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Mercoledì, 26 Settembre 2018

Redazione

Redazione

A pochi giorni dall'inaugurazione del grande murales di Jorit lo Stato prova a rientrare nel "Bronx". Questa mattina la Polizia di Stato ha effettuato una imponente operazione di controllo del territorio nel quartiere San Giovanni a Teduccio. Sos Impresa rete per la legalità esprime grande soddisfazione e un forte ringraziamento al Questore per il fondamentale segnale di affermazione della forza dello Stato sul territorio.

Anna Ferrara dirigente dell’associazione ha dichiarato: “Queste operazioni devono poter essere effettuate con una frequenza costante e diffusa su tutta l’area est della città perché oggi nella 6’ Municipalità le persone oneste non possono più vivere serenamente.” È necessario adottare il modello Scampia, ha continua Ferrara, che non ha dato tregua ai clan fino alla loro completa sconfitta”.  “Mi recherò personalmente dal sig. Questore nei prossimi giorni, ha concluso la dirigente antiracket, per manifestagli il nostro riconoscimento e rappresentargli meglio gli elementi di preoccupazione della popolazione di questa parte della città”.

“Negli ultimi mesi è ripresa con tracotanza e violenza l’attività di clan e baby gang per affermare il dominio per la vendita della droga su tutta la città. – ha dichiarato Luigi Cuomo responsabile di SOS IMPRESA – È giunto il momento di intervenire anche su chi alimenta questo mercato consumando quantità industriali di stupefacenti. Proprio il controllo di questo mercato di morte rappresenta il motivo principale delle stese e del terrore che la camorra semina ovunque. Anche contro chi favorisce lo sviluppo di questo mercato delle droghe, ha concluso Cuomo, è necessario agire per togliere ai clan il flusso di danaro che quotidianamente li finanzia".

 

 

In questa seconda lettera aperta al mondo sportivo e alle istituzioni, l'Uisp chiede correttezza e qualità all'intero mondo della promozione sportiva italiana. L'attività fisica e motoria è diventata una porzione importante nel progetto di vita di tutte le persone: non c'è più posto per gli "azzeccagarbugli", nè per chi promette algoritmi miracolosi. Le società sportive sono il nervo del sistema sportivo italiano. Esigono rispetto, serietà, competenza. L'Uisp avvia la nuova stagione sportiva così, e mette a disposizione "radici" e futuro di una storia che va avanti da 70 anni. Per i diritti e lo sport sociale, per la salute e l'ambiente, per l'integrazione e la solidarietà.

Vincenzo Manco, presidente nazionale Uisp, indirizza questa lettera aperta ad istituzioni, sistema sportivo, terzo settore e cittadini: "Eccoci, siamo tornati! Ci eravamo lasciati poco prima di un’estate che purtroppo si è scoperta particolarmente tragica per i fatti che hanno causato le vittime del ponte di Genova e del Raganello, ai cui familiari la Uisp esprime ancora una volta la propria vicinanza.

Noi stiamo entrando nel vivo delle celebrazioni del nostro 70°. Una Uisp che nasce come Unione Italiana Sport Popolare e che all’alba degli anni novanta diventerà Unione Italiana Sport Per tutti. Un enorme salto culturale, dalla popolarizzazione e diffusione della pratica sportiva ad una denominazione più moderna ed attinente ad un fenomeno sociale in mutamento in Italia e nel mondo, che guarda soprattutto alle esperienze di stampo nord europeo.

Storie di milioni di donne e uomini che hanno fatto della pratica sportiva un vero e proprio percorso di emancipazione, di impegno per l’acquisizione di diritti di cittadinanza, di dignità. Attraversando e influenzando non solo il sistema sportivo ma anche la cultura sociale e politica del Paese. Lo sport dei cittadini come grande risorsa pedagogica e le società sportive che ne compongono la galassia come presidi e antenne territoriali, comunità sociali capaci di offrire attività motorie attraverso cui formare cittadini attivi, di generazioni diverse, che costruiscono partecipazione, si allenano alla democrazia, promuovono eguaglianza, giustizia sociale, libertà.

