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Sabato, 22 Settembre 2018

Meno del 18% dei terreni sottratti ai clan in Campania è effettivamente riutilizzato, oltre l'82% sono invece abbandonati o coltivati abusivamente da terzi senza titolo. D'altro canto, fino a dicembre 2017, oltre il 60% di questo patrimonio non era stato ancora destinato agli enti locali e risultava ancora in gestione da parte dell'Agenzia nazionale per i beni confiscati.

Sono alcuni dei dati restituiti dalla ricerca-azione RuSH/Rural Social Hub sul riutilizzo e mancato riutilizzo dei terreni confiscati e sulle realtà di agricoltura sociale in Campania, presentati questa mattina nell'ambito della terza edizione della "Festa nazionale dell'agricoltura sociale" alla "Tenuta della Mistica" a Roma.

Il progetto, promosso e sostenuto dall'Istituto di studi politici "S. Pio V" e dalla "Fondazione con il sud" e realizzato dal consorzio "Nco/Nuova cooperazione organizzata", ha permesso di definire un quadro sistemico di dati ed esperienze, che confluiranno nel 1° Atlante dei terreni confiscati e dell'agricoltura sociale in Campania, in corso di pubblicazione. Una mappatura analitica (realizzata dai ricercatori Tonino Pellegrino, Pasquale Gaudino e  Paola Perretta coordinati da Antonio Esposito) con la quale si prova a sistematizzare, a partire dalla localizzazione geografica (provinciale e comunale), un racconto esaustivo degli universi indagati, fornendone un'analisi non solo quantitativa ma anche qualitativa (e quindi narrativa), per raccontare l'operatività, le potenzialità e le difficoltà di ciascuna delle esperienze incontrate.  Secondo quanto riportato oggi all'incontro promosso dal "Forum nazionale di agricoltura sociale" e al quale sono intervenuti, tra gli altri, il prof.re  Giuseppe Acocella, coordinatore dell'OSLE-Osservatorio sulla legalità, Carlo Borgomeo presidente della Fondazione con il Sud, e il giornalista Toni Mira, a complicare il riutilizzo dei terreni confiscati concorrono diversi fattori, tra cui la mancanza di risorse economiche, lo stato in cui versano, la presenza di quote indivise, le difficoltà burocratico amministrative, l'ubicazione dei terreni posti in zone impervie e difficilmente raggiungibili o nelle vicinanze di aree utilizzate per la gestione dei rifiuti. Ma, si legge nella ricerca, sono pure «significativi in termini percentuali i casi di mancato riutilizzo determinatati dalla incapacità amministrativa a promuovere il riutilizzo di questo patrimonio, nonché, come verificato sul campo, finanche dalla mancata conoscenza da parte dei comuni della sussistenza dei beni, della loro ubicazione, addirittura della loro esistenza (in alcune paradossali circostanze i ricercatori che si erano recati presso alcune amministrazioni per ricevere informazioni, si sono trovati a fornire loro dati e indicazioni a assessori, consiglieri e tecnici comunali».

La superficie complessiva dei terreni riutilizzati è pari a circa 260 ettari, di cui circa 222 (l'85% ca.) per attività agricole e circa 38 ettari (il 15% ca.) per tutte le altre destinazioni. La maggior parte dei terreni confiscati riutilizzati si trova nella provincia di Caserta seguita da Napoli e Salerno, la prima finalità di riutilizzo è quella agricola ma con una percentuale inferiore al 60% dei casi. Rilevanti i dati dei terreni destinati ad aree verdi, parchi pubblici o aree mercatali (8%) e di quelli diventati isole ecologiche (4%).

Per quanto concerne l'agricoltura sociale, sono state individuate 50 realtà regionali di un settore che si sviluppa prevalentemente tra Napoli, Caserta e Salerno, con poche ma significative esperienze anche nel beneventano e nell'avellinese. Sono tutte attente ai temi ambientali e alla qualità delle produzioni, ma, smentendo una equivalenza che si dimostra fallace, non tutte realizzano coltivazioni biologiche (soprattutto certificate). Le diverse realtà produttive impiegano complessivamente oltre quattrocento persone, con 122 lavoratori c.d. "svantaggiati". Si registra una crescita costante del comparto con un fatturato complessivo che, nel 2015, ha superato i cinque milioni di euro (a fronte dei 2,5 milioni di euro del 2013).

«La mole di dati ed esperienze raccolte potrà essere utilizzata dai decisori pubblici per definire politiche e strategie per i diversi comparti» ha detto il coordinatore del progetto Antonio Esposito «Questa ricerca potrà essere una cassetta degli attrezzi per quanti già operano o vorranno impegnarsi in futuro in questi campi. Dati gli specifici settori di intervento dei beni confiscati e dell'agricoltura sociale, con questo lavoro, senza negarne difficoltà e criticità, si vogliono definire teorie e prassi di intervento che assumano come obiettivo la strenua lotta contro l'arbitrio e per la tutela e la piena realizzazione dello Stato di diritto». 

 

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