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Domenica, 27 Maggio 2018

Articoli filtrati per data: Giovedì, 03 Maggio 2018 - nelPaese.it

A Civitavecchia, è stato presentato il progetto “I Girasoli”. I rappresentanti delle amministrazioni dei comuni coinvolti, oltre ad esprimere un apprezzamento significativo per l’iniziativa, hanno evidenziato il carattere solidale del progetto che va a toccare il tema della disabilità fisica e psichica facendo attenzione in primis alla personalità del singolo soggetto.

Si tratta nello specifico di un progetto che integra un servizio di accoglienza per utenti con disabilità fisica e psichica in età post-scolare, dai 18 anni, residenti nel territorio dei comuni facenti parte del distretto socio-sanitario RMF1, segnalati dai servizi sociali dei comuni di: Civitavecchia, Santa Marinella, Tolfa e Allumiere. Durante la presentazione Alessandra Vincenti, coordinatrice di Alicenova, ha evidenziato come il progetto sia stato sviluppato per mettere in primo piano la persona e non la malattia con la finalità è di rendere gli utenti stessi protagonisti attivi dei processi riabilitativi.

I processi inclusi nel percorso riabilitativo tengono conto sia del territorio, che con le sue risorse diventa elemento centrale e contribuisce alla crescita della partecipazione e dell’inclusione, sia della famiglia, quale elemento chiave per la costruzione, in collaborazione con tutti gli attori di una vera e propria alleanza educativa capace di favorire processi di autonomia e integrazione sociale.

Si tratta di attività che mettono in relazione i processi psico-motori e favoriscono l’incontro come base per le relazioni e l’integrazione sociale, (barca a vela, riabilitazione equestre, musicoterapia, attività che coinvolgono l’espressione corporea, sport, laboratori di informatica e di nuove tecnologie, laboratori di cucina, laboratorio di street art e graffiti, laboratori legati alle autonomie personali e infine il laboratorio di Florovivaismo e Agricoltura sociale).

 

Pubblicato in Lazio

Il 20 maggio la GABBIANO'S BAND, gruppo formato da otto ragazzi con disabilità, sarà in concerto al Memo Restaurant di Milano (via Monte Ortigara 30, ore 21.30 – Ingresso € 15.00 con consumazione). Per la prima volta la band avrà l'opportunità di esibirsi in un importante club milanese con un evento all'insegna della musica e dell'inclusione sociale (#saperevolare #sipuòfare)!

La Gabbiano's Band è composta da Simone Pavoni (grancassa), Matteo Massetti (timpano o grancassa), Luca Zanelli (rullante, ride e rototom, timpano), Alessandra Duina (charleston, piatto e tom), Stefano Serventi (cembalo), Agnese Rossini (tom grande),Alessandra Guerreschi (tom piccolo e xilofono), Enrico Mantelli (bonghi e maracas), ragazzi che hanno dimostrato attitudine e passione verso la musica, insieme a Davide Zubani (chitarra ritmica/solista), Anna Tirelli (basso), Mirko Zani (voce), Giulia Luzzeri(chitarra), Lorenzo Geroldi (tromba), Giuliano Cabra (sassofono e armonica), Emma Lupatelli (sassofono).

Da sempre il Centro Diurno per Disabili e i Servizi dell'Area Disabilità della Cooperativa "Il Gabbiano" lavorano per migliorare concretamente la qualità della vita delle persone con disabilità, nella consapevolezza che la vera inclusione nasce da un cambiamento culturale. Per raggiungere questo scopo sono stati ricercati canali di comunicazione dal forte impatto emotivo e, ad esempio attraverso l'arte, i ragazzi hanno intrapreso un efficace percorso di sensibilizzazione, come dimostrano i risultati del laboratorio musicale "Si può Fare" di Davide Zubani.

«Credo che la musica sia senz'altro un linguaggio universale capace di tener conto della diversità – commenta Davide Zubani in merito al progetto – Un contenitore all'interno del quale ogni individuo può riuscire ad esprimersi in modo personale, un mezzo attraverso cui persone con disabilità possano scoprire più a fondo se stesse, ottenendo ottimi risultati ed un miglioramento della qualità della vita».

Il laboratorio "Si può fare" è nato nel 2013 dall'incontro con Davide Zubani, il quale, durante i primi due anni, ha lavorato con i ragazzi per avvicinarli alla musica e insieme sono giunti, in modo inaspettato, alla formazione di una vera e propria band. Dalla prima esibizione "Street Live" nel 2015, la Gabbiano's Band ha all'attivo più di quaranta concerti, nei quali ha raggiunto diverse migliaia di persone. Nel 2016, dopo un anno di concerti dal vivo, il gruppo ha pubblicato il loro primo album, contenente sei tracce, in cui i musicisti hanno rivisitato classici della musica internazionale. In ogni occasione le esibizioni della band hanno creato stupore, curiosità e hanno regalato non solo la possibilità di sperimentare la bellezza dell'arte e della musica, ma anche la condizione per aprire la mente a una realtà che non lascia spazio a preconcetti.