Mentre la Uisp avanza nel toccare le tappe del cammino nella propria memoria che è storia sociale di tutta la comunità nazionale, l’Italia sportiva è in ansia per le sorti relative all’espulsione di Ronaldo in Champions League e per la candidatura alle olimpiadi invernali 2026. Vive l’ambascia di una serie B del calcio, tra ricorsi, Tar e Collegio di garanzia, tanto per fare alcuni esempi.

E allora sorgono spontaneamente delle domande. C’è solo un problema che riguarda lo stato di salute del calcio, definito “indecoroso” dal Sottosegretario con delega allo sport Giancarlo Giorgetti e sostanzialmente “a rischio”, come invece sottolineato dal presidente Coni Giovanni Malagò, oppure sta diventando sempre più evidente che qualcosa di particolarmente profondo sta attraversando lo sport italiano, fatte le dovute eccezioni e al netto dei risultati che si raggiungono? Considerando che per sport intendiamo la cultura sportiva diffusa, non solo la pratica codificata, bensì quel fenomeno di massa che sempre di più accresce la consapevolezza che l’attività motoria è diventata parte del progetto di vita di ogni persona e che declina il proprio benessere in virtù di sani stili di vita.

Poi osserviamo il fronte degli Enti di Promozione Sportiva e ci chiediamo: ma tutto ciò non è argomento che ci riguarda? Non è un preciso nostro dovere di rappresentanza aprire un dibattito pubblico per capire che tipo di contributo culturale, sociale e organizzativo possiamo (dobbiamo?) dare poiché le sorti della cultura sportiva del paese stanno a cuore anche a noi? Edoardo Bennato, cantautore napoletano, nel 1980 pubblicava l’LP “Sono solo canzonette” e una traccia di quell’album, dedicata a Capitan Uncino, apriva con un grido di allarme: “ciurmaaaa, questo silenzio cos’è”?

Fatti salvi alcuni Enti che, siamo sicuri, condividono con noi un comune sentire, tanti continuano a caratterizzarsi per un silenzio assordante, perché invece è particolarmente rumorosa, costante, attiva la loro propensione a intervenire sul territorio per sottrarre società sportive e attività “vendendo” tessere e assicurazioni a basso costo, servendosi spesso di associazioni di secondo livello, non organizzando, pertanto, attività direttamente come invece le norme prescrivono. Raccontando che alcune attività sportive e discipline non riconosciute dalla delibera del Coni possono continuare a farsi, magari mascherandole e offrendo escamotage da azzeccagarbugli

Per non parlare dei “diplomifici e brevettifici” che stanno proliferando e che rappresentano il solito segreto di pulcinella. In pochissime ore porti a casa la tua qualifica, senza colpo ferire e dicendo che potrai usarla anche professionalmente e al di fuori del proprio ambito associativo. Tutto questo perché non si sta organizzando la promozione sportiva, ma si è semplicemente trovato l’algoritmo che poi permette di intercettare le risorse pubbliche. “Venghino siori, venghino”, il circo Barnum è arrivato in città!

Ma noi no! Cantava Augusto Daolio, storico frontman dei Nomadi. Noi non vogliamo starci, non abbiamo nessuna intenzione di prendere in giro né i nostri soci e le società sportive che a noi fanno riferimento né tantomeno le istituzioni pubbliche. Cerchiamo invece un reale, corretto, trasparente e responsabile rapporto di sussidiarietà nei confronti di tutti costoro. Le nostre società sportive non ci sentiranno mai dire “puoi fare lo stesso”, piuttosto stiamo chiudendo in questi giorni tutti i regolamenti tecnici e formativi per arrivare pronti alle nuove scadenze del registro Coni 2.0.

