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Sabato, 22 Settembre 2018

Questo articolo ha come argomento il senso di responsabilità nel la­voro di cura. Si tratta di un tema delicato e per certi aspetti un po’ scomodo ma certamente interessante che, se ci diamo la possibilità di pensarlo, può offrire spunti di riflessione e consapevolezza inaspettati. Cominciamo con alcune considerazioni.  Cosa significa la parola responsabilità? E soprattutto cosa significa questa parola all’interno di una relazione professionale d’aiuto? Di cosa sono o divento dunque responsabile nei confronti di qualcun altro?

Agli albori dell’antica Grecia, a svolgere la funzione di medicamento non erano sostanze ma persone. Prima ancora del pharmakon, il cui doppio significato greco è medicamento o veleno, esisteva il pharmakos, una per­sona in carne ed ossa. I pharmakoi erano esseri umani con un ruolo sal­vifico e taumaturgico e sebbene all’inizio godessero di notevoli privilegi, divenivano ad un certo punto i capri espiatori dell’intera comunità. Perciò, dopo aver passato un periodo di onori e riconoscimenti erano spogliati di tutto e portati in processione per le strade della polis. Ogni ateniese doveva avere la possibilità di colpirli per scaricare su di loro il proprio male interno. Al termine del rituale i poveri pharmakoi – ormai ridotti a conte­nitori esterni di tutta l’angoscia della comunità – erano condotti fuori dai confini della città, bruciati vivi e le loro ceneri disperse nel vento.

Pensando a questa storia greca, l’epilogo carbonizzato dei pharmakoi, evoca il noto termine moderno “burn-out” che come sappiamo, indi­ca la malattia da “bruciatura professionale” tipica delle attività tera­peutico-assistenziali e delle relazioni d’aiuto in senso lato. Coloro che svolgono un lavoro di cura, sia che sentano troppo la responsabilità fino ad assumere su di sé quella delle persone di cui si occupano, sia che non tengano conto di alcuni elementi tutelanti la relazione di cui loro stessi sono responsabili, rischiano la fine dei pharmakoi.

Responsabilità deriva dal termine latino respònsus, che significa impe­gnarsi a rispondere a qualcuno e a sé stessi delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano. L’argomento non viene qui trattato in termini giuridico-legali, ma fa riferimento ad un altro tipo di risposta, relativa al senso di responsabilità vissuto dal professionista nei confron­ti della persona di cui si prende cura. Questa visione ci porta inevita­bilmente in un territorio più personale e coinvolgente, perché in que­sto caso sentirsi responsabili non dipende tanto da leggi o regolamenti generali, quanto da rappresentazioni mentali e affetti personali spesso complessi. Obbedire a un codice etico, deontologico, di comportamen­to o in termini più generali a una “legge delle sanzioni”, non coincide ne­cessariamente col credere in quello che si fa e pur essendo socialmente utili non svolgono in sé una funzione responsabilizzante. È risaputo in­fatti che la capacità di una persona di esprimere dedizione, correttezza, onestà e senso di responsabilità non deriva dal fatto che questa sia obbligata da qualche codice normativo ad esprimere tali virtù.

Il senso di responsabilità è frutto di una maturazione emotiva

È stato Piaget a mostrarci come nel bambino questo aspetto si sviluppi da prime forme rudimentali nelle quali egli non è ancora in grado di va­lutare un’azione sulla base dell’intenzione che l’ha promossa, ma unica­mente sulle conseguenze che ha prodotto. Solo gradualmente approda ad una percezione interna per cui, il vissuto di colpa che arriva a sentire, non è più soltanto paura di una ritorsione o punizione che giunge dall’e­sterno, ma soprattutto uno stato interno di dispiacere che si configura come pensiero morale. Ad esempio, non si rubano i soldi dalla borsetta della mamma, non solo perché in questo modo si rischia un castigo, ma soprattutto perché rubare è di per sé sbagliato e non lo si deve fare.

Anche la psicoanalisi ha studiato i rapporti emotivamente significativi tra il senso di responsabilità e il vissuto della colpa. Escludendo quella patologica in connessione coi disturbi depressivi, esiste una colpa rite­nuta sana che fa riferimento ad una adeguata percezione di sé, dell’altro e delle relazioni interpersonali. È una colpa che possiamo definire ripar­tiva, che origina anch’essa oltre che dal timore di una punizione, prima di tutto dal dispiacere per il danno arrecato e dal desiderio di riparalo. Sentirsi responsabili significa perciò avere raggiunto una maturazione che ci fa appartenere al mondo delle persone considerate adulte.

