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Lunedì, 16 Luglio 2018

Articoli filtrati per data: Martedì, 03 Luglio 2018 - nelPaese.it

Mercoledì 4 e giovedì 5 luglio alle 20.30 è in scena “Storie Galattiche”, spettacolo-narrazione sugli astri e i miti che ne ispirano i nomi consigliato dai 4 ai 10 anni. Due appuntamenti gratuiti in collaborazione con la Coop. Soc. Arca di Noè, aperti a tutte e tutti, a Casa Rivani e al Centro S.F. Cabrini,  Residenze Sociali del Progetto SPRAR di Bologna. Anche le stelle hanno dei nomi, e sono nomi pieni di storie.  Raccontano di eroi e animali mitologici, di giganti e dei, di mille peripezie e tempi lontani. 

“Storie Galattiche” è un progetto speciale, portato per l’occasione in due luoghi speciali: Casa Rivani e il Centro S. F. Cabrini, Residenze Sociali del Progetto SPRAR di Bologna, per l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati. In queste due sere d'estate le famiglie e gli abitanti dei due luoghi aprono il cancello dei cortili di casa a tutte e tutti, per accogliere le bambine, i bambini, i loro genitori e tutti coloro che vogliono fermarsi ad ascoltare storie all’aperto, sotto un cielo stellato.

Grazie alla collaborazione degli ultimi anni tra La Baracca - Testoni Ragazzi e la Coop. Soc. Arca di Noè, i bambini e genitori del Progetto SPRAR di Bologna hanno frequentato i laboratori e assistito agli spettacoli al Teatro Testoni Ragazzi. Questo appuntamento, che si replica per il terzo anno consecutivo, vuole essere un’occasione d’incontro, per conoscere famiglie che vivono la città e uno spazio (fisico e sociale) che spesso resta fuori dallo sguardo. Un’occasione per affermare ancora una volta il diritto di tutte le bambine e i bambini ad accedere a esperienze culturali di qualità, pensate appositamente per loro.

 

 

Pubblicato in Emilia-Romagna

Sanzioni alle imprese che delocalizzano, slittamento della scadenza dello spesometro, no allo split payment per i professionisti e stretta sulla pubblicità per il gioco d'azzardo. Sono i punti centrali della bozza del decreto dignità che sarà all'esame del Consiglio dei ministri di stasera che dovrebbe essere convocato intorno alle 19. La sanzione per chi delocalizza è prevista per chi lascia il paese entro 5 anni e per una somma che va da 2 a 4 volte gli aiuti ricevuti. Le imprese italiane ed estere, si legge nel testo del provvedimento, "operanti nel territorio nazionale che abbiano beneficiato di un aiuto di Stato che prevede l'effettuazione di investimenti produttivi ai fini dell'attribuzione del beneficio decadono dal beneficio medesimo qualora l'attivita' economica interessata dallo stesso ovvero un'attivita' analoga o una loro parte venga delocalizzata in altro Stato entro cinque anni dalla data di conclusione dell'iniziativa agevolata. In caso di decadenza si applica anche una sanzione amministrativa pecuniaria consistente nel pagamento di una somma in misura da due a quattro volte l'importo dell'aiuto fruito".

"E' ora di finirla con la retorica del buon selvaggio che autorizza un atteggiamento tollerante nei confronti di chi entra in Italia solo per commettere reati, senza aver alcun rispetto delle regola". Lo afferma Edmondo Cirielli, Questore della Camera dei Deputati e presidente della direzione nazionale di Fratelli di Italia, commentando l'arresto a Salerno di un 29enne nigeriano, richiedente asilo e con precedenti penali, dopo l'aggressione a un commerciante in via Wenner. "Non possiamo accogliere delinquenti stranieri. E finiamola con la storia della fuga dalla guerra. Gli immigrati che commettono reati sono solo dei delinquenti. E non scappano da nessuno conflitto. Ma se anche fosse, per noi sarebbero disertori e non migranti", conclude Cirielli.