 

 

Pubblicato in Lombardia

A otto anni dalla rivolta di Rosarno i braccianti della Piana di Gioia Tauro vivono ancora in condizioni "vergognosamente disumane", sia dal punto di vista abitativo che lavorativo. A denunciarlo è Medu (Medici per i diritti umani) nel rapporto "I dannati della terra", presentato oggi a Roma. 

Secondo l'organizzazione, manca ancora oggi una strategia istituzionale integrata che affronti in modo risolutivo le gravi piaghe dello sfruttamento - economico, sociale ed umano - e della ghettizzazione dei lavoratori migranti i quali contribuiscono, anno dopo anno, a dare respiro alla fragile economia locale. Nonostante il susseguirsi di proclami, protocolli e convenzioni infatti, nessun passo avanti è stato ad oggi compiuto per affrontare le cause complesse e profonde del fenomeno attraverso interventi di medio-lungo termine volti al contrasto dell’illegalità, alla tutela dei diritti sul lavoro e all’inclusione socio-abitativa dei lavoratori migranti nei Comuni della Piana. 

Non a caso, nel 2017 nella zona è sorta l’ennesima tendopoli, una soluzione di corto respiro che ancora una volta ha contribuito a perpetuare la situazione di sfruttamento, marginalizzazione e disagio generalizzato. Il 2018 è stato, invece, inaugurato da un ennesimo incendio che ha devastato gran parte della vecchia e sempre più popolata tendopoli di San Ferdinando ed è costato la vita ad una giovane donna. Per questo Medu torna a chiedere "un serio e improrogabile impegno da parte delle istituzioni locali e nazionali affinché il nuovo anno, iniziato in modo nefasto, non debba essere ricordato solo per l’ennesima tragedia, ma anche per l’implementazione di iniziative concrete capaci di restituire un orizzonte di dignità e speranza al territorio e ai lavoratori migranti".

Nello specifico, da dicembre 2017 fino ad aprile 2018 la clinica mobile di Medu ha operato per il quinto anno consecutivo nella Piana di Gioia Tauro prestando assistenza socio-sanitaria ai lavoratori migranti che anche quest’anno si sono riversati nella zona durante la stagione agrumicola. Almeno 3500 persone, distribuite tra i vari insediamenti informali sparsi nella Piana, hanno fornito anche quest’anno manodopera flessibile e a basso costo ai produttori locali di arance, clementine e kiwi. Condizioni lavorative di sfruttamento o caratterizzate da pratiche illecite e situazioni abitative di degrado e marginalizzazione continuano a rappresentare i caratteri dominanti in un contesto dove poco è cambiato rispetto agli anni passati. La gran parte dei braccianti continua a concentrarsi nella zona industriale di San Ferdinando, a pochi passi da Rosarno, in particolare nella vecchia tendopoli (che accoglie almeno il 60% dei lavoratori migranti stagionali della zona), in un capannone adiacente e nella vecchia fabbrica a poche centinaia di metri di distanza.

Sono circa 3000 le persone che trovano alloggio qui, tra cumuli di immondizia, bagni maleodoranti e fatiscenti, bombole a gas per riscaldare cibo e acqua, pochi generatori a benzina, materassi a terra o posizionati su vecchie reti e l’odore nauseabondo di plastica e rifiuti bruciati. Le preoccupanti condizioni igienico-sanitarie, aggravate dalla mancanza di acqua potabile, ed i frequenti roghi che hanno in più occasioni ridotto in cenere le baracche ed i pochi averi e documenti degli abitanti (l’ultimo, il 27 gennaio scorso, ha registrato una vittima, Becky Moses, ed ha lasciato senza casa circa 600 persone nella vecchia tendopoli) rendono la vita in questi luoghi quanto mai precaria e a rischio.

"Gli interventi istituzionali restano frammentari, parziali e inefficaci - scrive Medu -. Nel mese di agosto dell’anno scorso è stata allestita un’ennesima tendopoli, la terza in ordine di tempo, che non ha tuttavia fornito una risposta adeguata – dal punto di vista numerico, logistico e dei servizi offerti – ai bisogni alloggiativi dei lavoratori migranti: con 500 posti disponibili a fronte delle oltre 3000 persone presenti, in assenza di assistenza medica, sanitaria e socio-legale e di mediatori culturali, si tratta ancora una volta di una soluzione di carattere puramente emergenziale, che confina le persone in una zona isolata e lontana da qualsiasi possibilità di integrazione ed inserimento sociale".

(Fonte: Redattore Sociale)

Pubblicato in Migrazioni

La Campania è la seconda regione in Italia per beni confiscati dopo la Sicilia. Sono 2651 gli immobili in Campania ancora in gestione all’Agenzia e dunque da destinare e 1906 sono stati destinati. In Provincia di Napoli sono 977 gli immobili destinati di cui 249 solo a Napoli. Ci sono poi le aziende: 548 ancora da destinare in Campania e 158 già destinate di cui 92 destinate in Provincia di Napoli e 37 a Napoli.