Perché scegliamo di svolgere una professione di aiuto? Questa scel­ta ha radici emotive nella cosiddetta vocazione? È dunque la chiamata di una parte profonda di noi? Se vogliamo coraggiosamente e respon­sabilmente osservare gli eventi dal versante interno e soggettivo del professionista, dobbiamo riconoscere che quasi mai si arriva a questa scelta per contingenze fortuite, bensì per motivazioni sia consapevoli che inconsce. E queste ultime hanno una forza dinamica particolarmen­te intensa per cui, perfino i motivi della scelta professionale, rispondono a inclinazioni più o meno congeniali ai nostri bisogni.

Prendersi cura di qualcuno è un modo per prendersi cura delle nostre parti più fragili che, non a caso ritroviamo, riconosciamo o addirittura proiettiamo nelle persone di cui ci stiamo occupando. Aiutare gli altri diventa un po’ come aiutare sé stessi, perché in effetti nello svolge­re questo lavoro, c’è qualcosa che ci fa stare meglio, ci gratifica e ci soddisfa. Anche la nostra modalità di prenderci cura rispecchia mol­to spesso come noi stessi avremmo voluto che qualcuno, soprattutto nell’infanzia, si fosse preso cura di noi o di come le nostre parti deboli e ferite, fossero state curate. Per altri invece, dedicarsi al prossimo po­trebbe implicare la sensazione, probabilmente lontana nel tempo, di una sorta di dispiacere o manchevolezza di qualcosa o verso qualcuno, con la possibilità in questo modo di poterla riparare. Infine, il lavoro di cura permette di trasformare positivamente ed esprimere in modo costruttivo e altruistico le normali e innate spinte più aggressive della nostra personalità. Questi aspetti sono importanti perché ci apparten­gono e come tali vanno gestiti in modo consapevole; gli altri non sono oggetto come invece spesso accade, di soddisfazione ai nostri bisogni e desideri. Non si esclude nemmeno la possibilità che il ruolo di aiuto possa rivestire un’attrattiva non solo per la funzione di servizio e soste­gno alla persona, ma anche per la dinamica di potere sull’altro che può essere ad esso sottesa.

Certamente ci sono altre motivazioni, come il piacere di sentirsi dav­vero utili o la gioia che può dare un contatto umano emotivamente profondo e significativo, questo perché tra i bisogni primari dell’uo­mo rimane sempre quello del legame, della relazione e del prendersi cura della propria specie.

La responsabilità della nostra condotta comincia col fornire un quadro di riferimento chiaro e coerente

Svolgere un lavoro di cura all’interno di centri e strut­ture, ma anche di tipo educativo nelle scuole è come trovarsi in una giungla emotiva. Avere chiare regole di condotta che fungono da cornice al nostro lavo­ro, oltre ad essere aspetti fondanti la professione, permettono di mantenere un buon equilibrio tra le parti e una giusta distanza emotiva. Noi stessi, a tutti i livelli della gerarchia, siamo custodi e responsa­bili di questa cornice e delle sue regole le quali nella loro applicazione, rappresentano una sfida al nostro rigore, professionalità e capacità di contenimento.

Può succedere che diventiamo permissivi e conce­diamo il famoso “strappo alla regola”, perché uma­namente proviamo dispiacere per la condizione altrui, ma ciò comporta il rischio di non riuscire più a ge­stire le probabili ulteriori richieste e di aver creato un precedente. Forse attenerci a una regola, ci fa senti­re quelli “cattivi” o ritenuti tali e temiamo di non riu­scire a sopportare l’aggressività di persone ammalate o con deficit (e loro familiari) sulle quali in qualche modo si impongono delle regole, cioè dei limiti. Ma l’aggressività è una dimensione umana e anche una persona che soffre o che sta morendo ha sentimenti di ostilità perché è arrabbiata, perché pensa che noi siamo in salute e vivremo mentre lei morirà.

Così per un anziano che vive in struttura e ci vede rientrare a casa dopo il turno lavorativo, oppure per una perso­na diversamente abile che seppur dotata di qualità, riconosce le difficoltà della sua condizione rispetto la nostra. Certamente in una relazione di aiuto ci sono aspetti positivi e gratificanti ma non dimentichiamo l’altro lato della medaglia, e talvolta è necessario ac­cettare che queste persone possano arrabbiarsi con noi, anche per i più svariati motivi. Sappiamo però che sotto la rabbia ciò che si cela è il dolore.