Gli altri capitoli del decreto dignita' incidono sul lavoro a tempo determinato, sulla tutela dei lavoratori delle imprese che hanno ottenuto aiuti, sul divieto di pubblicita' per scommesse e giochi con premi in denaro. La scadenza dello spesometro slitta al 28 febbraio 2019, rispetto al 30 settembre previsto.

Il redditometro, invece, non viene abolito ma subisce una revisione. Sara' il Mef a individuare per decreto "gli elementi indicativi di capacita' contributiva dopo aver sentito l'Istat e le associazioni maggiormente rappresentative dei consumatori per gli aspetti riguardanti la metodica di ricostruzione induttiva del reddito complessivo in base alla capacita' di spesa ed alla propensione al risparmio dei contribuenti".

Infine, viene confermato allo 0,5% l'aumento del contributo addizionale a carico del datore di lavoro nel caso di rinnovo di contratti a tempo determinato, anche in somministrazione. Il contributo e' destinato a finanziare la Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l'Impiego (NASpI), ossia l'indennita' mensile di disoccupazione che ha la funzione di fornire una tutela di sostegno al reddito ai lavoratori con rapporto di lavoro subordinato che abbiano perduto involontariamente la propria occupazione.

Azzardo, contratti e lavoro

Contratti - Il termine del contratto a tempo determinato, con il consenso del lavoratore, solo quando la durata iniziale dello stesso sia inferiore a trentasei mesi, non potra' essere comunque prorogato piu' di quattro volte nell'arco dei trentasei mesi, a prescindere dal numero di contratti. Dovesse superare tale limite il contratto si trasformera' a tempo indeterminato.

Tutela lavoratori di imprese che hanno avuto aiuti - La disposizione e' diretta a preservare il mantenimento dei livelli occupazionali presso le imprese che abbiano beneficiato di aiuti di Stato. A tal fine, e' previsto un obbligo di mantenimento del personale impiegato presso l'unita' produttiva agevolata ovvero degli addetti all'attivita' economica interessata dalle agevolazioni per un periodo, decorrente dalla data di ultimazione dell'iniziativa, pari ad almeno dieci anni. La violazione del predetto obbligo e' sanzionata con la revoca, totale o parziale, dei benefici concessi.

Stop pubblicità Gioco d'azzardo, salva Lotteria - Divieto di qualsiasi forma di pubblicita' relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro, comunque effettuata e su qualunque mezzo, incluse le manifestazioni sportive, culturali o artistiche, le trasmissioni televisive o radiofoniche, la stampa quotidiana e periodica, le pubblicazioni in genere, le affissioni ed internet. Il divieto si applica anche alle sponsorizzazioni e a tutte le forme di comunicazione di contenuto promozionale non annoverabili fra i consueti messaggi di pubblicita' tabellare e comprende le citazioni visive ed acustiche e la sovraimpressione del nome, marchio, simboli, attivita' o prodotti che promuove il gioco d'azzardo o la scommessa. Sono escluse dal divieto le lotterie nazionali a estrazione differita e i loghi sul gioco sicuro e responsabile dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli. 

 (Fonte: Redattore Sociale/Dire)

Pubblicato in Economia sociale

Kimap è il primo navigatore destinato ai soggetti con disabilità motoria sviluppato in Europa e liberamente scaricabile dagli store Android e iOS. Il navigatore, frutto di ricerca e sviluppo made in Italy, è dotato di un’intelligenza artificiale in grado di imparare dagli utenti ed aggiornare i dati sull’accessibilità dei percorsi avvalendosi di algoritmi appositamente sviluppati e brevettati. Il navigatore aggiorna i propri percorsi in modo automatico sulla base dei dati e delle rilevazioni che gli stessi utenti rilasciano percorrendo strade e marciapiedi e segnalando la presenza di nuovi ostacoli lungo i percorsi.

