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Mercoledì, 26 Settembre 2018

Articoli filtrati per data: Giovedì, 12 Luglio 2018 - nelPaese.it

"Nei prossimi anni il bilancio pubblico sarà fortemente condizionato dall'invecchiamento della popolazione e dalle modifiche della struttura demografica". E' quanto rileva la Corte dei Conti nel Rapporto 2018 sul coordinamento della finanza pubblica presentato alla Camera.

"Notizie non tranquillizzanti - si legge - si traggono dall'aggiornamento delle proiezioni di lungo termine effettuato lo scorso settembre dalla Ragioneria generale dello Stato e riproposte nel Def 2018. Nelle nuove proiezioni, il rapporto spesa per pensioni/Pil aumenta, rispetto alle valutazioni del Def 2017, tra i 2 e i 2,5 punti percentuali intorno al 2040; l'effetto sul rapporto debito pubblico/Pil risulterebbe marcato: un aumento di circa 30 punti nel 2070. Le ragioni alla base del peggioramento sono da ascrivere alla minore crescita del Pil nel lungo periodo, a sua volta dovuta a fattori demografici e di produttività. D'altra parte, un dato è sufficiente a sottolineare le sfide che l'Italia dovrà vincere per guadagnare migliori prospettive di sviluppo: la prevista riduzione della popolazione, da qui al 2070, per circa 6,5 milioni di abitanti" .

Pensioni

"E' cruciale non creare debito pensionistico aggiuntivo. E' essenziale preservare i miglioramenti di fondo che il sistema previdenziale ha realizzato in questi decenni". E' quanto rileva la Corte dei Conti nel Rapporto 2018 sul coordinamento della finanza pubblica presentato alla Camera. "Ogni elemento di possibile flessibilizzazione dell'attuale assetto- si legge- dovrebbe contemplare compensazioni in grado di salvaguardare la sostenibilita' finanziaria di lungo periodo". E sulla legge Fornero: “La correzione effettuata con la legge Fornero è stata brusca, ma è la virulenza della crisi sovrana che l'ha imposta".

Attenzione a natalità, flussi migratori e lavoro

Sempre secondo la Corte dei Conti, sul sistema pensionistico italiano la politica agisca per "favorire un aumento del tasso di natalità, gestire in maniera equilibrata i flussi migratori, stimolare la partecipazione al mercato del lavoro, rafforzare la dotazione di infrastrutture materiali e immateriali". 

(Fonte: Redattore Sociale/Dire)

 

Pubblicato in Nazionale

Sarà aperta fino al 3 settembre 2018 la Call 4 Ideas del progetto Think4Food. La call si rivolge a start up, studenti e ricercatori under 40, residenti in Italia e all'estero,  che stanno sviluppando un'idea innovativa nel settore agroalimentare e che vogliono contribuire al raggiungimento di uno o più dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Agenda Onu 2030. 

La call permetterà ai partecipanti di far conoscere la propria idea alle imprese cooperative leader del settore agroalimentare. Allo stesso tempo, le cooperative potranno scoprire progetti innovativi e individuare talenti con cui avviare collaborazioni e partnership in modalità open innovation. 

"Il mondo cooperativo continua il suo impegno per contribuire a raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile previsti dell'Agenda Onu 2030 - commenta Rita Ghedini, presidente di Legacoop Bologna - Il progetto Think4Food si muove in questa direzione, valorizzando giovani con idee innovative e sostenibili per il settore agroalimentare, uno dei più strategici per le imprese cooperative e per il nostro territorio".

Per partecipare alla Call 4 Ideas di Think4Food basta compilare l'apposito modulo sul sito www.think4food.org. Una giuria di cooperatori ed esperti del settore agroalimentare selezionerà le idee da mettere in connessione con le imprese e decreterà quali premiare nelle categorie: Start Up (5.000 euro), Ricercatori (3.500 euro), Studenti (1.500 euro). L'evento finale di premiazione dei progetti selezionati si terrà il prossimo 20 settembre 2018 alla Fondazione FICO presso Eataly World, uno dei partner del progetto.  Think4Food è progetto ideato e promosso da Legacoop Bologna in collaborazione con Legacoop Imola e Confcooperative Bologna, con il contributo della Camera di Commercio. 