Le regole se trasmesse e motivate in modo partecipa­to e accogliente oltre a generare rispetto e conside­razione al nostro lavoro, costituiscono un considere­vole fattore terapeutico perché forniscono un ritmo e questo è regolativo per l’ansia. I bambini che seguono le routine, gli anziani e le persone angosciate hanno bisogno di ritmo, perché il ritmo ci struttura e ci rego­larizza. In un ambiente organizzato le persone sanno cosa aspettarsi e i limiti tranquillizzano e contengono le parti emotive in causa, oltre a creare comuni esperien­ze quotidiane. Un operare fatto di chiarezza nei con­tenuti e nelle finalità, di coerenza negli accordi presi, diventa un contenitore sia concreto che simbolico nel quale predisporre il nostro intervento, rappresentante non solo di un’organizzazione e un ordine formale ma anche di un assetto mentale di chi ci lavora.

La relazione di cura professionale non è un rapporto di tipo amicale e si ritiene appropriato utilizzare il pro­nome personale “lei” per rivolgersi a chiunque abbia raggiunto la maggiore età. Certamente l’utilizzo del “tu” può risultare cosa gradita, spesso viene anche richie­sto, ma comporta dei rischi. Può succedere che da una iniziale confidenza ci ritroviamo coinvolti in un rappor­to che diventa per noi complesso da gestire, perden­do la possibilità di sentirci liberi nello svolgere il nostro compito. È possibile dare del “lei” anche in modo calo­roso e partecipato, tenendoci caro quel margine che ci permette di gestire la relazione nel modo più adegua­to e funzionale possibile. Astenersi dai giudizi, essere neutrali ed equidistanti relativamente a tutte le parti in causa e riservati rispetto alla vita privata non sono da intendersi come atteggiamenti di non partecipa­zione, ma espressioni dell’opportuna riservatezza di sé, nel fare spazio all’altro.

La relazione di cura è un rapporto di tipo asimmetrico

Questa prospettiva relazionale mette le persone su piani diversi, in ruoli distinti e non confondibili in quanto, l’asimmetria della posizione curante/cura­to è un fatto strutturale in questo tipo di rapporto, così come i livelli di responsabilità non sono compa­rabili. L’asimmetria però non è un legame di potere che ne costituisce l’aspetto perverso, ma una cono­scenza usata al servizio della comprensione e del­la crescita. È la capacità di inchinarsi sull’altro, di avvicinare il dolore con pazienza, coraggio e tatto per non infliggere ulteriori ferite a chi ha già una pelle psichica ferita ed estremamente vulnerabile. Ci posiziona inoltre ad una certa distanza, indispen­sabile per una visione d’insieme che diversamente non sarebbe possibile.

La responsabilità di riconoscere i propri limiti

Se concepiamo la funzione di aiuto fondata sul ri­spondere in modo sano cioè veritiero alle aspettati­ve, desideri e bisogni che utenti e familiari esprimo­no in forma spesso irrealistica, riusciamo compren­dere questa affermazione. Non possiamo essere responsabili di tutto e la nostra reale efficacia sta nel riconoscere i limiti del nostro agire e del nostro sapere. Innanzitutto perché le persone di cui ci occupiamo rimangono responsabili di come hanno fronteggiato le situa­zioni traumatiche della loro vita e di come stanno continuando a farlo nel modo che ritengono più opportuno, ma anche perché questo modo onesto di porsi, aiuta l’altro a elaborare ed accettare a sua volta i limiti della propria condizione, aprendo di conseguenza uno spazio, per gestire in modo più creativo e realistico la propria situazione. Se toglia­mo coloro di cui ci occupiamo da una posizione passiva e infantile di persona meramente assisti­ta da noi così detti “esperti”, ci rendiamo conto che loro stessi hanno le idee molto più chiare sul dramma che stanno vivendo e sulle risorse a loro disposizione.