La cooperativa sociale Koinè ha deciso di sostenere questo progetto attraverso le strutture e i servizi che gestisce in provincia di Arezzo. Gli ospiti saranno protagonisti di un “lavoro” di mappatura dell’accessibilità delle proprie città e dei propri territori che svolgeranno durante le uscite che caratterizzano le attività dei servizi gestiti da Koinè.

La mappatura dei percorsi, che genererà nuovi dati di navigazione, è realizzabile tramite il mappatore Kimap Pro che rileva in modo automatico la qualità del terreno percorso da un disabile in sedia a rotelle. Per poter mappare è sufficiente uno smartphone e, una volta avviata la mappatura, sarà possibile georeferenziare ostacoli ed impedimenti alla mobilità ed al tempo stesso segnalare punti di interesse utili per la costruzione di itinerari turistici. Con Kimap Pro la mappatura è un’attività semplice e in gran parte automatica che necessita soltanto di uno smartphone, fissato sulla sedia a rotelle per registrare correttamente lo stato delle strade percorse. 

Kimap è stato presentato stamani in piazza Grande da Armando Dei e Francesco Acciai di Kinoa, la startup innovativa fondata nel 2016 a Firenze e che ha brevettato la tecnologia dietro al navigatore. Con loro Grazia Faltoni, Presidente di Koinè, la cooperativa sociale che sta sostenendo lo sviluppo di questo strumento attraverso le sue strutture e i suoi servizi dedicati ai disabili.

“Kimap coniuga innovazione tecnologica e innovazione sociale. Nel nostro dispositivo di navigazione e di mappatura di percorsi e strade accessibili, i disabili non sono dei semplici utenti, ma dei soggetti attivi che rendono possibile la raccolta e la condivisione di informazioni affidabili ed aggiornate sull’accessibilità - sottolineano Armando Dei e Francesco Acciai di Kinoa. Per questo la crescita della base degli utilizzatori di Kimap è l’obiettivo strategico principale di Kinoa, la condizione necessaria per realizzare uno strumento efficace per la mobilità dei disabili. Siamo lieti ed onorati di avviare questa collaborazione con Koinè, soggetto estremamente attivo nel mondo dei servizi ai disabili del territorio aretino.

"Kimap è uno strumento in sintonia con la nostra visione della disabilità - commenta la Presidente di Koinè, Grazia Faltoni. I nostri servizi sono centrati sulle attività che vedono protagonisti i nostri ospiti. Da quelle motorie a quelle artistiche. Fare è importante come lo è viaggiare, potersi muovere all'interno delle città. Kimap è uno strumento fondamentale e lo è ancora di più con la sua connotazione "partecipativa": la comunità dei disabili può migliorare, direttamente e in prima persona, questo suo strumento".

 

 

Pubblicato in Diritti&Inclusione

Riceviamo e pubblichiamo il secondo racconto di Franco Mirabelli, vicepresidente dei Senatori Pd, sul suo viaggio nelle periferie di Milano

 

La seconda visita nei quartieri popolari milanesi l’ho fatta venerdì mattina in via Salomone 40, un casermone di Edilizia Residenziale Pubblica in cui vivono un migliaio di persone, assurto agli onori delle cronache perché Papa Francesco ha scelto di essere lì durante la sua ultima visita milanese a testimoniare l’impegno della Chiesa per migliorare la vita delle periferie urbane. Era diversi anni che non ci andavo.

L’ultima volta era stata presentata la proposta di abbattere l’intero quartiere, allora considerato irrecuperabile, spostando i residenti in un quartiere nuovo che avrebbe dovuto essere costruito lì vicino.  Mi portarono in diversi appartamenti in cui signore anziane, spesso sole, volevano spiegarmi con quanta cura erano stati tenuti da chi vi abitava, quanti lavori e migliorie avevano fatto e, soprattutto, raccontarmi che abbandonare i luoghi della vita delle loro famiglie e dei loro ricordi sarebbe stato un sacrificio.

