventare le loro" fidanzate", ossia essere disponibili a rapporti sessuali a ogni evenienza.  Cinque donne hanno riferito ad Amnesty International di essere state stuprate tra la fine del 2015 e l'inizio del 2016 nel campo "Ospedale di Bama", dove la fame era all'ordine del giorno.  "Ti davano da mangiare di giorno, poi a sera venivano a prenderti. Un giorno un miliziano mi ha portato il cibo e il giorno dopo mi ha invitato ad andare a fare rifornimento d'acqua da lui. Quando sono arrivata ha chiuso la porta e mi ha stuprata. Poi mi ha detto che se avessi voluto avere quelle cose avremmo dovuto essere marito e moglie", ha raccontato Ama (nome di fantasia), 20 anni. 

Nello stesso campo altre 10 donne sono state costrette a diventare "fidanzate" per scampare alla fame. Molte di loro avevano già perso figli e altri familiari a causa della mancanza d'acqua, cibo e cure mediche.  Lo sfruttamento sessuale continua ancora adesso, seguendo uno schema consolidato: i soldati entrano nei campi per fare sesso e i miliziani della Jtf scelgono le donne e le ragazze, "le più belle", da consegnare ai soldati. La paura impedisce alle donne di ribellarsi. 

"Una relazione sessuale in queste circostanze coercitive è sempre uno stupro, anche in assenza di violenza fisica. I soldati nigeriani e i miliziani della Jtf riescono sempre a farla franca, agiscono senza timore di essere sanzionati. Ma costoro, e i loro superiori che consentono tutto questo senza intervenire, devono essere chiamati a rispondere di questi crimini di diritto internazionale", ha commentato Ojigho. 

Morte a seguito della fame 

Nei "campi satellite" c'è stata un'acuta crisi alimentare dall'inizio del 2015 fino alla metà del 2016, quando gli aiuti umanitari sono aumentati.  Come minimo centinaia, probabilmente migliaia di persone sono morte nel campo "Ospedale di Bama" in quel periodo. Le testimonianze parlano di 15-30 morti al giorno e le immagini satellitari, che mostrano la rapida espansione del cimitero all'interno del campo, danno loro ragione. Morti per fame sono state registrate anche nei "campi satellite" di Banki e Dikwa. 

Nonostante dal giugno 2016 le Nazioni Unite e altre agenzie abbiano aumentato l'entità dell'assistenza umanitaria, molte donne hanno continuato a trovare difficoltà nell'accesso a quantità adeguate di cibo, anche a causa delle restrizioni alla libertà di movimento fuori dai campi.  Diverse donne arrivate nel "campo satellite" di Dikwa intorno alla metà del 2017 non hanno da allora ricevuto alcun aiuto alimentare e sono morte di fame e di malattie.  Anche nei casi in cui il governo e le organizzazioni non governative internazionali distribuiscono cibo in quantità sufficiente, l'elevato livello di corruzione presente all'interno dei "campi satellite" impedisce a molte persone di avervi accesso. 

"Confinare persone nei campi senza cibo a sufficienza, nonostante il fatto che chi amministra quelle strutture sa che ciò conduce alla morte, viola i diritti umani e il diritto internazionale umanitario. Chi consente tutto ciò è colpevole di omicidio", ha sottolineato Ojigho. 

Donne detenute nella base militare di Giwa 

Ulteriori ricerche di Amnesty International hanno rivelato che centinaia di donne sono trattenute coi loro figli nella famigerata base militare di Giwa dalla metà del 2015.  Molte di loro erano state vittime di rapimenti e matrimoni forzati da parte di Boko haram. Anziché essere soccorse, sono state arrestate dall'esercito in quanto "vedove di Boko haram".  Amnesty International ha ricevuto cinque segnalazioni di violenza sessuale nella base di Giwa. In più, sette donne hanno dovuto partorire nelle loro celle putride e sovraffollate, senza alcuna assistenza medica. Dal 2016 sono morti 32 neonati e bambini e cinque donne.  "La detenzione di donne e ragazze perché sospettate di essere andate in sposa a membri di Boko haram è contraria al diritto internazionale e alle leggi nigeriane ed è discriminatoria", ha aggiunto Ojigho. 

Le responsabilità di Boko haram 

Amnesty International ha intervistato donne che hanno trascorso mesi o anni sotto il regime repressivo di Boko haram. Alcune hanno denunciato di essere state costrette a sposare membri del gruppo armato o di essere state frustate per aver trasgredito alle rigide regole del gruppo. Sette di loro hanno riferito di aver assistito all'esecuzione di loro parenti o conoscenti per aver tentato la fuga. 