"Le imprese che vogliono essere competitive sul mercato hanno bisogno di creare connessioni con i giovani innovatori, così come loro hanno bisogno di solidità e esperienze per sviluppare le proprie idee d'impresa - commenta Simone Gamberini, direttore di Legacoop Bologna - Noi abbiamo trovato un modo nuovo per mettere in connessione questi due mondi, con un beneficio reciproco che alimenta un ecosistema di innovazione sostenibile".

Pubblicato in Emilia-Romagna

Oltre 600 persone, tra cui neonati e bambini, sono annegate o disperse nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale nelle ultime 4 settimane soltanto: 410 nelle acque internazionali tra Italia, Libia e Malta. Queste tragedie, che rappresentano la metà delle morti in mare nel 2018, sono avvenute mentre non c'erano più navi di soccorso delle organizzazioni non governative (ONG) attive nel Mediterraneo. Un mese fa le autorità italiane hanno impedito alla nave Aquarius (tornerà in mare a fine luglio, ndr), gestita in collaborazione da SOS Mediterranee e Medici Senza Frontiere (MSF), di sbarcare 630 persone soccorse in mare. Altre navi umanitarie hanno subito blocchi e ostacoli da parte degli Stati europei.

"Le decisioni politiche dell'Europa nelle ultime settimane hanno avuto conseguenze letali. È stata presa la decisione a sangue freddo di lasciare annegare uomini, donne e bambini nel Mediterraneo. È vergognoso e inaccettabile" ha dichiarato Karline Kleijer, responsabile delle emergenze per MSF. "Invece di ostacolare deliberatamente un'assistenza medica e umanitaria salvavita a persone in pericolo, i Governi europei devono attivare un sistema dedicato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale."

Le navi umanitarie impegnate in acque internazionali tra Malta, Italia e Libia sono state accusate dai politici europei di essere un fattore di attrazione, ma i recenti eventi in mare dimostrano che le persone disperate continuano a fuggire dalla Libia indipendentemente dalla presenza di navi di soccorso. Violenza, povertà e conflitti continuano a spingere le persone a rischiare la propria vita e quella dei propri bambini. I Governi europei sono pienamente consapevoli degli allarmanti livelli di violenza e sfruttamento subiti da rifugiati, richiedenti asilo e migranti in Libia, ma sono determinati a impedire alle persone di raggiungere l'Europa, a qualunque costo. Una componente chiave della strategia per chiudere il Mediterraneo è di equipaggiare, formare e supportare la Guardia Costiera libica per intercettare le persone in mare e riportarle in Libia, dal momento che navi non libiche non possono riportare legalmente le persone in Libia perché il paese non è riconosciuto come posto sicuro. Ma le persone soccorse nelle acque internazionali del Mediterraneo non devono essere riportate in Libia, devono essere condotte in un porto sicuro, come previsto dal diritto internazionale e marittimo. 

Quest'anno la Guardia Costiera libica supportata dall'Unione Europea ha intercettato finora circa 10.000 persone, portandole in centri di detenzione in Libia senza considerare le conseguenze per la vita e la salute di quelle persone. Delegare alla Guardia Costiera libica tutta la responsabilità della ricerca e soccorso nel Mediterraneo porterà soltanto nuove morti.

Si avvicina il periodo del picco di partenze e salvare vite deve essere la priorità più urgente. Trafficanti senza scrupoli, che non hanno considerazione per la vita umana, continuano a mettere in pericolo le persone usando barconi precari e inadatti alla traversata. Deve esserci un sistema adeguatamente equipaggiato e pienamente operativo per salvare vite umane nel Mediterraneo. Fino a quando questo sistema non sarà attivo, le navi di soccorso umanitarie hanno un ruolo vitale per fornire assistenza alle persone in mare e prevenire morti inutili. Le ONG dovrebbero poter utilizzare i porti sicuri più vicini per le operazioni di soccorso, compresi sbarchi e rifornimenti.