Il progetto di sostituzione non andò in porto e Aler intervenne per rimuovere l’amianto e rifare gli impianti di riscaldamento collegandoli ad una nuova centrale termica. Per il resto i problemi strutturali sono ancora tutti lì: le infiltrazioni richiedono il rifacimento del tetto e del cappotto che mi dicono essere in programma, progettato e finanziato ma l’inizio lavori viene continuamente rinviato. Ma basta andare in via Salomone per capire che il problema non è solo quello strutturale ma di un degrado più complessivo che continua ad essere presente nonostante le parole spese da Aler in occasione della visita del Pontefice.

La maggioranza delle parti comuni sono devastate, piene di masserizie, i vetri rotti come lo sono spesso quelli dei portoni, le cantine zone franche, in gran parte accessibili a tutti. Tutto ciò dà il senso di un quartiere abbandonato, dove nessuno si occupa di riparare i vetri rotti, chiudere le cantine, pulire i muri o i citofoni. Certo se chi abita lì si sente insicuro succede soprattutto per questo, perché quando sembra di vivere in una terra di nessuno le persone hanno più paura, si sentono sole, soprattutto gli anziani, di fronte al degrado.

Contribuisce anche, come ci hanno raccontato, la presenza di tanti abusivi ma anche di tanti appartamenti vuoti sigillati dai lastroni che non vengono assegnati perché mancano i pochi soldi necessari per metterli a norma e non si vuole che li anticipino i nuovi assegnatari. In questo contesto è troppo facile indicare nei rom o negli immigrati il capro espiatorio. In realtà continua ad esserci una enorme responsabilità di Aler, ricordo da sempre governata dalla Lega, che ha abbandonato il presidio che lì era stato realizzato, non ha nessuna intenzione di mettere un custode che aiuterebbe tanto a segnalare le cose rotte, vandalizzate e a ripararle.

È Aler che deve combattere il degrado e non lo fa. Anche in questo quadro desolante, fortunatamente ci sono due presidi sociali ma anche di legalità importanti. Uno è rappresentato dall’iniziativa dei custodi sociali promossa dal Comune di Milano e l’altro dal centro della Caritas Ambrosiana che abbiamo visitato e dove ci hanno raccontato quanto bisogno abbiano gli anziani, non solo di occasioni di socializzazione, che comunque si cerca di creare, ma di piccoli aiuti, usare il computer, compilare moduli ecc., soprattutto, e questo è il paradosso, per poter ottenere da Aler interventi nel momento in cui hanno bisogno.

Anche questa seconda visita conferma che il disagio delle periferie è legato soprattutto a una cattiva gestione, all’incuria e alla sensazione di solitudine in cui vivono tanti anziani. La risposta non può essere quella, come è successo in via Salomone, di piantare alberi in mezzo a un campo di calcio per impedire le partite tra squadre di stranieri, ma si deve combattere il degrado e l’illegalità e costruire convivenza non lasciando nessuno da solo.

 Franco Mirabelli, senatore della Repubblica

Pubblicato in Lombardia

“Lavoro che passione, un’occasione per riattivarmi” è un progetto finanziato dalla Fondazione Comunitaria del Varesotto e realizzato dalla Cooperativa Totem per promuovere l’inserimento lavorativo dei giovani – residenti nel territorio di Varese – che non studiano né lavorano (i cosiddetti NEET), utilizzando un approccio innovativo che integra aspetti afferenti a diversi ambiti. In questo articolo, grazie ad un’intervista al referente dell’iniziativa Massimo Lazzaroni, la presentazione del progetto.

Neet, un fenomeno in crescita e corrosivo

I giovani usciti dal sistema formativo senza ancora aver trovato pieno accesso nel mondo del lavoro, noti come NEET (Not in Education, Employment or Training), sono frequentemente oggetto di attenzione scientifica e pubblica e, nel corso degli ultimi anni, hanno stimolato una serie diffusa di progetti di studio, di analisi e di intervento sia da parte dell’attore pubblico sia di altri soggetti. Il fenomeno ha infatti dimensioni consistenti in tutto il territorio europeo. L’Italia, in particolare, fa registrare un numero record di NEET: secondo l’ultimo Rapporto Istat i giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione sarebbero 2,2 milioni, cioè il 24,3% (la media europea è invece pari al 14,2%).