Il tempo di agire 

Dal 2015 numerose organizzazioni non governative e intergovernative denunciano la violenza sessuale e le morti all'interno dei campi per sfollati della Nigeria nordorientale. Nonostante promettano periodicamente di indagare, le autorità non hanno intrapreso alcuna azione concreta e non hanno portato nessuno di fronte alla giustizia. Non è neppure chiaro se siano state avviate indagini.  Nell'agosto 2017 il presidente nigeriano ad interim Yemi Osinbajo ha istituito una commissione presidenziale d'indagine per esaminare il rispetto dei diritti umani da parte delle forze armate. Molte donne hanno testimoniato dinanzi alla commissione, che nel febbraio 2018 ha trasmesso il suo rapporto finale al nuovo presidente Muhammadu Buhari. 

"Ora è il momento che il presidente Buhari dimostri l'impegno, frequentemente dichiarato, a rispettare i diritti umani delle popolazioni sfollate del nordest del paese. L'unico modo per porre fine a queste terribili violazioni dei diritti è porre fine al clima d'impunità che prospera nella regione e assicurare che nessun autore di stupro o assassinio riesca a farla franca", ha precisato Ojigho.  "Le autorità nigeriane devono aprire indagini, o rendere pubblici i risultati di quelle eventualmente già avviate, sui crimini di guerra e contro l'umanità commessi nel nordest del paese. Devono urgentemente assicurare, col sostegno dei paesi donatori, che le persone all'interno dei 'campi satellite' ricevano quantità adeguate di cibo e che quelle che sono state arrestate in modo arbitrario siano rilasciate", ha aggiunto Ojigho. 

Il rapporto di Amnesty International è il risultato di un'ampia indagine, realizzata attraverso oltre 250 interviste e riguardante "campi satellite" istituiti dalle forze armate nigeriane in sette città dello stato di Borno. Comprende interviste a 48 donne e ragazze rilasciate e l'analisi di video, fotografie e immagini satellitari.  Amnesty International ha trasmesso le sue conclusioni alle autorità nigeriane ma finora non ha ricevuto alcuna risposta. 

Pubblicato in Nazionale

“Quella a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi nella striscia di Gaza è una vera e propria carneficina, con un esercito professionale che, a distanza di grande sicurezza, sparava ad altezza uomo e uccideva gente disperata che da 11 anni vive segregata in un vero e proprio carcere a cielo aperto”. Così inizia l’appello per la Palestina lanciato da Arci, Anpi e Cgil Roma che chiamano tutte le forze democratiche per un presidio in Piazza della Rotonda (Pantheon), venerdì 25 maggio, dalle ore 16.30 alle ore 19.00, di solidarietà al popolo palestinese e di sollecitazione al nostro Governo

“Le oltre 50 vittime del 14 maggio, con quasi 3.000 feriti, tutti Palestinesi – continua l’appello -  ci raccontano qualcosa di molto diverso dalla narrazione degli "scontri" o del "legittimo dovere alla difesa dei confini". La sanguinosa repressione di manifestazioni di massa pacifiche e non violente ha già causato oltre 100 morti e migliaia di feriti, nelle mobilitazioni organizzate nella ricorrenza della Naqba – quando centinaia di migliaia di Palestinesi furono cacciati dalle loro case - e per protestare contro la sciagurata decisione dell’Amministrazione Trump di spostare la Rappresentanza diplomatica Usa a Gerusalemme

“L’Amministrazione Trump – proseguono Anpi, Arci e Cgil Roma - violando il diritto internazionale e le Risoluzioni delle Nazioni Unite sullo status internazionale di Gerusalemme, da nessun altro Stato finora riconosciuta come capitale di Israele – getta benzina sul fuoco e spinge chiaramente Israele, nell’inedito patto con l’Arabia Saudita, alla guerra aperta contro l’Iran lasciandogli, come contropartita, mano completamente libera nella sanguinosa repressione dei palestinesi e nella sua politica di insediamenti nei territori della Cisgiordania, che minano alla radice la sempre più lontana soluzione di “due popoli, due stati”. Nell'assordante silenzio dei Paesi Arabi, nelle divisioni e nella forzata inazione dell’Anp, si sta consumando una tragedia che potrebbe innescare un’ulteriore destabilizzazione pericolosissima nell'area e che potrebbe portare nelle braccia della jihad un popolo che vorrebbe soltanto poter esistere dignitosamente”.

