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Giovedì, 19 Luglio 2018

L'Esercito di salvezza dei rohingya dell'Arakan (Arsa) è responsabile di almeno un massacro, e forse di un secondo, di fino a 99 uomini donne e bambini indù e di ulteriori uccisioni illegali e di rapimenti di civili indù verificatisi nell'agosto 2017. Lo ha rivelato una ricerca condotta da Amnesty International in Myanmar, nello stato di Rakhine. Sulla base di decine di interviste condotte sul campo e oltre il confine col Bangladesh, nonché dell'analisi condotta da antropologi forensi su numerose immagini, l'organizzazione per i diritti umani è ora in grado di descrivere i brutali attacchi compiuti dall'Arsa, che hanno seminato terrore tra i civili indù e altre comunità etniche.

"C'era grande bisogno di fare luce sulle violazioni dei diritti umani, assai sottovalutate, commesse dall'Arsa nello stato di Rakhine durante un periodo tremendamente drammatico della storia recente di Myanmar", ha dichiarato Tirana Hassan, direttrice di Amnesty International per le risposte alle crisi. "La grande brutalità delle azioni dell'Arsa ha avuto un impatto indelebile sui sopravvissuti con cui abbiamo parlato. Chiamare a rispondere i responsabili di quelle atrocità è fondamentale tanto quanto farlo per i crimini contro l'umanità commessi dalle forze di sicurezza di Myanmar contro i civili rohingya", ha sottolineato Hassan.

Il massacro di Kha Maung Seik

Alle 8 di mattina del 25 agosto 2017, l'Arsa ha attaccato la comunità indù di Ah Nauk Kha Maung Seik, che fa parte di una serie di villaggi di una zona chiamata Kha Maung Seik (a nord della città di Maungdaw), in cui gli indù vivevano in prossimità dei villaggi della comunità musulmana rohingya e di quella rakhine, prevalentemente buddista. Uomini armati vestiti di nero e rohingya in abiti civili hanno rastrellato decine di uomini, donne e bambini indù, li hanno depredati dei loro averi e li hanno condotti bendati fuori dal villaggio. Dopo aver separato le donne e i bambini dagli uomini, i militanti dell'Arsa hanno ucciso 53 persone, a iniziare dagli uomini. 

Otto donne e otto dei loro figli sono sopravvissuti dopo che l'Arsa ha obbligato le donne a convertirsi all'Islam. Le 16 persone sono state poi obbligate a seguire i combattenti in Bangladesh e sono state rimpatriate nell'ottobre 2017 con il coinvolgimento delle autorità di entrambi i paesi.

"Avevano coltelli e lunghi cavi metallici. Ci hanno legato le mani dietro la schiena e bendati. Ho chiesto loro cosa avessero intenzione di fare e uno di loro ha risposto, nel dialetto rohingya: 'Voi e i rakhine siete la stessa cosa, praticate una religione diversa dalla nostra, non potete vivere qui!'. Poi hanno chiesto di consegnare tutto ciò che avevamo e hanno iniziato a picchiarci. Io alla fine gli ho dato i soldi e i gioielli d'oro che avevo", ha raccontato Bina Bala, una 22enne sopravvissuta al massacro.  Tutti e cinque i sopravvissuti intervistati da Amnesty International hanno riferito di aver visto parenti uccisi o di aver sentito le loro urla. 

"Hanno sgozzato gli uomini. Ci dicevano di non guardare. Avevano i coltelli e alcuni anche spade e cavi di metallo. Ci siamo nascosti nella boscaglia, da cui riuscivano a vedere qualcosa. Mio zio, mio padre, mio fratello... tutti massacrati", ha raccontato Raj Kumari, 18 anni.

Formila, 20 anni, non ha visto gli uomini nel momento in cui venivano uccisi ma i combattenti dell'Arsa "tornare indietro col sangue sulle spade e sulle mani". Mentre con le altre sette donne rapite stava marciando verso il confine, si è girata indietro e ha visto uccidere altre donne e bambini: "Ho visto gli uomini che tenevano le donne per la testa e i capelli e gli uomini con in mano le spade che le hanno sgozzate". 

L'elenco delle persone uccise nel villaggio di Ah Nauk Kha Maung Seik consegnato ad Amnesty International contiene i nomi di 20 uomini, 10 donne e 23 bambini, 14 dei quali non avevano neanche otto anni. Questo elenco coincide con testimonianze raccolte in Bangladesh e in Myanmar, da testimoni, sopravvissuti e capi della comunità indù.

