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Martedì, 16 Ottobre 2018

Il contrasto delle disuguaglianze, in forte crescita in tutti i paesi Occidentali, richiede sistematicità, completezza e tempestività nella misurazione dei fenomeni. In coerenza con il metodo promosso dall'Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, ciò è necessario per conoscere i fatti, fissare gli obiettivi dell'azione collettiva e delle politiche e quindi valutarne gli effetti, per poi correggerle.

Il seminario "I numeri e i luoghi delle disuguaglianze" ha mostrato che disponiamo già di numeri sufficienti per migliorare il nostro agire. Non ci sono alibi per stare fermi. Nell'azione nascerà la spinta per migliorare ancora quell'informazione, come è necessario che sia. Insomma: "conoscere per deliberare", ma anche deliberare per conoscere: è il messaggio della giornata. Va fatto con tempestività, perché la crescita delle disuguaglianze è grave e ingiusta, sta erodendo la coesione sociale e minaccia la democrazia.

La ricognizione del Seminario relativa all'Italia ha riguardato, in primo luogo, la disuguaglianza di ricchezza privata, quella che ha conosciuto la massima crescita negli anni recenti e che, assieme a quella relativa alla ricchezza comune, pesa su tutte le altre disuguaglianze. Sono quindi state analizzate le disuguaglianze economiche, sociali e, in relazione alla salute, anche ambientali che distinguono fra loro i territori: le aree rurali o interne da quelle urbane; le periferie dai centri delle città (talora una parte del centro dall'altra).

Per quanto riguarda la disuguaglianza di ricchezza privata, una nuova ricerca che utilizza dati fiscali mostra che la quota di ricchezza netta personale detenuta dal percentile più ricco della popolazione adulta (top 1%) è cresciuta in Italia da circa il 16% nel 1995 al oltre il 25% nel 2014. Straordinario appare, a partire dal 2008 (sempre fino al 2014), l'aumento di concentrazione di ricchezza dei 5000 individui più ricchi: da circa il 2% a circa il 10% della ricchezza privata del paese. Una quota doppia, oggi, di quella (circa 5%) posseduta dalla metà più povera della popolazione. Anche in questo caso risalta lo svantaggio delle donne: in media la loro ricchezza è inferiore del 25% a quella degli uomini.

La concentrazione della ricchezza privata ha sempre molteplici cause: alcune connesse a capacità imprenditoriali o propensioni al risparmio, quando esse sono davvero libere di manifestarsi (non dimentichiamo questo "dettaglio"); altre connesse al contesto famigliare e territoriale di nascita, che pesa sulla ricchezza stessa, sul potere e sulle conoscenze. In questa seconda categoria, domina la persistenza delle condizioni di partenza, non giustificabile da argomentazioni relative alla produttività o all'utilità sociale. Svolgono qui un ruolo assai rilevante le eredità ricevute in vita: il fatto di riceverne o no (il 60% circa della popolazione non ne riceve affatto) e la loro entità. Uno studio presentato mostra che chi eredita ha una probabilità assai superiore agli altri di appartenere alle fasce massime di ricchezza. Questa persistenza nella distribuzione della ricchezza, indipendente dalle "tue" capacità e dal "tuo" impegno, fa sì che circa la metà della distanza di ricchezza fra due persone permarrà fra i loro figli, indipendentemente, si intende, dalle loro capacità. E fa sì che al vertice della scala della ricchezza si stia rafforzando un gruppo chiuso di famiglie, con una chiara deriva oligarchica simile a quella del capitalismo di inizio '900, o "capitalismo patrimoniale", come lo definisce Piketty.

Disponiamo quindi di molti elementi per avviare nuove politiche, che riducano quella persistenza e accrescano la mobilità intergenerazionale dei redditi, oggi assai bassa in Italia. Risulta inoltre evidente che le misure della disuguaglianza di ricchezza privata sono molto influenzate dai dati utilizzati: è quindi fondamentale arricchire le fonti, integrando i dati già raccolti con le indagini campionarie. Una cosa però è certa ed è stata sottolineata nell'incontro, anticipando una stima che sarà pubblicata nel prossimo numero del Menabò di Etica ed Economia: la cosiddetta semplificazione e riduzione delle aliquote fiscali per le persone oggi prefigurata accrescerà le disuguaglianze nella distribuzione del reddito, beneficiando circa 2 milioni di famiglie più ricche.

La seconda e la terza sessione si sono concentrate sulla dimensione territoriale delle disuguaglianze. Per le disuguaglianze territoriali fra aree interne e resto del paese, è stata presentata la base sistematica di informazioni costruita dalla Strategia nazionale aree interne (http://www.agenziacoesione.gov.it/it/arint/OpenAreeInterne/index.html#accept) che mira all'arresto del declino demografico attraverso una scossa alla fiducia e alla capacità innovativa delle comunità e alla capacità tecnica di Comuni alleati fra loro in "sistemi permanenti". La stessa definizione di aree interne è centrata sul tema delle disuguaglianze: anziché la tradizionale definizione di "aree rurali", fondata su densità e concentrazione della popolazione, si è adottato un criterio di distanza nell'accesso ai servizi essenziali; e la scelta delle 72 aree-progetto oggetto di intervento (1/5 del territorio nazionale, circa 2 milioni di residenti) è avvenuta sulla base di un confronto pubblico che ha utilizzato dati quantitativi e qualitativi. E' un caso in cui la scelta di lanciare una politica ha indotto a costruire dati: prima per definire le stesse aree, poi per misurare, area-progetto per area-progetto, la qualità dei servizi essenziali attraverso appropriati indicatori.

Diverso è il quadro informativo disponibile per le disuguaglianze infra-urbane. Pesa qui l'assenza di una piattaforma nazionale di politica urbana, già auspicata dall'ASviS. Tale piattaforma potrebbe dare sistematicità a una notevole mole informativa prodotta da singole città e per singoli settori e a cui hanno dato un contributo significativo l'Istat con il Rapporto su "Sicurezza e Stato di Degrado delle città e delle loro periferie" e il Nucleo di Valutazione del Dipartimento per le Politiche di Coesione con la costruzione di una serie di "Poverty maps".

 

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