“C’è bisogno – conclude l’appello - anche da parte della società civile italiana ed europea, di una continua mobilitazione per scuotere il Parlamento e le istituzioni democratiche e continuare a denunciare le violazioni della legalità internazionale alle Nazioni Unite e alla Ue. Occorre moltiplicare le occasioni di sensibilizzazione, protesta e controinformazione: il popolo palestinese è allo stremo, e ha bisogno di tutti noi”.

Pubblicato in Nazionale

Aumento del 10% del valore di produzione, aumento degli occupati del 21% (1287 totali), l’inserimento lavorativo la principale attività (24%). Sono questi i dati principali della rilevazione “Survey sulle cooperative che gestiscono beni sequestrati e confiscati”  a cura di Scs consulting per Legacoopsociali e Cooperare con Libera Terra, presentata durante il seminario sul tema svoltosi nella sala Basevi di Legacoop nazionale il 22 maggio.

Al questionario di rilevazione hanno risposto 29 organizzazioni aderenti a Legacoop tra coop sociali (27), consorzi (2) e coop di produzione lavoro (1) distribuite in 6 regioni: Campania, Calabria, Sicilia, Puglia, Lazio e Lombardia. Delle 83 assegnazioni dichiarate  dalle cooperative intervistate, 81 sono beni immobili confiscati ( di cui 35 terreni, 16 fabbricati/capannoni, 13 ville, 7 appartamenti).

Il 45% dei contratti sottoscritti per l’assegnazione dei beni immobili confiscati sono di durata compresa tra 20 e 30 anni, il 23% da 10 a 20 anni. Oltre all’inserimento lavorativo (24%) le attività maggiormente svolte sono la produzione e allo sviluppo del territorio» (23%) e la promozione ed aggregazione culturale (19%). Nel 56% dei casi i beni assegnati sono stati trovati in cattive condizioni (33% condizioni pessime, 23% condizioni mediocri).

Infine le criticità rilevate più frequentemente sui beni immobili in gestione sono «furti ed espoliazioni» (25%) e «difficoltà burocratiche» (20%) ed «economiche» (19%).

Il dibattito

Al seminario, dopo i saluti della presidente di Legacoopsociali Eleonora Vanni e quella di Cooperare con Libera Terra Rita Ghedini, sono arrivate le testimonianze di alcune esperienze da Nord a Sud: Cooperativa Placido Rizzotto Libera Terra (Sicilia), Cooperativa Alicenova (Lazio), Cooperativa La Fabbrica di Olinda (Lombardia). Sugli strumenti di sistema sono intervenuti  Camillo De Berardinis, presidente CFI, Marta Battioni, presidenza Legacoopsociali, Alfredo Morabito, Coopfond, Luca Grosso, Cooperare con Libera Terra. A concludere i lavori Giovanni Monti, presidente Legacoop Emilia Romagna

Per Eleonora Vanni “i beni confiscati non sono una questione di attività settoriale ma riguardano la legalità: con questa iniziativa vogliamo mettere a sistema le competenze disponibili per lo sviluppo della presenza attiva della cooperazione sociale nel recupero e restituzione alla comunità dei beni confiscati”.

Rita Ghedini, ricordando la nascita dell’agenzia Cooperare con Libera Terra, spiega che si tratta di “un’esperienza di movimento che porta le stesse istanze delle cooperative sociali e che nasce per favorire il consolidamento e lo sviluppo delle cooperative che gestiscono beni confiscati e sono impegnate al fianco di Libera come testimoni di una economia di riscatto, inoltre è una esperienza che aiuta il nostro movimento a rigenerare lo spirito cooperativistico”.

A fare il punto sulla situazione delle assegnazioni dei beni confiscati è stato il direttore dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata Ennio Mario Sodano: “dopo un anno dal mio incarico faccio ancora i conti con una serie di luoghi comuni: assenza di trasparenza e i beni confiscati non vengono assegnati quando potrebbero rendere. Invece la verità è un’altra, il problema serio è che non sappiamo a chi darli. In una recente Conferenza dei servizi a Palermo su 400 beni ho ottenuto manifestazioni di interesse solo per il 40%. C’è anche il capitolo dei beni poco appetibili o poco sostenibili che sul dato dei 20mila beni immobili va chiarito: sono unità catastali perché una villa e un pollaio sono due beni immobili ma non sono la stessa cosa. A questo si aggiungono migliaia di appezzamenti di terreno inutili perché i mafiosi con questi ettari, spesso irraggiungibili, chiedono i fondi comunitari. Infine è necessario che i comuni si assumano le responsabilità e il ruolo previsti dalla normativa”

 

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