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Venerdì, 22 Giugno 2018

Articoli filtrati per data: Martedì, 12 Giugno 2018 - nelPaese.it

A seguito dell'escalation della crisi umanitaria nella città assediata di Derna, Amnesty International ha chiesto al leader dell'Esercito nazionale libico (Enl), il generale Khalifa Haftar, e a tutte le parti coinvolte nel conflitto di aprire urgentemente corridoi umanitari per fornire assistenza imparziale e salvare le vite dei civili ancora intrappolati mentre i soldati dell'Enl continuano ad avanzare in vista della presa della città. Gli abitanti di Derna si trovano in mezzo a una sanguinosa battaglia condotta strada per strada. Hanno paura di cercare la fuga perché l'Enl è solito arrestare arbitrariamente e far sparire coloro che sospetta di opporsi al suo dominio, soprattutto i giovani di sesso maschile.

"Riceviamo notizie orribili da Derna: l'assedio prolungato e gli aspri combattimenti hanno portato la città sull'orlo di una catastrofe umanitaria. I blocchi sono usati per causare sofferenza gratuita a persone comuni, attualmente circondate, con le scorte di cibo, acqua e medicinali in via d'esaurimento e senza una via d'uscita da questa situazione disperata", ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord.

"Mentre è in corso l'assalto dell'Enl a Derna, dobbiamo ricordare a tutte le parti in conflitto che sono obbligate dal diritto internazionale umanitario a facilitare e non ostacolare l'accesso agli aiuti umanitari imparziali e a consentire alla popolazione civile di lasciare la città senza timore di subire arresti arbitrari, minacce, intimidazioni e uccisioni illegali", ha proseguito Morayef.

Derna, una città portuale della Libia orientale, è sotto assedio dal luglio 2017. Gli scontri si sono intensificati da metà maggio del 2018, quando l'Enl ha cercato di consolidare il suo controllo e di espellere le Forze di sicurezza di Derna, un gruppo armato già noto come Consiglio della sciura di Derna. La città ha subito intensi attacchi aerei e di artiglieria e gli scontri sul terreno hanno raggiunto i quartieri centrali. Le comunicazioni all'interno della città sono limitate. I rapporti delle Nazioni Unite, tra cui quelli dell'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) continuano a definire drammatica la situazione. Nel suo ultimo aggiornamento, risalente al 30 maggio, l'Ocha ha segnalato gravi carenze di cibo, acqua e medicinali. Il 9 giugno l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha riferito che il numero degli sfollati è salito a 2183.

Questi rapporti confermano le testimonianze degli abitanti di Derna con cui Amnesty International è riuscita a parlare. L'Enl sta bloccando intenzionalmente l'ingresso di ogni tipo di aiuto e impedendo il passaggio di coloro che hanno necessità di uscire dalla città per ricevere cure mediche. Il personale sanitario del principale ospedale di Derna ha riferito ad Amnesty International che non riesce a fornire cure mediche a eccezione di quelle vitali e che in tempi brevi non potrà neanche garantirle se non riceverà aiuti oramai indispensabili.

"Il mese scorso le forze dell'Enl hanno bloccato l'ingresso di otto container pieni di medicinali. Il principale ospedale di Derna può offrire solo cure salvavita stabilizzanti e i pazienti con codici non di emergenza vengono inviati alle cliniche private", ha dichiarato ad Amnesty International un operatore sanitario dell'ospedale di Derna. I feriti, hanno raccontato ad Amnesty International gli abitanti di Derna, devono negoziare individualmente, utilizzando le relazioni tra tribù, per ottenere cure mediche fuori dalla città.

"Chiediamo all'Enl di porre fine agli ostacoli alle operazioni umanitarie. Tutte le pari in conflitto devono facilitare l'ingresso degli aiuti e l'azione imparziale delle agenzie umanitarie e garantire a tutti i civili che intendono lasciare Derna di farlo in condizioni di sicurezza, sotto il controllo di osservatori indipendenti", ha aggiunto Morayef. "Derna ha una popolazione di oltre 120.000 abitanti, tutti puniti allo stesso modo. Ci siamo liberati dello Stato islamico solo per finire in una situazione altrettanto terribile. Vorremmo solo tornare a vivere normalmente", ha raccontato un abitante.