Altri invece preferiscono lucrare per poi abbandonarle nel caso di contenziosi che si dovessero aprire con gli enti preposti ai controlli che al Coni stiamo chiedendo da tempo. Noi, siamo perfetti? Figuriamoci! Ma affrontiamo le nostre scelte con grande umiltà o almeno ci proviamo. Ecco, nessuno però può rimproverarci che non ce la stiamo mettendo tutta. Abbiamo fatto iniziative pubbliche che parlano da sé, ci mettiamo la faccia, per questo le nostre basi associative non le lasceremo mai sole.

E’ la forza della nostra storia che ci chiede coerenza. Essendo nata, come dicevamo prima, con le società sportive, con l’apporto volontario di milioni di persone che hanno sottratto tempo alle proprie famiglie per offrire un’educazione non solo sportiva ma soprattutto civica ai nostri figli, per renderli buoni cittadini. Noi non vogliamo tradire questo patrimonio glorioso, l’orgoglio di un giacimento sociale che ha contribuito ad emancipare fasce larghissime di popolazione.

Il 2018 coincide con tante ricorrenze e tra queste anche i cinquant’anni dal famoso ’68. In questa occasione a noi piace ricordarlo però con la canzone di Francesco De Gregori: “ma Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore…un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia". Soprattutto dal coraggio, aggiungiamo noi. Orsù, è arrivato il momento per tutti!

In occasione della Giornata della Memoria e dell'Accoglienza, il 3 ottobre la Cooperativa sociale Dedalus, l'Associazione Laici Terzo Mondo e il Forum Disuguaglianze Diversità promuovono l'evento "L'immigrazione come risorsa per le comunità: pratiche di buona accoglienza". L'incontro si terrà alla Sala della Regina della Camera dei Deputati alle ore 11.00 e vedrà la partecipazione del Presidente Roberto Fico.

Parlare di immigrazione e accoglienza appare oggi un esercizio complesso e difficile a causa di una diffusa percezione pubblica negativa. Al netto di questa difficoltà, chi lavora nei presidi e nei servizi di accoglienza ha il dovere di non rinunciare a rivendicare la qualità e l'importanza della propria azione, sapendo raccontare tali attività non solo sul piano della tutela dei diritti delle persone accolte ma anche in termini di buona spesa pubblica e di ritorno di questi interventi sul benessere collettivo. A partire da queste considerazioni, la prima parte dell'incontro sarà dedicata alle testimonianze di chi sui territori porta avanti buone pratiche di integrazione.

La sindaca di Chiusano D'Asti, Marisa Varvello, presenterà la Piattaforma di Chiusano che raccoglie idee di policy locali e nazionali relative all'accoglienza nelle aree interne; Rossella De Feo, dirigente scolastica IC Bonghi di Napoli, farà un focus sul ruolo della scuola nei processi di integrazione; Tiziana Bianchini di CNCA darà conto dell'importanza della lotta alla tratta; Rocco Conte di Laici Terzo Mondo si soffermerà sul valore della rete per le comunità interculturali; Andrea Trivero del Centro di Accoglienza Straordinaria di Pettinengo (BI) racconterà di come si può costruire economia attraverso l'accoglienza; Fatima Ouazri operatrice della Cooperativa Dedalus illustrerà la possibilità di rigenerazione urbana data dalle occasioni di incontro multi-culturale; Damiano Coletta, Sindaco di Latina, si concentrerà sul ruolo degli enti locali nelle politiche per l'accoglienza.

Dialogheranno con queste esperienze Marco De Ponte, Segretario generale di ActionAid Italia, Elena de Filippo, Università Federico II Napoli e Presidente della Cooperativa Dedalus, Benedetta Tobagi, giornalista e scrittrice, Silvia Stilli, Portavoce dell'Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale, Carlo Borgomeo Presidente della Fondazione CON IL SUD e Daniele Checchi, Professore in Economia politica dell'Università Statale di Milano. Il dialogo sarà moderato da Andrea Morniroli, della Cooperativa Dedalus e membro del Comitato promotore del Forum Disuguaglianze Diversità. A seguire interverrà il Presidente della Camera dei Deputati,Roberto Fico.