Sempre il 25 agosto 2017, i 46 abitanti del vicino villaggio di Ye Bauk Kyar sono scomparsi. La comunità indù locale ritiene che l'intero villaggio sia stato assassinato dall'Arsa. Sommando le vittime dei due massacri, il totale è di 99 morti.  I corpi di 45 vittime di Ah Nauk Kha Maung Seik sono stati riesumati da quattro fosse comuni alla fine di settembre. Gli altri corpi, così come quelli dei 46 uccisi a Ye Bauk Kyar, non sono ancora stati ritrovati.

Altre uccisioni illegali di indù ad opera dell'Arsa

Amnesty International attribuisce all'Arsa ulteriori uccisioni e attacchi contro comunità etniche e religiose. Il 26 agosto 2017 l'Arsa ha ucciso due donne, un uomo e tre bambini nei pressi del villaggio di Myo Thu Gyi, sempre nella zona di Maungdaw.

Questi episodi hanno coinciso con una serie di attacchi condotti dall'Arsa contro una trentina di posti di blocco delle forze di sicurezza di Myanmar. Queste ultime hanno reagito avviando una campagna illegale e sproporzionata contro la comunità rohingya, fatta di uccisioni, stupri, torture, incendi di villaggi, affamamento e altre violazioni dei diritti umani che costituiscono crimini contro l'umanità.  Oltre 693.000 rohingya sono stati costretti a fuggire in Bangladesh, dove si trovano tuttora. 

Durante l'ondata di violenza nello stato di Rakhine, decine di migliaia di appartenenti a comunità etniche e religiose sono stati a loro volta costretti a fuggire. Molti di loro sono rientrati nei loro villaggi, altri continuano a restare in rifugi temporanei poiché le loro case sono state distrutte o per il timore di ulteriori attacchi dell'Arsa. 

Occorrono indagini indipendenti

"I feroci attacchi dell'Arsa sono stati seguiti dalla campagna di pulizia etnica condotta dall'esercito di Myanmar contro l'intera popolazione rohingya. La condanna dev'essere totale: le violazioni commesse da una parte non possono giustificare quelle commesse dall'altra. Ogni sopravvissuto e ogni famiglia delle vittime hanno diritto alla giustizia, alla verità e alla riparazione per l'immensa sofferenza che hanno patito", ha precisato Hassan.  La settimana scorsa, il rappresentante permanente di Myanmar presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha criticato alcuni stati membri per aver ascoltato "solo una parte" della storia e non aver riconosciuto la violenza dell'Arsa.

"Il governo di Myanmar non può accusare la comunità internazionale di essere unilaterale se non permette l'ingresso nello stato di Rakhine. L'esatta dimensione delle violenze commesse dall'Arsa resterà sconosciuta se gli investigatori indipendenti sui diritti umani, compresa la Missione di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite, non potranno avere libero e pieno accesso nello stato di Rakhine", ha concluso Hassan.

 

La devastante campagna delle forze di sicurezza di Myanmar contro i rohingya nello stato di Rakhine non è affatto terminata. Lo ha denunciato oggi Amnesty International pubblicando nuove prove sulle violazioni dei diritti umani ancora in corso e che nelle ultime settimane hanno costretto centinaia di persone alla fuga. 

Alla fine di gennaio, Amnesty International ha intervistato 19 rifugiati rohingya appena arrivati in Bangladesh. Hanno descritto una realtà di fame, sequestri e saccheggi di proprietà. Le organizzazioni umanitarie hanno documentato migliaia di nuovi arrivi tra dicembre e gennaio e in molte giornate sono decine le persone che attraversano il confine.  "Protetto da menzogne e smentite ufficiali e da una strategia coordinata di diniego dell'accesso a investigatori indipendenti, l'esercito di Myanmar continua a compiere crimini contro l'umanità che restano impuniti", ha dichiarato Matthew Wells, Alto consulente sulle crisi di Amnesty International, appena tornato da una missione di ricerca in Bangladesh. 

"Le forze di sicurezza di Myanmar stanno portando avanti un piano per allontanare dal paese il maggior numero possibile di persone. In assenza di un'azione internazionale più efficace, questa campagna di pulizia etnica proseguirà la sua marcia disastrosa", ha aggiunto Wells.  L'obiettivo dell'esercito pare essere quello di rendere il nord dello stato di Rakhine invivibile per la residua popolazione civile rohingya, dopo che la campagna militare lanciata lo scorso agosto - dopo una trentina di attacchi a postazioni dell'esercito da parte del gruppo armato chiamato Esercito di salvezza Arakhan - ha causato la fuga in Bangladesh di oltre 688.000 persone. 