"Gli attacchi indiscriminati e i bombardamenti contro aree fittamente popolate devono cessare. Tutte le parti in conflitto devono impegnarsi a proteggere i civili e a rispettare i loro obblighi di diritto internazionale umanitario, altrimenti rischieranno di rendersi responsabili di crimini di guerra", ha concluso Morayef.

Gli abitanti di Derna sono rassegnati a un'altra sanguinosa battaglia strada per strada, simile a quella dell'Enl a Bengasi che causò numerosi morti, anche civili, soprattutto nel quartiere di Ganfuda, nel marzo 2017. L'Enl è noto per l'uso di tattiche aberranti contro i civili, tra cui esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate e attacchi indiscriminati che in alcuni casi hanno costituito crimini di guerra.

 

Pubblicato in Dal mondo

Dopo il sisma la struttura che ospitava l'unico asilo nido della Zona, con 26 bambini e bambine è stata demolita per inagibilità. L'urgenza ha visto il Comune dover trasferire il nido in una sede temporanea, che già accoglieva un centro sociale per anziani.
 

Il Comune di Giano, aveva in progetto di allocare in una diversa struttura il nido e grazie alla Cooperativa IL CERCHIO di Spoleto che gestiva l'asilo nido, ed al supporto di Legacoop Umbria, si sono ottenuti i fondi raccolti a livello nazionale da Legacoop destinati, appunto, a finanziare progetti nelle aree colpite dal sisma.

Ottenuto l'assenso del Comitato per la ripartizione di questi fondi, a gennaio 2017, Il comune di Giano dell'Umbria e la Cooperativa Il Cerchio si sono impegnate a superare tutte le ultime difficoltà per finire le opere strutturali interne ed esterne e per autorizzare al funzionamento il nuovo servizio ai sensi del regolamento regionale. 

Verrà inaugurato il Nido d'Infanzia " I colori del mondo" nel Comune di Giano dell'Umbria mercoledì 13 giugno 2018 alle ore 18. Intervengono: Marcello Bioli | Sindaco Giano dell'Umbria, Catiuscia Marini | Presidente Regione Umbria, Mauro Lusetti | Presidente Legacoop Nazionale, Dino Ricci | Presidente Legacoop Umbria 

Serenella Banconi | Presidente Il Cerchio Soc. Coop.

 

 

Pubblicato in Umbria

Medici Senza Frontiere (MSF) chiede agli Stati membri dell’Unione Europea di facilitare lo sbarco immediato delle 629 persone soccorse nel fine settimana nel Mediterraneo e ora a bordo della Aquarius, la nave di ricerca e soccorso gestita da SOS Mediterranee in collaborazione con MSF. La nave si trova ancora al largo delle coste di Malta e Italia, i paesi che dispongono dei porti sicuri più vicini e che stanno fornendo approvvigionamenti, ma che continuano a negare l’autorizzazione a sbarcare.

MSF ha molto apprezzato “l’importante segno di solidarietà della Spagna, che ha offerto Valencia come porto di sbarco”. Ma raggiungere la Spagna implica che le persone soccorse, già esauste, dovrebbero sopportare altri quattro giorni di navigazione in difficili condizioni e con il meteo in peggioramento. Le autorità italiane hanno offerto di trasferire 500 persone su altre navi e navigare insieme fino a Valencia. Per MSF l’opzione migliore è di “sbarcare le persone soccorse nel porto più vicino, a Malta o in Italia, e successivamente trasferirle con altri mezzi in Spagna o in altri paesi sicuri per ricevere ulteriore assistenza umanitaria e legale”.

“Non è possibile rimandare ancora lo sbarco” ha detto il dr. Dan Beversluis, medico di MSF a bordo della Aquarius. “La priorità deve essere di sbarcare immediatamente tutte le 629 persone – tra cui 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 6 donne incinte – nel porto sicuro più vicino. La situazione medica a bordo è stabile per ora ma le persone sono esauste e sotto pressione”.

L’appello

“La chiusura dei porti italiani alla nave Aquarius e alla Sea Watch 3, annunciata dal ministro Salvini, è una soluzione inaccettabile. La Convenzione di Amburgo del 1979 e le altre norme internazionali sul soccorso marittimo, oltre che i fondamentali principi di solidarietà, impongono che le persone soccorse in mare debbano essere sbarcate nel primo “porto sicuro” sia per prossimità geografica sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. L'Italia non può voltare le spalle, ogni migrante, tra cui tante donne e bambini indifesi, è prima di tutto una persona costretta a lasciare la propria terra, a causa di guerre, fame, siccità e disastri ambientali, per cercare la sopravvivenza altrove chiedendo accoglienza e asilo. Non si faccia l'imperdonabile errore di chiudersi nei confini della propria nazione, di alzare nuovi muri di odio e paura che non fanno bene al Paese e che aumentano ancora di più le disuguaglianze. Per questo chiediamo al Governo che vengano riaperti immediatamente i porti italiani per accogliere le navi che soccorrono i migranti”.