 

In due appuntamenti, lunedì 1 ottobre e lunedì 8 ottobre, dalle 9 alle 13, ci sarà nella Casa comune Mag a Verona, in via Cristofoli 31/A, un confronto tra cooperatori e cooperatrici aderenti alla rete Mag, lavoratori e lavoratrici aderenti a sindacati Cgil, Cisl, Uil, insieme ad esperti sociologi, filosofi e psicologi sul tema “Lavoro di ieri e di domani: quali invenzioni tra dignità e responsabilità sociale diffusa?”.

La crisi dell’occupazione, la precarizzazione dei contratti, le trasformazioni – in negativo e positivo - delle forme di lavoro dipendente e autonomo, pubblico e privato, sono al centro dei due giorni. il 1 ottobre apriranno il seminario il sociologo Domenico De Masi, de La Sapienza di Roma, che approfondirà i mutamenti delle forme tradizionali di lavoro, seguito da Simonetta Patané, sociologa della conoscenza, che approfondirà il ruolo della cooperazione e della mutualità, fino alla scelta dell’autoimpiego.

Lunedì 8 ottobre, sempre dalle 9 alle 13, lo psicologo del lavoro Stefano Gheno, docente di Gestione delle risorse umane all’università Cattolica di Milano, analizzerà il quadro offerto dal mondo industriale 4.0 e da un nuovo approccio alla cura delle persone, dei beni comuni, dei servizi culturali, come aree generative di buon lavoro. Elisabetta Zamarchi, filosofa e counselor, tratterà il valore del lavoro quale veicolo di realizzazione personale, rispetto al bisogno di generare un reddito ad ogni costo. 

Il percorso fa parte del progetto “Cooperiamo per l’economia del buon vivere comune”, finanziato dal Por Fse 2014-2020 della Regione Veneto, e vuole mettere al centro un aspetto fondamentale della responsabilità sociale. Non può esserci infatti un’economia del buon vivere se oggi non si considera quale lavoro e quale cultura del lavorare possa generare un benessere condiviso. 

I due giorni di confronto permetteranno di far emergere alcuni nessi che confluiranno nell’Accordo di cooperazione territoriale, con cui si concluderà il progetto Cooperiamo. L’accordo genererà poi un Laboratorio permanente per consolidare l’Ecosistema del Buon Vivere Comune.

 

 

 

L’organizzazione medico-umanitaria Medici Senza Frontiere (MSF) esprime profonda preoccupazione per le misure presentate oggi nel Decreto sicurezza e immigrazione, e per il drammatico impatto che rischiano di avere sulla vita e la salute di migliaia di persone oggi presenti sul territorio italiano. In particolare, MSF critica fortemente il modo in cui il decreto sembra orientato a smantellare ulteriormente il sistema di accoglienza italiano, già fragile e precario, a prolungare la detenzione amministrativa di persone che non hanno commesso alcun crimine, e a ridurre le protezioni attualmente disponibili per persone vulnerabili.  

“Quello che vediamo nel nuovo Decreto è un ulteriore passo nelle politiche migratorie repressive del governo italiano, volte a un indiscriminato arresto dei flussi e alla criminalizzazione della migrazione, in mare e in terra, e senza alcun interesse per la vita, la salute e la dignità di migliaia di uomini, donne e bambini” dichiara Anne Garella, capomissione MSF in Italia.  

Ogni giorno i medici, gli psicologi e gli infermieri di MSF in Italia curano le ferite fisiche e psicologiche di decine di persone che pur non rientrando nella categoria di rifugiato presentano importanti bisogni medici sviluppati in seguito a traumi e torture nel loro paese di origine o nel loro transito attraverso paesi come la Libia.  