Tra i nuovi progetti campani virtuosi Fabio Giuliani, Referente regionale dell’associazione Libera Contro le mafie cita quello della Masseria Ferraiolo sottratto agli Esposito ad Afragola: 13 ettari di terreno che vengono coltivati con un occhio di riguardo al coinvolgimento delle donne vittime di violenza. Il bando è stato vinto da una rete di realtà sociali capitanata dal Consorzio Terzo Settore cui aderiscono tra gli altri la Cgil e la Cooperativa Giancarlo Siani. Parte del terreno è suddiviso in piccoli orti sociali e coltivato dai cittadini.

Uno dei problemi più annosi del riutilizzo sociale dei beni confiscati è la ristrutturazione dei beni stessi a carico degli enti gestori, per questo molto spesso le cooperative cercano dei bandi per ottenere i fondi necessari dal momento che difficilmente le banche concedono il credito per beni che sono in comodato d’uso. “Ad esempio la masseria Ferraioli è tra i progetti beneficiari di un ingente finanziamento del Pon Sicurezza dedicato proprio ai progetti migliori realizzati sui beni”, spiega il referente di Libera. Un altro esempio virtuoso è quello della cooperativa della Sartoria Sociale Made in Castelvolturno gestita da donne vittime di tratta e realizzata a Castelvolturno dalla cooperativa Altri Orizzonti insieme all’associazione Jerry Mashlo. “Il Comune di Castelvolturno- continua Giuliani - ha una quantità incredibile di beni ancora da assegnare, basti pensare all’intero parco Allocca con 56 villette di cui 36 confiscate. Siamo su un territorio degradato ma ricco di potenzialità in cui i beni confiscati possono rappresentare un volano di sviluppo e ci sono tante realtà sociali che hanno idee avvincenti e risorse umane piene di energia, ma il solito problema è avere a disposizione ingenti fondi per rendere i beni funzionali, per questo probabilmente va pensato un progetto complessivo che parta dalla creazione di un’ampia rete sociale in funzione della riqualificazione del territorio”.

Uso sociale beni confiscati

“Libera non gestisce i beni confiscati- precisa Giuliani -  ma si occupa della promozione e della valorizzazione dei beni. Cerchiamo di costruire reti sociali forti ogni volta che c’è la possibilità perché è fondamentale coinvolgere quanti più soggetti sociali attivi per assicurare che la progettazione e la gestione riescano al meglio. Crediamo che il modo migliore per assegnare un bene è lanciare un’evidenza pubblica”.

“I comuni hanno l’obbligo di pubblicare l’elenco è una responsabilità dirigenziale - spiega Fabio Giuliani - ma a onor del vero solo il 22% dei comuni della nostra Regione pubblicano l’elenco e spesso non fanno altro che copiare l’elenco dell’Agenzia senza aggiungere i dettagli dell’ente gestore e del progetto sociale realizzato su quel bene. Uno dei comuni più virtuosi è quello di Napoli che realizza per i beni da destinare quasi sempre il  bando e ha un ottimo elenco sul sito istituzionale con i beni e tutti i dettagli che lo riguardano tra cui la finalità di riutilizzo sociale e il soggetto gestore. Infine l’assessorato competente al Welfare di Roberta Gaeta ha chiamato i soggetti gestori dei beni per la costruzione partecipata di un Regolamento comunale dei beni confiscati che stabilisce la modalità di assegnazione degli stessi.

La procedura di destinazione

Punto centrale e bollente della discussione  è la durata del comodato d’uso: può andare dai 3 anni fino ai 20 o 30 anni a seconda che si tratti di un appartamento per un progetto sperimentale o di un terreno agricolo. C’è chi ha sollevato la polemica sull’impossibilità di investire su un bene per un affido di 3-5 anni e vorrebbe che nel regolamento fosse stabilito un affido decennale indipendentemente dal progetto. Si tratta di una polemica fasulla perché se la realtà sociale presenta un progetto che necessita di un tempo più lungo il Comune può attribuire un comodato d’uso anche di 30 anni. Non sai in partenza cosa trovi: se hai un bene già in buone condizioni e vuoi realizzare un progetto sperimentale è inutile averlo in affido per dieci anni se magari ti rendi conto che dopo un anno il progetto è fallimentare.

Troppo spesso la polemica del tempo viene usata come elemento per giustificare i propri limiti: invece di prendermi la responsabilità dei propri errori affermo che non ho avuto tempo. Se invece il progetto funziona si hanno tutte le possibilità di prolungare la gestione: dal tacito rinnovo ad un ulteriore bando con carattere di premialità per chi ha gestito quel bene in precedenza. Chi si lamenta del comodato d’uso ha accettato quelle condizioni, e deve quindi avere le competenze per valutare se può farcela o meno. Vanno bene gli aperitivi nei beni confiscati, ma che siano a completamento di un’attività di lavoro e di sviluppo basata su competenza e formazione dei lavoratori”.