È importante sottolineare l’aspetto corrosivo di questa situazione: la mancanza di reddito e di prospettive di vita si associa alla procrastinazione di scelte di autonomia, di formazione di una famiglia, di partecipazione civica, di impegno democratico, insomma di piena cittadinanza. I costi complessivi dello spreco di potenziale giovanile hanno delle conseguenze personali, sociali ed economiche. L’inoccupazione, infatti, comporta isolamento, insicurezza e rischi di varia natura: tutti esiti che implicano spese aggiuntive in ambito sociale.

“Lavoro che passione, un’occasione per riattivarmi”, un progetto innovativo e integrato

In risposta alla problematica sopra illustrata, numerosi attori – anche a livello locale – si stanno attrezzando per fornire soluzioni di diversa natura. Un recente esempio è fornito dal progetto – nato in provincia di Varese – “Lavoro che passione, un’occasione per riattivarmi” (cui è possibile aderire gratuitamente contattando la Cooperativa Totem), il quale prevede per i ragazzi non ancora inseriti nel mondo del lavoro un ciclo semestrale di seminari settimanali condotti da educatori professionali e da figure chiave delle aziende del tessuto economico varesino.

Lo scopo di questi momenti di formazione – come spiegato da Massimo Lazzaroni, responsabile dell’iniziativa – è quello di riflettere sulle aspettative e sui punti di forza dei ragazzi e fornire loro una preparazione che gli consenta di muovere i primi passi nel mondo del lavoro. La risposta innovativa fornita dalla Cooperativa Totem, che affianca l’attività di orientamento svolta dai Centri per l’impiego attivi nel territorio, si propone di mettere “al centro” la persona, partendo dall’assunto che ogni individuo possiede la capacità di auto-comprendersi, migliorare e trovare soluzioni.

Dal punto di vista logistico e finanziario, lo spazio di lavoro è stato allestito all’interno dei locali messi a disposizione dell’Amministrazione comunale locale. Il progetto è inoltre finanziato dalla Fondazione Comunitaria del Varesotto, una onlus attiva nel rafforzare i legami solidaristici e la responsabilità sociale all’interno del territorio che, attraverso il bando “Assistenza sociale”, nel 2018 ha stanziato 700.000 euro per sostenere progetti di utilità sociale nel territorio di Varese.

Qualche considerazione sul progetto

“Lavoro che passione, un’occasione per riattivarmi” è un interessante progetto di risposta al disagio sociale giovanile che ha il pregio di renderne i destinatari direttamente protagonisti. Ad un problema centrale nello sviluppo socio-economico locale e nazionale – quale è il fenomeno dei NEET – è offerta una risposta integrata che pone in rete attori afferenti a settori educativi, aziendali e filantropici.

L’iniziativa, pienamente iscrivibile all’interno dell’orizzonte del “secondo welfare”, grazie al coinvolgimento di attori pubblici locali e del Terzo Settore cerca di generare nuove opportunità per il sistema territoriale, favorendone la crescita presente e futura.

 

 

Pubblicato in Lavoro

Dopo un intervento di emergenza di due mesi nella Provincia dell’Equatore in Repubblica Democratica del Congo (RDC), le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) hanno iniziato a passare il testimone della risposta contro l’Ebola al Ministero della Salute locale e ad altre organizzazioni non governative a Mbandaka, Bikoro, Itipo e Iboko. “L’epidemia di Ebola non è ancora ufficialmente finita ma siamo molto contenti dei progressi fatti” dichiara Henry Gray, coordinatore dell’emergenza per MSF nella Provincia dell’Equatore. “Dato il basso numero di casi e le crescenti competenze dello staff locale, il Ministero della Salute è nelle condizioni di finire il lavoro che abbiamo iniziato insieme.”