"La decisione politica di chiudere i porti allo sbarco delle persone soccorse in mare, e la totale confusione creata nel Mediterraneo centrale, ha aumentato la mortalità sulla rotta migratoria più letale al mondo" ha detto Sophie Beau, vice presidente di SOS Mediterranee. "L'Europa ha la responsabilità di queste morti sulla propria coscienza. I Governi europei devono reagire immediatamente e garantire che il diritto internazionale marittimo e umanitario, che prescrive l'obbligo del soccorso in mare, sia pienamente rispettato."

 

 

 

Pubblicato in Nazionale

Star male, avere dei dolori e poi morire in un letto di una branda. È il racconto di una delle lettere che il "Parenti e amici dei detenuti del carcere femminile di Pozzuoli" ha diffuso agli organi di stampa per sensibilizzare l’attenzione sulla condizione nelle carceri di Napoli e provincia. Una condizione che è comune a tanti penitenziari di tutto il Paese.

Leggere queste missive fa venire in mente altre lettere da altre carceri in un periodo storico diverso: quelle dei giovani partigiani durante il fascismo. Qui, invece, siamo in democrazia dove un detenuto può morire da solo su una branda di una cella.

“Le lettere che leggerete – scrivono gli attivisti - evidenziano in poche righe una realtà sconosciuta, nella quale morire da soli nel letto di una cella, lontano dai propri cari che non hanno avuto la possibilità di starti accanto nelle ultime ore della tua vita, nell'indifferenza generale, è la normalità. È normale che un ragazzo di circa trent'anni muoia nell'indifferenza degli uomini "liberi"; un'indifferenza a cui si contrappone il supporto e la solidarietà da parte degli altri detenuti che hanno tentato di rianimarlo, di coloro che tutti ritengono dei mostri senza cuore e senza anima che meritano di soffrire e morire dietro quelle sbarre. Nelle carceri italiane ogni giorno si verifica un decesso a causa del pessimo supporto sanitario, un suicidio, una violenza psicologica o fisica, un abuso di qualsivoglia genere da parte dei rappresentati dello stato nei confronti dei detenuti e delle detenute”. 

Lettera dal carcere di Secondigliano

“Oggi 23/05/2018 nel carcere di Secondigliano un fatto increscioso succede (in S.3 S2 II Ligure) dove la mancanza di responsabilità fa da padrone. Oggi è morto un ragazzo ammalato che non doveva stare in un posto non attenzionato. Già da qualche mese si era sentito male ed era stato soccorso in sezione, stamattina alle ore 06 il detenuto Coglioti Cosimo stava male suonava il campanello di allerta cui risultava staccato e già da alcuni giorni, chiamato l’assistente di turno in sezione solo verso le ore 9 è stato visitato ma rimandato in sezione subito dopo. Avvisava dolori e si è adagiato in branda.

Alle 12,30 alcuni compagni di sventura si sono avvicinati per vedere come stava, ma il malcapitato non dava segni di ripresa. Tutta la sezione si è precipitata qualcuno cercava di rianimarlo altri chiedevano, gridando, all’assistente di turno l’urgenza di un medico. Dopo qualche minuto è arrivato l’assistente che ha chiamato l’infermeria, dopo svariati minuti è arrivato l’infermiere con una siringa nella sezione un caos per la mancata urgenza ma avvicinatosi al povero ragazzo con molta calma visto che non dava segni di vita ci ha chiesto di scenderlo giù a braccia. Tutti ci eravamo accorti della gravità dei fatti ma speravamo in un miracolo.