Ad aver sollevato la questione dell’inserimento nel Regolamento comunale per la gestione dei Beni era stato Ciro Corona, presidente dell’associazione (R) esistenza anticamorra che gestisce l’unico bene agricolo della città di Napoli e uno dei più grandi della Campania: La Selva Lacandona dove c’è un frutteto e un vigneto dove lavorano detenuti in misura alternativa, 2 persone con contratto a tempo indeterminato e 8 con contratto a tempo determinato da maggio ad ottobre.  “Il Regolamento che gestisce l’affidamento dei beni confiscati prevede un affidamento di tre anni più tre, noi siamo stati fortunati e l’abbiamo avuto per sette anni - racconta Corona-. Ma un bene agricolo per andare in produzione impiega più di tre anni. Solo l’anno scorso abbiamo piantato più di mille alberi nuovi e se devo mettere su una cooperativa devo assumere delle persone non posso cacciarle poi dopo 3 anni. È illogico che io investo e poi viene qualcun altro e sfrutta il lavoro che ho fatto. Gli alberi da frutta vanno sostituiti dopo una certa età e ad esempio parte del pescheto che aveva malattia delle radici si è dovuto sostituire, i limoni sono morti per le gelate e abbiamo capito che data l’altezza qui non stanno bene e poi se parte degli alberi sono stati bruciati dalla camorra non è colpa nostra: l’importante è che la gente del posto ha spento le piante, significa che sente quel terreno come suo. Produciamo marmellate, frutta fresca, vino, ortaggi e avvieremo la produzione di pomodori per l’inserimento di migranti e abbiamo sempre il pienone quando organizziamo iniziative come la Pasquetta o gli aperitivi sociali. La commissione dei beni confiscati è venuta ad ottobre e ci ha valutato positivamente. Io sono per il controllo dei progetti, per me dovrebbero venire anche ogni sei mesi, l’importante è che la durata del comodato d’uso dia la possibilità di investire”.

(da www.napolicittasolidale.it / Del Giudice)

 

 

 

 

Pubblicato in Campania

Antonia ha 67 anni e dedica agli altri il suo tempo libero. Da più di due anni è una volontaria di Save the Children al Punto Luce nel quartiere Zen di Palermo. L'ultima sfida di Antonia è mettersi in gioco ancora con tutta la volontà di sperimentare forme nuove. Nel 2017 partecipa al Bando MSNA (Minori Stranieri non Accompagnati) e viene selezionata idonea. Inizia così un percorso che la porta a vedersi affidato Sabbir, un ragazzo originario del Bangladesh appena diciottenne. Lui in Bangladesh ha lasciato tutta la famiglia, a Palermo ne ha trovata un’altra. Sabbir e Antonia condividono la vita e un sogno: poter vivere, studiare e lavorare in Italia, vivere una vita normale.

Giuseppe non è nato cieco, ma una retinite pigmentosa congenita ha dato una svolta netta alla sua vita. Lo sport l'ha sempre amato e praticato. Ora però è diventato la sua vita. A cominciare dal nuoto, che gli ha regalato parecchie medaglie durante i campionati paralimpici. Ma pratica anche il judo e l'immersione. Poi c'è la montagna: insieme al Cai toscano, che aveva già collaborato con l'Unione italiana ciechi, ha iniziato a occuparsi di montagnaterapia circa otto anni fa. L'incontro con Aldo del Cai fa esplodere la sua voglia di alpinismo. Oggi fa parte del gruppo "La montagna per tutti" e scala insieme ai ragazzi con disabilità mentale, ma anche ex tossicodipendenti e giovani del Sert.

Alessandro invece viveva a Firenze in un centro di accoglienza seguito dai servizi sociali. Conosce Abitare Solidale, il progetto di housing sociale di Auser. La sua vita cambia quando grazie ad Auser incontra Franca, vedova, avvicinata al progetto Abitare Solidale dal figlio Gabriele. Dall’incontro di due bisogni, quello di Alessandro di avere una casa, quello di Franca di avere compagnia, nasce una felice coabitazione che restituisce una voglia di vivere e di godersi anche i piccoli momenti.

Maddalena ha lasciato l’Albania "per colpa" dell’amore, il fidanzato insisteva affinché andassero a vivere in Italia. Al momento di partire si è ritrovata da sola, per un imprevisto del fidanzato, con la promessa che l’avrebbe raggiunta dopo un paio di giorni. Ad aspettarla all’aeroporto di Milano c’era Boriana, una sua vecchia vicina di casa a Tirana, che conosceva il fidanzato, e le aveva trovato il lavoro che le avrebbe cambiato la vita. Viene buttata su una strada, quella della prostituzione, strappandole la dignità. Ma la sua vita cambia quando incontra le volontarie dell’Associazione Papa Giovanni XXIII che con empatia e un caldo abbraccio le donano una nuova speranza.