Nel corso dell’epidemia, dichiarata ufficialmente l’8 maggio, le équipe del Ministero della Salute congolese supportate da MSF a Bikoro, Itipo, Mbandaka e Iboko, hanno fornito assistenza a 38 pazienti confermati, di cui 24 sono sopravvissuti e sono tornati nelle loro case. Purtroppo 14 sono morti. Oltre 120 pazienti che presentavano sintomi compatibili con l’Ebola sono stati isolati e testati, e dopo essere risultati negativi al virus sono stati autorizzati a rientrare nelle loro case.

Il passaggio delle attività è iniziato con la chiusura del Centro di Transito per l’Ebola di MSF nell’Ospedale generale di Itipo, il 20 giugno. Tutti i nuovi casi sospetti nell’area vengono ora presi in carico dal vicino Centro di Trattamento gestito dall’organizzazione ALIMA, che sta portando avanti le attività di cliniche mobili e sorveglianza epidemiologica nelle aree colpite e assisterà il Ministero della Salute nel gestire una clinica per sopravvissuti all’Ebola. Il 25 giugno MSF ha poi affidato la gestione del Centro di Trattamento per l’Ebola presso l’ospedale generale di Bikoro allo staff del Ministero della Salute, che continuerà a isolare e testare i pazienti sospetti di aver contratto il virus. Anche tutte le attività di cliniche mobili, sorveglianza, promozione della salute, disinfezione e sepolture sicure a Bikoro sono state affidate al Ministero della Salute e ad altre organizzazioni non governative.

Un’équipe di MSF sta costruendo una piccola unità di isolamento nell’ospedale generale di Mbandaka. Una volta completata, qualunque nuovo caso sospetto verrà isolato e testato per il virus in questa nuova struttura. Il Centro di Trattamento di MSF da 40 posti letto alla periferia di Mbandaka sarà sterilizzato e smantellato a inizio luglio. Il Centro di Trattamento presso l’ospedale di Iboko sarà l’ultima struttura supportata da MSF ad essere consegnata al Ministero della Salute il 15 luglio. Nel frattempo, MSF continuerà le attività di cliniche mobili e sorveglianza e continuerà a supportare l’ospedale fornendo cure pediatriche e prevenzione e controllo delle infezioni all’interno della struttura.

Infine, poiché non sono stati individuati nuovi casi di Ebola dal 6 giugno, le équipe di MSF, insieme a équipe dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), hanno concluso la “vaccinazione ad anello” di tutti i contatti di pazienti Ebola confermati e dei contatti dei loro contatti, somministrando il vaccino rVSVDG-ZEBOV-GP, utilizzato nell’ambito di uno studio clinico. Allo stesso tempo, la vaccinazione degli operatori in prima linea nelle zone sanitarie di Bikoro e Iboko è stata completata da MSF il 23 giugno. Se non ci saranno nuovi casi di Ebola confermati, il follow-up degli ultimi operatori di prima linea vaccinati da MSF, e delle ultime attività di vaccinazione nella Provincia dell’Equatore, sarà completato il 14 luglio.

“Siamo incoraggiati dal fatto che ci sia stata una massiccia risposta internazionale a questa epidemia di Ebola, ma le persone in Repubblica Democratica del Congo sono molto più a rischio per la malaria, il morbillo, il colera o gli sfollamenti causati dalle violenze” prosegue Gray di MSF. “Oltre alle attività mediche che MSF già porta avanti insieme al Ministero della Salute in tutta la RDC, in questo momento MSF sta rispondendo a una nuova epidemia di colera a Mbuji Maji (Provincia del Kasai orientale) e sta valutando come rispondere al meglio alle conseguenze delle recenti violenze a Tshikula (Provincia del Kasai Centrale).”

Se non dovessero esserci nuovi casi confermati di Ebola, l’epidemia verrà ufficialmente dichiarata finita dalle autorità congolesi il 22 luglio,ovvero 42 giorni (due volte il periodo massimo di incubazione dell’Ebola) più uno dopo la sepoltura sicura dell’ultimo paziente confermato, deceduto al Centro di Trattamento per l’Ebola a Bikoro.