“Attendiamo di conoscere in modo più preciso i criteri di assegnazione del nuovo permesso di soggiorno per cure mediche, nella preoccupazione che rischino di essere escluse e lasciate in condizioni di marginalità persone che soffrono di problemi di salute con sintomi non facilmente riconoscibili. Molti di questi pazienti li vediamo ogni giorno nel centro MSF per vittime di tortura e in altri luoghi in Italia” continua Garella di MSF.

MSF è inoltre preoccupata per le disposizioni del Decreto sul superamento del sistema di protezione per richiedenti asilo (SPRAR), "a favore della moltiplicazione di centri collettivi di più ampie dimensioni che offrono minori servizi e possono avere un maggior impatto sulla salute fisica e psicologica di persone già vulnerabili". Per molti anni MSF ha lavorato in centri di accoglienza secondaria (CAS) in Italia e "ha ampiamente documentato come la permanenza prolungata all’interno di queste strutture contribuisca a deteriorare la salute mentale di persone già traumatizzate, riducendo drasticamente la loro possibilità di integrazione sociale con un impatto estremamente negativo sul loro percorso terapeutico. Dal 2004, MSF ha fornito assistenza medica e umanitaria nei centri di detenzione amministrativa per migranti in vari paesi Europei – in Grecia, a Malta, e in Italia. Abbiamo ampiamente documentato le conseguenze della detenzione amministrativa prolungata sulla salute fisica e psicologica di migranti vulnerabili".  

“Con queste misure, l’Italia sta girando le spalle a chi ha disperato bisogno di protezione e assistenza,” dichiara la dott.ssa Claudia Lodesani, presidente di MSF Italia. “Le politiche di accoglienza dovrebbero essere orientate a ridurre la sofferenza e a facilitare l’integrazione, non a criminalizzare e rendere ancora più vulnerabili persone che hanno un disperato bisogno di aiuto. Ma oggi il governo concentra tutti i suoi sforzi nello smantellare il sistema di assistenza e di soccorso dei migranti, come dimostra anche l’ultimo tentativo di fermare Aquarius, l’unica nave umanitaria rimasta a salvare vite nel Mediteranno centrale”.  

MSF lavora in Italia dal 2002, agli sbarchi, nei centri per migranti in diverse regioni, in alcuni insediamenti informali e alle frontiere nord, per fornire assistenza medica, umanitaria, psicologica e orientamento socio-sanitario a rifugiati e migranti nel nostro paese. MSF fornisce anche assistenza medica e psicologica nei centri di detenzione per migranti in Grecia. In Libia, da circa due anni MSF fornisce anche cure mediche e assistenza a rifugiati e migranti nei centri di detenzione a Tripoli, Khoms e Misurata. 

 

 

Nell'ambito della XIII Settimana della salute mentale a Reggio Emilia, sabato 29 settembre al Cinema Cristallo, in Piazza Vallisneri, si svolgerà "Un libro, un film" per raccontare con parole e immagini il Progetto di Teatro e Salute Mentale curato a Reggio Emilia da Festina Lente Teatro in collaborazione con AUSL Dipartimento di Salute Mentale e Fondazione I TEATRI.

Alle ore 17.30 sarà presentato il libro A TEATRO. IN COMPAGNIA alla presenza della curatrice Bruna Zani insieme allo psichiatra Lucio Pederzoli. Alleore 18.30 seguirà la proiezione del film documentario LA VITA NON SA DI NOMI di Andreina Garella e Giovanna Poldi Allai, che racconta il progetto di teatro e salute mentale che dal 2001 Festina Lente svolge con una compagnia di attori fuori dagli schemi.