La storia di Roberto, oggi volontario Aism, inizia nell’aprile del 2007, appena 18enne, con un ricovero in ospedale a causa di un malore. La diagnosi è sclerosi multipla. Di lì inizia il percorso di Roberto come volontario in Aism: attività classiche come la raccolta fondi, le campagne nazionali, la formazione. Oggi partecipa attivamente a tutti gli eventi che l’associazione promuove, gestendo laboratori, formazioni ed eventi organizzati dalla sua sezione, quella di Vibo Valentia. In associazione impara come l’aiuto sia un percorso a doppio senso: fare del bene per Roberto è una bella sensazione

Ortensia è una signora lucchese che conosceva la Comunità di Sant’Egidio e il progetto dei corridoi umanitari. Ha voluto partecipare, mettendo a disposizione una casa di sua proprietà nel centro storico di Lucca. Per restituire l’accoglienza ricevuta, alcuni ragazzi stranieri si sono offerti volontari per sistemare l’abitazione. Ad esservi accolta è la famiglia Krikor, originaria di Aleppo e formata da padre, madre e un figlio; siriani ma di origine armena e di religione cristiana. La famiglia Krikor vive a Lucca da un anno e mezzo e il suo percorso di integrazione è riuscito in maniera eccellente. Hanno degli amici, la speranza di un futuro migliore, di tranquillità.

Matilde è nata 23 anni fa a Viareggio affetta da trisomia 21, più popolarmente nota come sindrome di Down. Grazie alla sorella Martina si avvicina al mondo dello sport e al gruppo sportivo l’Allegra Brigata. Qui impara molte cose: far parte di una squadra, il desiderio di essere “grande”, di sentirsi importante, di quanto possa essere bello far parte di un gruppo di amici. È grazie allo sport che

Matilde ha acquistato una maggiore autonomia personale, una gran voglia di comunicare con gli altri senza mai sentirsi a disagio per la sua, ormai ignorata, disabilità. Adesso il suo sogno si è realizzato con la partecipazione ai Winter Games in Austria nel 2017 nei quali ha vinto 2 medaglie di bronzo nei 50 e 100 m di sci di fondo a tecnica classica. È stata anche insignita del Premio Pegaso per lo sport 2018.

Sono queste le storie dei volontari che hanno attraversato il Festival di Lucca negli anni. A Roma è stata presentata la nuova edizione che si terrà dall’11 al 13 maggio. Fra i temi che verranno affrontati la riforma del terzo settore, la reputazione delle Ong che operano nel Mediterraneo, i giovani e le pratiche di inclusione sociale, le forme più innovative di volontariato individuale, il giornalismo costruttivo, la cultura del dono, il ruolo del volontariato nella riforma della Protezione Civile, la montagnaterapia.

Tra gli ospiti l'Autorità garante per l'Infanzia e l'adolescenza Filomena Albano, il direttore del Censis Giulio De Rita, Don Virginio Colmegna della Casa della Carità di Milano, il Sottosegretario al Lavoro e alle Politiche Sociali Luigi Bobba, Raffaela Milano di Save The Children, la statistica sociale Linda Laura Sabbadini, il consulente della Presidenza del Consiglio dei Ministri Fabrizio Curcio, il conduttore televisivo e critico musicale Red Ronnie, gli atleti paralimpici Andrea Lanfri, Sara Morganti e Stefano Gori. Il programma completo sul sito www.festivalvolontariato.it.

 

Pubblicato in Toscana

Una sala operatoria mobile, un reparto di degenza con 33 posti letto e un’area dedicata agli interventi di salute mentale. È la nuova struttura per cure post-operatorie che Medici Senza Frontiere (MSF) ha aperto nei giorni scorsi a Mosul Est per fornire assistenza medica a persone ferite da traumi violenti o accidentali durante il conflitto per la presa di Mosul. In questa nuova unità, sorta nel complesso ospedaliero Al'Salaam e Al'Shifaa, MSF fornirà interventi chirurgici, assistenza post-operatoria, trattamenti di salute mentale e riabilitazione attraverso un'unità specifica la cui gestione sarà in partnership con l’organizzazione Handicap International.

“Mosul aveva uno dei migliori sistemi sanitari in Iraq, ma il conflitto ha avuto un impatto devastante sulle infrastrutture, il personale e le attrezzature mediche”, dichiara Heman Nagarathnam, capo missione di MSF in Iraq. “Prima delle ostilità si contavano più di 3.500 posti letto disponibili negli ospedali di Mosul, ma nove ospedali sono stati completamente distrutti nei combattimenti e oggi restano meno di 1.000 posti letto disponibili. È davvero difficile per gli abitanti di Mosul avere accesso alle cure mediche”.