Questo è il testo dell’appello firmato da Anpi, Arci, Azione Cattolica, Libera, Legambiente, Rete della conoscenza. Intanto ieri a Palermo oltre mille cittadini sono scesi in piazza con il sindaco Leoluca Orlando per chiedere l’apertura del porto. Oggi è prevista un’altra manifestazione a Napoli.

Il diritto internazionale

Dalla Spagna il governo fa sapere che il nostro Paese rischia procedimenti penali di fronte al rifiuto di accogliere la nave con i 629 naufraghi. “Il comportamento del governo italiano nella vicenda Aquarius è gravissimo e l’intervento della Spagna non solleva l’Italia dalle sue responsabilità” sottolinea l’Asgi,l’Associaziono studi giuridici sull’immigrazione, che lancia l’allarme sul possibile imminente ripetersi di episodi analoghi. “La scelta di solidarietà fatta dal Governo spagnolo di fornire assistenza materiale e giuridica ai naufraghi salvati dalla nave Aquarius, infatti, non deve oscurare la gravi responsabilità del governo italiano nella conduzione complessiva di tutte le operazioni - spiega in una nota l’organizzazione -. Va infatti ricordato che le operazioni di soccorso sono partite su impulso di un Sos diramato dall’Mrcc (Comando generale del Corpo della Capitanerie di Porto) di Roma e che pertanto, in base al diritto internazionale – l’Italia è sempre stato il Paese giuridicamente responsabile del coordinamento dei soccorsi”.

 

 

 

Pubblicato in Nazionale

“Se l'uomo è conservatore per natura, perché non vuole rischiare ciò che possiede per quanto poco sia, il migrante ha già raggiunto il punto di non ritorno e sa già cosa significa giocare con il destino e con la propria vita […] . Un agire che in tendenza apporta più ricchezza di quanta ne porti via anche senza saperlo. Esseri umani che prima di essere persone che si spostano sul territorio sono cittadini che sono stati e sono disposti a scommettere su qualcosa di migliore per sé stessi.”  Matteo Dean

 

Non è uno scherzo, anche se la fotografia potrebbe farlo credere: un uomo in cravatta, l’abito elegante, lo sguardo ammiccante e tenebroso, gli occhi socchiusi e le braccia conserte. Un hashtag #chiudiamoiporti. Così il Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha lanciato la sua campagna mediatica. Così ha deciso di iniziare il suo mandato, con un'immagine volitiva di uomo che governa e decide. Purtroppo sulla pelle di donne uomini e bambini, 629 persone ne stanno pagando il prezzo.

Le vie del mare

Due anni fa il premier turco Recep Tayyip Erdogan aveva giocato ad alzare il prezzo usando il via libera, attraverso la rotta balcanica, a migliaia di uomini, donne e bambini. Il gioco aveva pagato. Le bande criminali libiche, che qualcuno chiama anche “guardia costiera libica”, erano state pagate dal governo Gentiloni per “trattenere” più migranti possibile nei lager, vittime di abusi, torture e violenze, a volte venduti come schiavi. Quelle bande, prima pagate per fare gli scafisti, poi per fare gli aguzzini. Adesso anche loro giocano ad alzare il prezzo con il nuovo interlocutore politico governativo italiano, la via del mare è parzialmente riaperta.

Pur non essendo un amante dei videogiochi ne conosco il funzionamento e il modo perverso per “tenere incollati” i giocatori: aumentare gradualmente, di poco, il livello di difficoltà. Ti abitui ma non ti annoi. Quello che stiamo vivendo, per noi “spettatori”, sembra proprio un videogioco. Il livello di difficoltà cresce a ogni passaggio e ci abituiamo facilmente, ritenendo addirittura il livello precedente uno scherzo in confronto a quello attuale. Solo che è tutto collegato, non c'è un oggi senza un ieri, non c'è un Salvini senza un Minniti.