Quello che in questo momento tutti ci chiediamo è, nel 2018 dove si parla si discute giornalmente in tutti i media come possono succedere cose così gravi dove tanti di noi mandati in questo carcere per cure in CDT si trovano in sezioni dove ti puoi ammalare ma per vedere il medico se non gravissimo puoi esporre il tuo problema solo due giorni a settimana. Purtroppo questi brutti episodi si sentono ormai all’ordine del giorno persone che si tolgono la vita, persone che aspettano visite ospedaliere da mesi, persone come che muoiono per indifferenza e mancati soccorsi come oggi p il nostro caso. Questo brutto episodio che porteremo sempre con noi in 50 possiamo testimoniarlo, anzi mi correggo oggi in 49, quanto accaduto e nello stato di degradazione in cui versiamo oltre a ciò già elencato dove si convive in due su otto metri quadri compreso letti e servizi igienici, siamo trattati da medio evo. Dove oggi, alle soglie del 2020 c’è gente che programma le sue vacanze su Marte.

Viviamo una realtà sconosciuta a tanti ma nascosta dalle istituzioni dove la morte di un detenuto, come in questo caso, passa inosservata. Oggi siamo tutti speranzosi che qualcuno allerti chi di competenza e faccia fronte a questi brutti episodi che colpiscono solo dei poveri malcapitati. Ti dico di più, chi ha portato giù il ragazzo si è accorto che il defibrillatore era chiuso a chiave e hanno dovuto chiamare la guardia con le chiavi prima di poterlo utilizzare”

 

 

 

 

Pubblicato in Campania

A un anno di distanza dal primo rapporto sulle prigioni segrete situate nello Yemen meridionale, Amnesty International è tornata a denunciare quel sistema, tuttora impunito, di sparizioni forzate e torture, che costituiscono crimini di guerra. Il nuovo rapporto, intitolato "Se è ancora vivo lo sa solo Dio", denuncia che decine di uomini sono stati arrestati dalle forze degli Emirati Arabi Uniti e forze locali che agiscono fuori dal controllo del governo yemenita. Molti sono stati torturati e si teme che alcuni degli arrestati siano morti durante la detenzione. 

"Le famiglie dei detenuti vivono un incubo senza fine. Alle loro richieste di sapere dove i loro parenti siano detenuti o se siano ancora vivi, la risposta è il silenzio o l'intimidazione", ha dichiarato Tirana Hassan, direttrice di Amnesty International per la risposta alle crisi.  "Nelle ultime settimane sono stati rilasciati decine di detenuti, compresi alcuni dati per scomparsi. Ma ciò è avvenuto al termine di lunghi periodi di carcere, senza alcuna accusa, durati fino a due anni. Ciò rende ancora più necessario chiamare i responsabili a rispondere del loro operato e risarcire le vittime", ha aggiunto Hassan. 

Da quando, nel marzo 2015, hanno aderito alla coalizione guidata dall'Arabia Saudita, gli Emirati hanno creato, addestrato, equipaggiato e finanziato varie forze di sicurezza locali, tra cui la Cintura di sicurezza e la Forza di élite, e costruito alleanze con singoli responsabili della sicurezza yemeniti, aggirando il governo locale.  Amnesty International ha svolto ricerche su 51 uomini arrestati da tali forze tra marzo 2016 e maggio 2018 nelle provincie di Aden, Lahj, Abyan, Hadramawt e Shabwa. Molti di essi hanno trascorso periodi di sparizione forzata e 19 di essi risultano tuttora scomparsi. Per la stesura del suo rapporto, l'organizzazione per i diritti umani ha intervistato 75 persone, tra le quali ex detenuti, parenti di persone scomparse, attivisti e rappresentanti del governo. 

Le vane ricerche delle famiglie degli scomparsi 

I familiari dei detenuti hanno raccontato ad Amnesty International le disperate e vane ricerche d'informazioni. Madri, mogli e sorelle degli scomparsi svolgono regolari proteste da quasi due anni lungo il percorso tra gli uffici governativi e della procura, le sedi dei servizi di sicurezza, le prigioni, le basi della coalizione a guida saudita e vari altri luoghi per presentare denunce relative ai loro cari. 