Gli ospedali continuano ad essere il bersaglio delle guerre nonostante due anni fa il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvava la risoluzione 2286 per proteggere gli ospedali, i pazienti e il personale sanitario nei conflitti. “Ventiquattro mesi dopo, possiamo dire che nulla è cambiato. Gli attacchi agli ospedali non si sono fermati: più di 100 all'anno nei conflitti in corso. MSF ribadisce con forza che gli ospedali non devono essere un bersaglio. Voltare le spalle a questo principio equivale a voltare le spalle alle fondamenta dell’etica medica”, dichiara François Dumont, direttore Comunicazione e Advocacy di Medici Senza Frontiere.

Per questo MSF supporta le popolazioni più vulnerabili nelle zone di conflitto, come a Mosul Est dove la nuova struttura è gestita da un team di 30 medici altamente qualificati, internazionali ed iracheni, in grado di accogliere i pazienti trasferiti da ospedali pubblici che necessitano di chirurgia d’urgenza o cure post-operatorie. “Molti feriti di guerra hanno spesso ricevuto sulla linea del fronte, o poco lontano, un rapido intervento chirurgico salvavita, ma oggi necessitano di una nuova operazione, terapie del dolore o riabilitazione per riguadagnare l'uso di arti e muscoli danneggiati”, spiega Nagarathnam di MSF. “Lavoreremo a stretto contatto con l’ospedale Al'Salaam e la Direzione della Salute di Ninewa per individuare i pazienti che necessitano di cure nella nostra struttura. Come organizzazione medica, continueremo anche a sostenere il sistema sanitario di Mosul".

Nel 2017 MSF ha lavorato a Mosul e dintorni per fornire cure salvavita alle persone colpite dal conflitto. MSF ha aperto diverse cliniche a Mosul Est e Ovest e ha gestito quattro progetti negli ospedali offrendo servizi come cure d’urgenza, terapia intensiva, operazioni chirurgiche e assistenza sanitaria materno-infantile. MSF gestisce attualmente un ospedale a Mosul Ovest e sta costruendo un nuovo pronto soccorso presso l'ospedale Al'Salaam.

MSF lavora in Iraq dal 1991 e attualmente gestisce progetti medici in otto governatorati. Da luglio a dicembre 2017, MSF ha fornito 28.658 interventi di pronto soccorso e ha eseguito quasi 2.000 interventi chirurgici. MSF offre assistenza medica neutrale e imparziale senza distinzioni di provenienza, religione o appartenenza politica. Per garantire la sua indipendenza, MSF non accetta finanziamenti da alcun governo o agenzia internazionale per i suoi programmi in Iraq, basandosi esclusivamente su donazioni private per svolgere il proprio lavoro.

 

Pubblicato in Dal mondo

Dopo la prima puntata del reportage dedicato al “Progetto Malawi” e alla giovane Ong APOFU nella seconda si entra nel merito dei progetti portati avanti dai cooperatori internazionali.

Scuole per bambini, un mestiere per gli adulti

In quell’ettaro, sinora, hanno costruito due classi scolastiche con tanto di finestre e servizi igienici per accogliere e alfabetizzare bambini dai 6 ai 12 anni, ma l’idea è di costruirne quindici (tutte 10x8 m) per ospitare complessivamente 1600 bambini, sia rifugiati sia malawiani. In questa prima edificazione sono stati coinvolti sia alcuni ospiti del campo sia dei residenti per un totale di 120 volontari, che hanno attivato così un primo percorso di integrazione sociale ed inclusione.

Peraltro, anche gli adulti potranno usufruire delle classi, 400 quelli previsti, per apprendere un mestiere che possa essere uno strumento di lavoro per il futuro, questo anche grazie alla presenza dei volontari che insegneranno loro nuove abilità. “Pensiamo all’ambito dell’edilizia – racconta Javier Camacho Valerio, 24enne della Costa Rica e fondatore di APOFU -, a costruzioni in legno (tavoli, sedie, sculture), alla permacultura, all’arte con materiali riciclabili, corsi di inglese e molto altro”.

Orti sociali

E poi ci sono i due orti sociali per coltivare ortaggi, uno coinvolgerà i bambini, l’altro gli adulti, con l’obiettivo di fornire alle persone uno strumento di auto sussistenza, visto che i 14 Kg di mais cui ogni persona ha diritto, unitamente ai 2 Kg di fagioli e un litro di olio non sono sufficienti. Per gli orti APOFU sta puntando sulla permacultura, un processo integrato di progettazione che dà come risultato un ambiente sostenibile ed equilibrato, fondato sulla progettazione, conservazione consapevole ed etica di ecosistemi produttivi.