I militari si sono resi responsabili di crimini contro l'umanità tra i quali uccisioni di massa di donne uomini e bambini, stupri e altre forme di violenza sessuale contro donne e ragazze, deportazione di massa e sistematici incendi dei villaggi.  Le persone recentemente arrivate in Bangladesh hanno subito tutto questo mentre cercavano di proteggere le loro proprietà e tutelare il loro diritto di vivere nei loro villaggi. 

La fame

I nuovi arrivati hanno raccontato che è stata soprattutto la fame, frutto di una deliberata strategia dell'esercito di Myanmar, a spezzare la loro determinazione a rimanere nei villaggi. Il culmine è stato il divieto loro imposto di raggiungere i campi di riso nel momento della raccolta, tra novembre e dicembre. I soldati hanno anche preso parte, o lo hanno almeno facilitato, al furto del bestiame e all'incendio dei mercati locali, impedendo l'accesso agli altri centri di vendita. 

Tutto questo ha devastato il livello di vita dei rohingya e ha provocato una profonda insufficienza alimentare.  A questo vanno aggiunte le forti restrizioni all'ingresso degli aiuti umanitari nel nord dello stato di Rakhine. 

Rapimenti di bambine e donne 

Amnesty International ha documentato tre casi di rapimento di bambine e giovani donne. All'inizio di gennaio i soldati hanno fatto irruzione in una casa del villaggio di Hpoe Khaung Chaung e hanno costretto il capofamiglia a consegnare Samida, una bambina di 15 anni che da allora non è stata più vista. Lo stesso è accaduto ad altre donne e bambine, vittime dunque di sparizione forzata.  Molte famiglie rifugiati rohingya sono fuggite dai villaggi in cui i militari avevano rapito donne e bambine, temendo che sarebbero tornati. 

Amnesty International teme che, data la costante presenza della violenza sessuale nel corso di questa e delle precedenti campagne militari contri i rohingya, le vittime dei rapimenti possano essere stuprate e ridotte in schiavitù. 

Furti sistematici ai danni delle persone in fuga 

I rohingya in fuga devono camminare per giorni prima di raggiungere la costa e arrivare in barca alla frontiera del Bangladesh. Lungo il percorso devono passare attraverso i posti di blocco dell'esercito, dove spesso vengono loro sottratti i loro pochi beni e averi. Il peggiore dei posti di blocco, a detta di quasi tutti i rifugiati intervistati da Amnesty International, è quello nei pressi del villaggio collinare di Sein Hnyin Pyar. Qui i soldati della guardia di frontiera circondano le persone in fuga, prendono nota dei loro nomi e dei villaggi di provenienza, separano gli uomini dalle donne e depredano gli uni e le altre. A volte pretendono una dichiarazione in video in cui si attesti che i militari si sono comportati bene. 

Violenza sessuale

Ai posti di blocco le donne rohingya, soprattutto le più giovani, subiscono perquisizioni invadenti e a volte vera e propria violenza sessuale. 

"La dimensione e la tipologia degli attacchi ancora in corso nel nord dello stato di Rakhine mostrano come l'esercito di Myanmar non punti a colpire solo singole persone, quanto piuttosto la dignità della popolazione rohingya in quanto tale. Parlare di rimpatri organizzati è del tutto prematuro", ha sottolineato Wells.  Alla fine dello scorso novembre i governi del Bangladesh e di Myanmar hanno sottoscritto un accordo per iniziare i ritorni a partire dal 23 gennaio. Poche ore prima di questa scadenza, il governo del Bangladesh ha preso tempo mentre quello di Myanmar ha confermato di essere pronto. 

"Dall'inizio della crisi, la risposta della comunità internazionale alle atrocità contro i rohingya è stata debole e inefficace: non ha saputo comprendere la gravità della situazione nel nord dello stato di Rakhine né ha fatto pressioni sufficienti per spingere l'esercito di Myanmar a porre fine alla pulizia etnica", ha proseguito Wells. 

"Un embargo sulle armi e sanzioni mirate sono urgentemente necessarie per far comprendere che queste violazioni non saranno tollerate. Vi è anche l'urgente bisogno che le organizzazioni di assistenza umanitaria entrino liberamente e possano avere accesso in tutto il nord dello stato di Rakhine", ha concluso Wells. 

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