"Non abbiamo la minima idea di dove sia, se è ancora vivo lo sa solo Dio. Nostro padre è morto d'infarto un mese fa, senza sapere dove fosse suo figlio. Vogliamo solo sapere che fine ha fatto nostro fratello, sentire la sua voce, sapere dove di trova. Se ha fatto qualcosa, non c'è un tribunale per processarlo? Almeno lo portassero a processo, almeno ce lo facessero visitare. Che senso hanno i tribunali allora? Perché li fanno sparire in questo modo?", sono le parole della sorella di un uomo di 44 anni arrestato ad Aden alla fine del 2016.  Alcune famiglie hanno riferito di essere state avvicinate da persone che le hanno avvisate della morte in carcere di un loro parente ma quando sono andate a chiedere conferma alle forze yemenite sostenute dagli Emirati queste hanno negato tutto. 

"Se solo ci confermassero che mio fratello è ancora vivo, se solo ce lo facessero vedere... è tutto quello che vogliamo. Ma non riusciamo a trovare nessuno che ci dia una conferma. Mia madre è come se morisse un centinaio di volte al giorno. Non si rendono conto di cosa stiamo provando", ha detto la sorella di un detenuto scomparso dopo l'arresto, avvenuto nel settembre 2016, e sul cui decesso in carcere circolano numerose voci. 

Detenuti torturati da parte delle forze appoggiate dagli Emirati 

Il rapporto di Amnesty International denuncia il massiccio uso dei maltrattamenti e della tortura nei centri di detenzione gestiti dalle forze emiratine e yemenite.  Detenuti ed ex detenuti hanno riferito di scariche elettriche, pestaggi e violenze sessuali. Uno di loro ha visto un compagno di prigionia venir portato via in un sacco da cadavere dopo essere stato ripetutamente torturato. 

"Non voglio mai più vedere quello che ho visto. In quel posto, non vedi neanche la luce del sole. Mi accusavano di qualsiasi cosa e mi picchiavano. Poi, una notte, mi hanno rilasciato dicendo che mi avevano confuso con un'altra persona. 'Ci siamo sbagliati, scusa!', come se non mi avessero fatto soffrire, come se non mi avessero sottoposto alla corrente elettrica", ha raccontato un ex detenuto di Waddah Hall, un famigerato centro informale di detenzione di Aden gestito da un'unità antiterrorismo locale.  Un altro ex detenuto ha raccontato che i soldati degli Emirati di stanza nella base di Aden gli hanno inserito più volte un oggetto nell'ano, fino a farlo sanguinare e lo hanno tenuto in una buca nel terreno con la sola testa fuori dalla superficie, lasciandolo defecare e urinare in quel modo.  "Sentivamo parlare della tortura e dicevamo 'figuriamoci se accadono queste cose' fino a quando non l'ho provata sulla mia pelle", ha detto l'ex detenuto. 

Un altro caso descritto nel rapporto di Amnesty International riguarda un uomo arrestato nella sua abitazione dalle Forze di élite appoggiate dagli Emirati e rilasciato ore dopo nei pressi dell'abitazione dei suoi familiari con segni visibili di tortura. È morto poco dopo il ricovero in ospedale.  "Gli Emirati, col loro modo di operate nell'ombra, hanno creato nello Yemen meridionale una sorta di struttura di sicurezza al di fuori della legge che compie gravi violazioni dei diritti umani senza pagarne le conseguenze", ha commentato Hassan. 

"La mancanza di un sistema cui rendere conto rende ancora più difficile alle famiglie contestare la legalità della detenzione dei loro congiunti. Anche quando alcuni magistrati yemeniti hanno cercato di prendere il controllo su alcune prigioni, i loro tentativi sono stati del tutto ignorati dalle forze degli Emirati e in diverse occasioni i loro provvedimenti di rilascio di detenuti sono stati ritardati", ha aggiunto Hassan. 

Oppositori presi di mira col pretesto della lotta al terrorismo 

Gli Emirati sono un alleato chiave della coalizione guidata dall'Arabia Saudita che dal marzo 2015 prende parte al conflitto armato dello Yemen.  Il loro ruolo nella creazione della Cintura di sicurezza e delle Forze di élite ha ufficialmente l'obiettivo di combattere il terrorismo, dando la caccia ai membri di al-Qaeda nella Penisola araba e del gruppo denominatosi Stato islamico.  Tuttavia, molti degli arresti paiono basati su sospetti infondati o dovuti a vendette private. 