“Una volta comprato il terreno, il lavoro più duro – spiega Javier – è stato quello di prepararlo sia per la costruzione sia per la coltivazione. Avremo sia orti scolastici sia orti comunali. A scuola gli alunni saranno incaricati del mantenimento dell’orto sotto la supervisione dell’insegnante, i generi alimentari derivanti verranno consumati dai bambini nella mensa scolastica”. L’orto comunale sarà, invece, lavorato dalle persone del campo per fornire alimenti a chi vive a Dzaleka. Questo cambierà il loro consumo dato che la monotonia nella loro alimentazione non provvede la migliore nutrizione. Sempre in ottica alimentare e di salute, “vogliamo sviluppare un progetto con galline ovaiole, insieme agli studenti ci occuperemo di dare assistenza appropriata agli animali, assicurando al contempo il consumo di proteine da parte dei bambini”.

In previsione anche un parco giochi e la costruzione di un pozzo all’interno della proprietà per l’approvvigionamento idrico, che sarà anche di uso pubblico, permettendo lo sviluppo dei programmi di agricoltura, approvvigionamento acqua per la scuola e la mensa.

I volontari

Aspetto particolarmente importante quello dell’accoglienza dei volontari, locali e stranieri. Oltre alla partecipazione e al lavoro di squadra in tutti i progetti, “l’idea è di condividere conoscenze e scambiare informazioni attraverso i corsi extracurricolari che verranno proposti agli studenti, alle famiglie e alle persone interessate. Ma vogliamo anche offrire ai volontari un’esperienza diversa – precisa Javier -, di cambiamento, dedizione al prossimo e apprendimento”. A tal fine, nei mesi scorsi APOFU ha sottoscritto un partenariato con Corps Africa, organizzazione non profit di Washington (Usa) che sta inviando volontari per il progetto in Malawi.

Una simile collaborazione potrebbe attivarsi in futuro anche in Italia, forse in Friuli Venezia Giulia. Nelle province di Pordenone e Udine sono già stati avviati i primi contatti e potrebbe nascere una sorta di campo base per formare i volontari in partenza per il Malawi.

“Vogliamo anche migliorare le condizioni di vita dei nuovi arrivati. Il campo di Dzaleka ha internamente una “zona di transito” dove i nuovi arrivi ricevono asilo per un tempo indefinito. Ma senza letti, materassi o cucina, anche l’acqua si trova a una distanza considerevole per una persona che ha passato giorni o addirittura mesi fuggendo nelle boscaglie. Il nostro lavoro – conclude Javier - sarà costruire una zona di transito all’interno della nostra proprietà, con uno spazio approssimativo per 100 persone e con condizioni di vita migliori e più dignitose”.

Info e contatti: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o Pagina Facebook www.facebook.com/APOFUONG/

Fabio Della Pietra

 

Fino al 24 giugno 2018 rimarrà aperta al pubblico la mostra “Bambini nel tempo. Infanzia di uomini e dei allestita”, presso il Museo Archeologico Nazionale di Crotone. L’esposizione, il cui intento è quello di far scoprire giochi, passatempi e giocattoli dell’antichità attraverso testimonianze archeologiche dalle collezioni del Museo che rivelano incredibili analogie con i divertimenti dei bambini di oggi, è organizzata in collaborazione con l’associazione culturale Sette Soli.

La mostra è volta a promuovere la conoscenza di un aspetto non secondario della vita quotidiana delle società antiche, “creando, in tal modo, un senso di continuità, un allegro girotondo in cui i millenni di storia si incontrano gioiosamente e quasi si annullano”, come ha affermato Marco Fittà, noto studioso del settore.

Hanno presenziato all’inaugurazione dell’accattivante esposizione: Angela Acordon, direttore del Polo Museale della Calabria; Gregorio Aversa, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Crotone; Antonella Cosentino, vicesindaco del Comune di Crotone e Margherita Corrado, senatrice e archeologa.

La mostra Bambini nel tempo. Infanzia di uomini e dei rimarrà aperta al pubblico fino al 24 giugno 2018 secondo il seguente orario: dal lunedì alla domenica dalle ore 9.00 alle 19.30 (la biglietteria chiude alle 19.00). Visite guidate per le scuole Primaria e Media si potranno prenotare al numero 339.4516903.

 

 

Pubblicato in Calabria

Sono quasi sempre i cronisti locali (95%), quelli sul campo, a rischiare. Sudamerica, Nordafrica e Medioriente le regioni dove si muore di più. Nella giornata mondiale per la libertà di stampa l’Unesco fornisce i dati in un Rapporto che offre i numeri di una strage: sono stati 530 i giornalisti uccisi tra il 2012 e il 2016.

Audrey Azoulay, direttore generale Unesco, spiega i motivi di questa giornata: Nel 2017, 79 giornalisti sono stati assassinati in tutto il mondo nell'esercizio della loro professione. L'UNESCO si impegna a difendere la sicurezza dei giornalisti e a lottare contro l'impunità per i crimini commessi contro di loro. Contribuisce inoltre alla loro formazione e aiuta le autorità di diversi paesi ad adattare le loro leggi sulla libertà di espressione agli standard internazionali

Al liceo Mamiani di Roma un’iniziativa ha celebrato la Giornata mondiale. Ad aprire l'incontro, dal titolo 'L'informazione accerchiata', la portavoce di Articolo21, Elisa Marincola e il presidente della Federazione nazionale della Stampa italiana, Giuseppe Giulietti, che hanno ricordato i tanti cronisti, «molti dal nome ignoto, che operano in Sicilia, in Calabria, in Puglia, in Campania, ragazzi e ragazze che hanno fra i 20 e i 30 anni e che spesso lavorano con contratti precari. Molti di loro – ha ribadito Giulietti – sono stati picchiati e minacciati dalla camorra, dalla mafia, dalla corruzione e dal malaffare».