I numeri

In totale sono state vaccinate 3.199 persone contro l’Ebola con il vaccino rVSVDG-ZEBOV-GP da équipe di MSF, OMS e Ministero della Salute congolese, sotto l’Expanded Access Framework dell’OMS. Le équipe di MSF hanno vaccinato circa 1.673 persone nelle aree di Bikoro e Itipo, tra cui i contatti di pazienti Ebola confermati e i loro contatti, così come gli operatori in prima linea (personale sanitario, addetti alle sepolture, guaritori tradizionali e autisti di taxi su motociclette) considerati i più a rischio di contrarre il virus.

 

 

Pubblicato in Salute

Amnesty International ha denunciato oggi che la popolazione civile della provincia di Daraa sta andando incontro a morte e distruzione a causa della spietata campagna di attacchi indiscriminati lanciata dal governo siriano, nel corso della quale sono stati ripetutamente colpiti anche ospedali.  L'organizzazione per i diritti umani ha sollecitato il governo della Giordania ad aprire i suoi confini e a far entrare le persone in fuga dai bombardamenti, a cominciare dai malati e dai feriti. 

Secondo la Rete siriana per i diritti umani, dal 19 giugno sono oltre 198.000 i civili sfollati dalla zona di Daraa a seguito dell'escalation di attacchi da parte del governo siriano, con l'appoggio di quello russo, contro villaggi e città densamente popolati, nel tentativo di espellere i gruppi armati ribelli. Il 30 giugno e il 1° luglio la popolazione locale ha chiesto disperatamente protezione alla comunità internazionale dopo che, falliti i negoziati coi gruppi armati ribelli, gli attacchi del governo siriano sostenuti dai russi erano ripresi con rinnovata intensità. Secondo testimonianze raccolte da Amnesty International, il rischio di essere bombardati riguarda anche le persone che hanno lasciato le loro abitazioni dato che gli attacchi hanno iniziato a colpire le zone dove si sono diretti gli sfollati. 

"Gli abitanti di Daraa sono di fatto in trappola e molti degli sfollati vivono in tende sotto un sole cocente, con poco cibo, acqua e cure mediche disponibili e nel costante timore di essere colpiti. Il confine giordano è l'unica strada verso la salvezza", ha dichiarato Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International. "Tra gli altri orrori, abbiamo le prove che le forze governative siriane, sostenute dalla Russia, abbiano ripetutamente attaccato gli ospedali, soprattutto nelle zone dove erano presenti gli sfollati: una strategia attuata più volte durante il conflitto, in flagrante violazione del diritto internazionale e che ha causato sofferenze oltre ogni immaginazione", ha aggiunto Maalouf. 

"Ma non è troppo tardi per salvare vite umane. Stiamo sollecitando tutte le parti in conflitto ad aprire passaggi sicuri per i civili che vogliono fuggire dai combattimenti e chiedendo alla Giordania di accogliere tutti i civili in fuga dalla Siria meridionale. È inoltre fondamentale che le organizzazioni umanitarie possano entrare senza ostacoli a Daraa per portare gli aiuti indispensabili". 

Ospedali distrutti 
Operatori sanitari hanno raccontato ad Amnesty International che gli ospedali da campo di al-Harak, Busr al-Harir, Mseifra, Seida e al-Jiza sono stati tra i primi obiettivi degli attacchi governativi. Il numero delle persone sfollate sta facendo aumentare la pressione sui rimanenti ospedali che già si trovano a operare in condizioni disperate. 

Il 27 giugno Amnesty International ha parlato con un infermiere della città di Nawa, che ha raccontato come l'ospedale nel quale lavora stesse operando solo parzialmente a causa degli attacchi quotidiani e dell'alto numero di sfollati in arrivo: 

"Ora sono in ospedale ma non possiamo rimanere operativi a causa degli attacchi in corso. Non è un luogo sicuro per noi, dato che gli ospedali sono il primo bersaglio del governo". 