Tra le persone prese di mira figurano infatti coloro che hanno espresso critiche nei confronti della coalizione a guida saudita e dell'operato delle forze di sicurezza appoggiate dagli Emirati, nonché leader locali, attivisti, giornalisti e simpatizzanti e militanti del partito al-Islah, sezione yemenita della Fratellanza musulmana. Risultano colpiti anche i parenti di presunti membri di al-Qaeda e dello Stato islamico così come persone che inizialmente avevano aiutato la coalizione a guida saudita contro gli huthi e che adesso sono viste con sospetto. 

Secondo testimonianze oculari, gli arresti avvengono in mezzo alla strada, sul posto di lavoro, durante terrificanti raid notturni nelle abitazioni e sono condotti da persone dal volto travisato e pesantemente armati noti come "quelli mascherati". Gli arrestati vengono talvolta picchiati sul posto fino a perdere conoscenza.  Le autorità sono persino ricorse a intimidazioni e aggressioni nei confronti delle parenti dei detenuti e degli scomparsi che negli ultimi due anni hanno preso parte alle manifestazioni ad Aden e al-Mukalla.  Gli Emirati negano costantemente di essere coinvolti in pratiche detentive illegali, nonostante ogni prova dimostri il contrario. Il governo yemenita ha dichiarato a un panel di esperti delle Nazioni Unite di non avere il controllo sulle forze di sicurezza addestrate e sostenute dagli Emirati. 

"Queste violazioni, che si verificano nel contesto del conflitto armato dello Yemen, dovrebbero essere indagate come crimini di guerra. Sia il governo dello Yemen che quello degli Emirati dovrebbero prendere misure immediate per porvi fine e per dare risposte alle famiglie degli scomparsi", ha sottolineato Hassan.  "I partner degli Emirati nella lotta al terrorismo, tra cui gli Usa, dovrebbero prendere una chiara posizione sulle denunce di tortura, indagando anche sul ruolo del personale statunitense nelle violazioni che hanno luogo nei centri di detenzione yemeniti e rifiutando di utilizzare informazioni estorte con ogni probabilità mediante maltrattamenti e torture", ha concluso Hassan. 

Pubblicato in Nazionale

La Corte Costituzionale con la sentenza numero 149 depositata in data odierna ha dichiarato che è incostituzionale negare i benefici ad alcune categorie di detenuti ergastolani. "Nella sentenza - si legge nel comunicato ufficiale - la Corte ha censurato il rigido automatismo stabilito dalla legge penitenziaria, che impediva al giudice di valutare i progressi compiuti da ciascun condannato, sacrificando così del tutto la funzione rieducativa della pena sull'altare di altre, pur legittime, funzioni".

La sentenza sottolinea, in particolare, come siano incompatibili con il vigente assetto costituzionale norme "che precludano in modo assoluto, per un arco temporale assai esteso, l'accesso ai benefici penitenziari a particolari categorie di condannati (...) in ragione soltanto della particolare gravità del reato commesso, ovvero dell'esigenza di lanciare un robusto segnale di deterrenza nei confronti della generalità dei consociati"; ed evidenzia come le conclusioni da essa raggiunte siano coerenti con gli insegnamenti della Corte europea dei diritti dell'uomo, secondo cui gli Stati hanno l'obbligo "di consentire sempre che il condannato alla pena perpetua possa espiare la propria colpa, reinserendosi nella società dopo aver scontato una parte della propria pena".

"Si tratta – dichiara Patrizio Gonnella – di una sentenza di importanza enorme che erode l'ergastolo ostativo. E' un colpo al populismo penale. Speriamo sia capito. C'è ancora tempo, fino al 3 agosto, per approvare la riforma dell'ordinamento penitenziario pendente alle Camere. Una riforma ben più timida rispetto alle parole e alla decisione della Consulta, che ringraziamo sentitamente. La Costituzione non può essere evocata ad anni, a settimane o a giorni alterni".

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione
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