Vi ricordate un anno fa, l'estate in cui le Ong vennero “uccise”? Io scrivevo questo: “Viviamo un momento in cui l'ondata razzista e xenofoba sembra inarrestabile, ad ogni sondaggio elettorale in cui i partiti si vedono in calo scatta immediatamente la salivazione dei cani di Pavlov e parte un attacco ai migranti, ai profughi e ai rifugiati.”

Le dichiarazioni dell'allora Ministro Minniti nei confronti di Medici Senza Frontiere erano di “velata” minaccia: "L'aver rifiutato l'accettazione e la firma del codice di condotta pone quelle organizzazioni non governative fuori dal sistema organizzato per il salvataggio in mare, con tutte le conseguenze del caso concreto che potranno determinarsi a partire dalla sicurezza delle imbarcazioni stesse”. Una delle imbarcazioni di cui stava parlando il Ministro degli Interni Marco Minniti era la nave Aquarius.

In quel momento avevamo un governo di centrosinistra, che faceva gli accordi con i libici, imponeva il codice per limitare le operazioni Sar delle Ong e minacciava “velatamente” quelle che non lo firmavano. Avevamo un’opposizione che parlava delle Ong come “taxi del mare” che andavano a prendere a casa loro i migranti per portarli nel nostro Paese; questa era l'opposizione “buona”. Quella cattiva diceva che bisognava lasciarli annegare.

Sostanzialmente la quasi totalità del quadro istituzionale aveva deciso che la campagna elettorale si giocava su chi era più efficace nel mortificare le persone in fuga. Come sia finita lo sappiamo. Non poteva finire diversamente. Tuttavia la fotografia dell'uomo in abito elegante continua ad inquietarmi. È ovvio che, per me, sia ridicola, un’immagine da pernacchie, come quando da ragazzini tentavi di metterti in posa da “duro” con la sigaretta sulle labbra, ma sapevi benissimo che scattata la fotografia partivano i colpi di tosse. Era una posa, proprio per questo ridicola. Evidentemente il gusto estetico e il senso del ridicolo è un fattore soggettivo, tanto che per molti quell'uomo in abito elegante evidentemente non fa ridere come un bulletto qualsiasi del quartiere, ma é considerato credibile e addirittura votabile.

Buttandola evidentemente in burletta, per buona parte dei cittadini italiani passa in secondo piano il fatto che questo non è un videogioco,  i morti in mare non sono virtuali, le donne, gli uomini e i bambini che stanno sospesi nell'Adriatico sulla nave Aquarius in questo momento rischiano veramente le loro vite. E noi la nostra umanità.

Stiamo arrivando al punto di non ritorno. Siamo ad uno scontro culturale ben prima che politico, in queste ore è chiaro più che mai. Mentre il governo Cinque Stelle-Lega disponeva la chiusura dei porti, alcuni sindaci dichiaravano le proprie città aperte e pronte ad accogliere le 629 persone presenti sulla nave Aquarius. Mentre sui social si polarizzava la questione tra porti chiusi e porti aperti, alcune migliaia di persone scendevano in piazza in diverse città italiane. Questo dovrebbe essere solo l'inizio.

Restare umani

Come rispondere a tutto questo è il tema da affrontare e da capire, come pretendere che, se i porti si chiudono per le persone, lo siano anche per le merci e da uno sciopero generale. Come fare in modo che quei sindaci e quelle città che rappresentano siano oggi i luoghi da cui far partire una mobilitazione nazionale. Come schierare le nostre associazioni, le nostre realtà, le nostre reti affinché in questo scontro culturale ci sia una parte capace di contrapporsi alla barbarie. Lo sdegno diventerà scoramento se non saremo capaci di mobilitare e mobilitarci. Una mobilitazione che ci costringa a riprendere in mano il senso da dare all'affermazione “restiamo umani”. Un’affermazione che rischia di essere sterile se agita solo attraverso i post su Facebook.

Stiamo scivolando inesorabilmente verso una deriva da cui è sempre più difficile risalire, i commenti sui social danno la dimensione della barbarie che stiamo vivendo. “Gli spettatori che applaudono sono i peggiori”. Gli ignavi complici. Dobbiamo ricominciare e dobbiamo farlo subito, le piazze sono ancora il luogo in cui esprimere il nostro dissenso, le strade e i quartieri ancora quello in cui ricostruire il modo in cui vogliamo vivere, gridare, amare per darci ancora una possibilità, restare umani.

Alessandro Metz - Operatore sociale

 

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