Giulietti e Marincola hanno anche rivolto un pensiero particolare ai cronisti turchi da poco condannati in primo grado a diversi anni di carcere, al fotoreporter Giorgio Bianchi, fermato ieri in Ucraina e ai dieci giornalisti rimasti uccisi due giorni fa nell'ennesimo attentato kamikaze a Kabul. «Con Amnesty, ma anche con Articolo 21 e Ordine dei giornalisti, abbiamo deciso poco fa di chiedere la liberazione di Giorgio Bianchi, fotoreporter conosciuto per i suoi reportage da teatri di guerra come la Siria», ha detto il presidente Giulietti, anticipando che «oggi chiederemo tutti insieme al ministero degli Esteri di informarsi sulla situazione riguardante questo giornalista».

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia ha ricordato quello che avviene in Paesi come il Messico, l'Egitto, la Cina, l'Uzbekistan, l'Iran, «dove – ha detto – fare il giornalista può costare la vita anche se questi posti non sono teatro di guerre. Luoghi pericolosi per quei giornalisti che vogliono essere liberi di raccontare quello che accade. E in tutti questi luoghi – ha concluso – la richiesta dei reporter è sempre la stessa: chiedono di non essere lasciati soli»

Il Capo dello Stato Sergio Mattarella denuncia il clima in cui lavorano i giornalisti italiani. "Una nuova stagione di violenze contro la stampa, in Italia, in Europa, nel mondo, sembra riaffacciarsi: ancora oggi aggressioni e intimidazioni minacciano il lavoro di quei cronisti che non si piegano alla logica di interessi e poteri illegali e della criminalità, recando così un contributo rilevante alla causa della democrazia. Occorre sostenere il loro lavoro perché difendono dall'aggressione la nostra vita sociale e la nostra libertà personale e familiare, attraverso l'informazione libera e corretta. Occorre proteggere le loro voci che rifiutano ogni sopraffazione. La libertà di informazione, come attesta la nostra Costituzione, è fondamento di democrazia".

 

 

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Nel mondo si muore per l’aria inquinata. Avviene In Asia, in Africa, in Europa. Lo affermano le ultime cifre diffuse dall'Oms, riferite al 2016, secondo cui nel mondo il 90% della popolazione respira inquinanti a un tasso superiore a quello giudicato massimo per la salute, con la conseguenza che 7 milioni di persone sono morte per questa causa, con entrambi questi dati che sono sostanzialmente stabili negli ultimi anni.

Le stime si basano sui dati di 4.300 città in 100 paesi diversi sia sull'inquinamento atmosferico, con i tassi di polveri sottili e ultrasottili, che su quello indoor, causato dall'utilizzo di stufe a carbone o a legna per cucinare e riscaldare gli ambienti.

E l’inquinamento induce anche malattie e patologie gravi che portano al decesso. Secondo la stima l'aria inquinata è causa del 24% di tutte le morti per attacco cardiaco, del 25% degli ictus mortali, del 43% delle morti per malattie polmonari ostruttive e del 29% dei tumori al polmone. Il peso maggiore è per il sud est dell'Asia e per il Pacifico Occidentale, che hanno più di due milioni di morti, mentre la regione europea dell'Oms ne conta circa 500mila. Il 7% delle morti avviene in bambini e ragazzi sotto i 15 anni. "L'inquinamento dell'aria ci minaccia tutti, ma i più poveri e i più marginalizzati sopportano il peso maggiore - afferma Tedros Adhanom Ghebreyesus, il direttore generale dell'Oms -. E' inaccettabile che più di 3 miliardi di persone nel mondo, la maggior parte donne e bambini, stiano ancora respirando fumi tossici ogni giorno dall'uso di stufe a casa. Se non agiamo subito non raggiungeremo mai l'obiettivo di uno sviluppo sostenibile".

Ovviamente, sottolinea il rapporto, sono le grandi città ad avere l'aria peggiore, e questo riguarda anche quelle europee, dove a seconda del livello di inquinamento si perdono dai 2 ai 24 mesi di vita per colpa dello smog. "Molte delle mega città del mondo superano i livelli indicati dalle linee guida dell'Oms per la qualità dell'aria di oltre cinque volte - sottolinea Maria Neira, uno degli autori del rapporto per l'Oms -, e questo rappresenta un rischio grave per la salute".

(Fonte: Ansa)

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