Un medico, sempre di Nawa, ha descritto come gli ostacoli all'arrivo degli aiuti abbia lasciato gli ospedali privi persino dei materiali di base: 

"Attualmente non sono disponibili molti materiali, come gli anestetici e le garze. Ci sono pochi materiali per fare interventi chirurgici e anche per praticare le anestesie locali. Gli aiuti ultimamente si sono fatti molto rari. Passano quattro-cinque mesi tra l'arrivo di un convoglio e l'altro". 

Un altro infermiere ha testimoniato l'attacco che il 27 giugno ha distrutto l'ospedale di al-Jiza, dove lavorava: 

"Dopo la preghiera di mezzogiorno, un pezzo d'artiglieria è caduto a 10-20 metri dall'ospedale. Poi ci hanno preso proprio di mira, danneggiando la sezione nord dell'ospedale. Abbiamo proseguito a lavorare, portando i feriti nel sottoscala e rifugiandosi nel reparto di radiologia. Dopo un po' l'intera zona intorno all'ospedale è stata bombardata e le mura della sezione nord sono crollate lasciandoci allo scoperto. Non abbiamo potuto fare altro che lasciare lì i pazienti e correre via". 

"Una pioggia di bombe" 

Amnesty International ha parlato con 10 persone che hanno descritto attacchi coi barili-bomba, con le bombe aeree e coi razzi. Un abitante di Mseifra, fuggito la notte del 29 giugno, ha raccontato: "Appena è stato annunciato l'accordo per il coprifuoco, io e la mia famiglia siamo fuggiti. Era troppo rischioso farlo con gli attacchi in corso. Ho saputo di alcune famiglie uccise da attacchi aerei mentre stavano scappando verso il confine giordano. Io ho preferito rimanere ma negli ultimi giorni gli attacchi erano veramente insopportabili. Sapendo cosa era successo nella Ghuta orientale, era chiaro che il governo non avrebbe spesso fino a quando non avrebbe assunto l'intero controllo di Daraa". 

Un altro abitante ha raccontato che il 27 giugno è stato costretto a fuggire due volte dato che il governo pareva prendere intenzionalmente di mira città e villaggi dove la popolazione si era rifugiata: "Con la mia famiglia mi sono fermato a Mseifra ma poi il governo ha iniziato a bombardare la città, che già ospitava migliaia di persone. Avevano già cominciato ad attaccare quattro giorni fa ma ieri è stato terribile e siamo dovuto scappare di nuovo. Era come una pioggia di bombe sulle nostre teste". 

Un giornalista che vive in Giordania ha raccontato ad Amnesty International il 26 giugno della fuga della sua 83enne madre e di suo fratello, con difficoltà d'apprendimento, dalla città di al-Harak: "Non hanno un posto dove andare, hanno tirato su una tenda in un campo. Mi sento impotente per non poterli aiutare. Il confine giordano è chiuso e non c'è modo di farli venire qui a vivere con me. Non hanno accesso ad alcun aiuto umanitario e fanno affidamento su quel po' di cibo che gli dà la gente. Fuori dalla tenda fa un caldo asfissiante". 

Raccomandazioni di Amnesty International 

Amnesty International sta sollecitando il governo siriano e quello russo a porre immediatamente fine a tutti gli attacchi contro i civili e le infrastrutture civili e agli attacchi indiscriminati e sproporzionati. In base al diritto internazionale, attacchi del genere costituiscono crimini di guerra. Amnesty sta chiedendo inoltre a tutte le parti in conflitto di aprire passaggi sicuri per i civili che vogliono fuggire dai combattimenti e di garantire che le organizzazioni umanitarie possano entrare senza ostacoli nella provincia di Daraa per portare gli aiuti indispensabili. 

Infine, Amnesty International sta chiedendo al governo della Giordania di accogliere tutti i civili in fuga dal conflitto e sta ulteriormente rinnovando l'appello alla comunità internazionale a fornire pieno e significativo appoggio alla Giordania e agli altri paesi della regione che ospitano grandi numeri di rifugiati fuggiti dalla Siria. 

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