L’enfasi sulla natura relazionale della professione di aiuto ha contribuito a una considerazione più onesta e profonda sul vissuto emotivo del profes­sionista; per questo la responsabilità l’abbiamo anche sull’impegno a una riflessione, un dialogo ininterrotto su ciò che siamo e sui modi e valori che orientano il nostro agire. E proprio perché l’esito della nostra condotta scaturisce da una compren­sione di noi e del nostro operare, il contributo del professionista ha inizio sempre dalla qualità della sua presenza. Siamo uno strumento e lavorando con la nostra soggettività, abbiamo prima di tutto la responsabilità di un uso corretto di noi nella re­lazione e di una giusta manutenzione al di fuori di essa, nell’impegno per esempio in attività di lettu­ra, formazione e supervisione.

L’accoglienza, il rispetto per le fragilità e il dolo­re legato alla percezione di un mondo andato in frantumi, sono fondamentali per ottenere fiducia e costruire una relazione. È incredibile riconoscere fino a che punto il lavoro di aiuto possa implicare livelli primitivi di sofferenza, di cui probabilmente nessuno ci aveva avvertito quando abbiamo scelto di intraprendere questa professione. Però è altret­tanto vero che questi vissuti se riconosciuti, accolti e integrati sono potenzialmente di enorme valore conoscitivo altrui e maturativo di sé. L’onere del professionista è quello di una tenuta salda, soprattutto nei momenti duri e penosi, così come di saper reggere l’incertezza, l’ignoto e le possibili incomprensioni nell’approcciarsi ad una esistenza che ha perso l’orientamento. L’impegno è di sostenere comunque il divenire dell’altro, nel rispetto di ciò che può essere tollerato e compre­so relativamente i diversi livelli maturativi implicati. Anche l’uso di un linguaggio semplice e corretto, che non si faccia scudo di termini o concettualizza­zioni che intimidiscono e distanziano, favorisce la permeabilità di ciascuno.

Ma la misura della nostra parte accanto all’altro, in apparenza così facile a immaginarsi, è in realtà un delicato equilibrio fra astensione e intrusività. L’altro potrà affidarsi alla nostra cura solo quando avrà sperimentato la fiducia di una relazione che non sia coercitiva e alienante, una possibilità che nasce solo dal sentirsi capiti e accettati per come si è e per le proprie ragioni. In ciascuno di noi al­berga il bisogno di essere capito in qualcosa di profondo, nascosto, minuscolo ed essenziale, una necessità che ha a che fare con il sentimento stesso di esistenza. Ci sono realtà difficili che lasciano poco spazio alla speranza di un cambiamento, ma il tentativo è quello di recuperare una vivibilità della situa­zione di sofferenza e tenere viva una condizione esistenziale che vada oltre la mera sopravvivenza. Per fare questo è necessario mettersi in uno sta­to di ascolto, sia interno che esterno; ma tutto ciò non è immediato, serve molto allenamento perché all’interiorità non viene dato spazio né possibilità. Sembra mancare un vocabolario per il sentire, per la tridimensionalità del dentro, della profondità.

Oggi, il senso di responsabilità, sia individuale che collettivo, pare liquefarsi in uno scenario sociale che – sia implicitamente a volte esplicitamente – incoraggia l’evitare, il negare, il minimizzare e il delegare a vari livelli; l’irresponsabilità dilagante ha ormai la cadenza della normalità di massa. Anche relativamente all’accettazione di regole comuni e uguali per tutti in teoria siamo tutti d’accordo; ma quando queste ci toccano personalmente, le nostre aspettative sono sempre quelle di un trattamento personalizzato, che tenga conto dei nostri desideri e delle nostre necessità, come - sotto sotto - erava­mo abituati con i nostri genitori.

L’invito invece resta quello di adottare una di­mensione etica e coerente, di lavorare muoven­dosi secondo un’azione responsabile, rendendo più solido il nostro senso di responsabilità senza farlo diventare rigido, ricordando infine quanto segue: “Qualunque cosa noi facciamo dobbiamo poterla raccontare a un nostro collega o superiore; se facciamo qualcosa che sappiamo non potremmo raccontare a nessuno, è il momento di iniziare a preoccuparsi.”

Bibliografia

Bolognini, S. Lo zen e l’arte di non sapere cosa dire, Torino, Bollati Boringhieri, 2010

Cremerius, J. Attraverso che cosa agisce la psicoterapia, in “Quaderni ASP”, 1990, n. 1.

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Meneguz, G. Psicoanalisi ed etica. Appunti di critica storico-sociale, Torino, Bollati Boringhieri 2005

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Piaget, J. Il giudizio morale nel fanciullo, Firenze, Giunti Barbera 1993

 

(Da "I viaggi di Gulliver", periodico della coop sociale Gulliver di Modena)

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