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Domenica, 20 Maggio 2018

L’innovazione? Una mission per quarantenni (età media 43 anni), capaci di autofinanziare la propria startup (73%) e poco propensi a proteggere la propria invenzione con un brevetto. È questo in sintesi estrema il ritratto delle startup innovative made in Italy così come lo ha tracciato il ministero dello Sviluppo economico, in collaborazione con Istat, attraverso Startup Survey, la prima indagine sul mondo delle startup nella penisola.

A partire dal marzo 2016 è stato somministrato un questionario a tutte le startup innovative iscritte al registro delle imprese al 31 dicembre 2015. Delle 5.150 startup censite, hanno scelto di partecipare 2.250 imprese (44%). Attraverso 42 domande, l’indagine ha toccato 4 ambiti tematici: il capitale umano, l’accesso alla finanza, l’apertura al mercato e il punto di vista degli startupper sulle misure di agevolazione fornite dallo Stato. Le conclusioni di questo lavoro sono confluite in un ebook di 72 pagine.

Il primo punto, quello che riguarda l’identikit degli startupper italiani, smentisce alcuni luoghi comuni. I fondatori di gran parte delle imprese censite non sono nativi digitali alla prima esperienza professionale. Per l’82% dei casi uomini, hanno un’età media di 43 anni. Possiedono un titolo di studio pari o superiore alla laurea triennale nel 72,8% dei casi e dichiarano di conoscere almeno un’altra lingua oltre l’italiano (96%). Significativo anche il radicamento territoriale: per l’83% la regione sede della startup è la stessa nella quale sono state condotte le principali esperienze formative o lavorative.

Dal capitolo dedicato al finanziamento è emerso che momento della fondazione il 73,2% delle imprese ha fatto ricorso alle risorse dei soci fondatori e che tale fonte è ancora utilizzata da circa la metà delle startup anche al momento della rilevazione. Le donazioni di amici e parenti, invece, sembrano avere un ruolo marginale. Solo il 3% delle imprese è stato avviato grazie a finanziamenti pubblici nazionali ma il ricorso alle risorse statali diventa più significativo per le imprese più mature. ). È interessante notare come un gruppo di startup pari al 7,2% del totale operi con risorse provenienti da investitori esterni: si tratta in gran parte di imprese con fatturato alto e già presenti da qualche anno sul mercato, a conferma della preferenza dei fondi di venture capital. Tuttavia quasi un sesto degli intervistati dichiara di non avere interesse o fiducia nel mercato del venture capital e un altro sesto, soprattutto in imprese più mature, è restio ad aprire la compagine sociale a nuovi soci, temendo una riduzione dell’autonomia decisionale. Infine, la quasi totalità delle imprese non ha richiesto credito bancario all’avvio, ma solo dopo una crescita sia anagrafica che economica.

La terza sezione approfondisce il processo seguito dai fondatori per acquisire, tutelare e portare sul mercato la propria innovazione. Dalla rilevazione emerge un dato preoccupante: molti startupper non conoscono e non utilizzano gli strumenti di protezione della proprietà intellettuale. Le imprese che non hanno adottato meccanismi di tutela motivano la propria scelta (47,9%) con la convinzione che l’innovazione apportata dalla propria impresa non possa essere appropriata da terzi; un quarto dichiara invece di non avere innovazioni suscettibili di tutela e un altro quarto non conosce strategie utili allo scopo.

L’ultimo capitolo del report riguarda il rapporto dei fondatori di startup innovative con la policy nazionale loro dedicata. Dalle risposte emerge come le misure più conosciute siano la riduzione dei costi per l’avvio d’impresa e l’accesso semplificato e gratuito al Fondo di garanzia per le Pmi, noto a quasi 9 startup su 10. Altre misure che riscuotono successo sono il credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo (CIR&S), gli incentivi fiscali per gli investimenti in capitale di rischio, e la maggiore flessibilità prevista per le assunzioni a tempo determinato. Scarso interesse e una conoscenza solo superficiale è emersa riguardo la possibilità di avviare campagne di equity crowdfunding.

Il sondaggio si conclude con una domanda a risposta aperta: “Come a tuo avviso il legislatore potrebbe potenziare il quadro normativo in cui operano le startup innovative? Su quali aspetti della vita d’impresa dovrebbe intervenire?”. A rispondere sono state circa 1000 imprese, il 44% del totale. I temi ricorrenti riguardano l’accesso al credito bancario (21,4%), imposte e incentivi fiscali (24,8%), e proposte in merito all’alleggerimento di adempimenti e altri oneri burocratici (27,9 %). 

 

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