Il libro A TEATRO. IN COMPAGNIA (2017, Edizioni Pendragon) descrive lo sviluppo di un movimento unico in Italia (e per dimensioni probabilmente unico al mondo) costituito da progetti locali tra loro molto diversi, sorti spontaneamente all'interno o su impulso dei dipartimenti di salute mentale nella Regione Emilia-Romagna. A ciascuna delle tre esperienze maggiori (Arte e Salute di Bologna, 17 Dirigibile di Forlì e Festina Lente Teatro di Reggio Emilia) è dedicato un capitolo nel quale vengono efficacemente messe in luce le caratteristiche del progetto, lo snodarsi della storia, le finalità e le metodologie adottate, le realizzazioni ed anche i limiti riscontrati. A cosa serve fare teatro per chi ha problemi di salute mentale? È utile? Cambia le sorti dell'utente? Che riscontro offre agli operatori sanitari? Cambia il modo di operare dei servizi? E che cosa offre agli operatori teatrali? A queste domande, ricorrenti nella storia dei servizi degli ultimi vent'anni, risponde la seconda parte del libro. Si tratta di una sintesi di tre distinte indagini scientifiche condotte a partire dal 2014 sui partecipanti alle esperienze delle tre compagnie sopra riportate. Un libro che segna una tappa importante nella storia del movimento dei Teatri della Salute Mentale e che apre la strada ad ulteriori e più sofisticate indagini sui meccanismi di generazione della salute attraverso le arti.

Il film documentario "La vita non sa di nomi" di Andreina Garella e Giovanna Poldi Allai, una produzione Festina Lente Teatro e Giovanna Poldi Allai, realizzata con il contributo di Azienda USL di Reggio Emilia e grazie al finanziamento collettivo BeCrowdy, nasce dall'incontro tra le due registe per raccogliere la memoria di un'esperienza teatrale e umana unica. Un documentario surreale e poetico che racconta il progetto teatrale che dal 2002 a Reggio Emilia coinvolge un gruppo di persone con fragilità e disagio psichico seguite dal Dipartimento di Salute Mentale della Sanità Pubblica, alcuni operatori sanitari e i cittadini vogliosi di partecipare. Una realtà artistica nata dal disagio e dall'esclusione, una compagnia fuori dall'ordinario, in grado di emozionare e interrogare gli spettatori.

Cosa significa andare in scena sul palcoscenico della vita? È la domanda a cui tutti i protagonisti tentano di dare una risposta. Le più diverse individualità sono valorizzate e ognuno trova le sue ragioni e i suoi modi per esserci e per partecipare con determinazione e con coraggio sgretolando lo stigma, etichetta troppo sbrigativa che viene appiccicata a chi è diverso. La Compagnia mostra la sua fragilità, senza vergogna, mostra altri modi di stare al mondo. Dove sta la follia? E la ragione? Regista e attori sono troppo impegnati in corse pazze, nel lanciare mazzi di fiori, nel rubarsi la corona dalla testa, nel recitare ricette di cucina e nell'interrogarsi su vertiginose questioni filosofiche, per farci annoiare in inutili classificazioni e graduatorie.

“Abbiamo scelto di intrecciare diversi livelli narrativi, per questo il film è molto caratterizzato dal montaggio. Ci sono i ritratti degli attori, possiamo sentire le loro riflessioni ma nell'immagine essi tacciono e guardano lo spettatore, sui loro visi possiamo leggere le emozioni e i pensieri che li attraversano, espressioni del volto in dialogo con le parole che vengono dette. Abbiamo utilizzato il materiale d'archivio di alcuni spettacoli, che non viene utilizzato però come un archivio classico, cioè come prova documentaria, ma alcuni brani di spettacoli sono stati inseriti nel montaggio come puri, colorati, luminosi frammenti di teatro, su sfondo nero. Abbiamo scelto come riferimento estetico il cinema delle origini, per la semplicità delle inquadrature, l'assenza di movimenti di macchina e l'ingenuità giocosa dei trucchi. Abbiamo utilizzato tutti questi aspetti dell'antico artigianato cinematografico, tanto in alcune scene girate in teatro quanto in quelle girate nella piazza e anche in occasione dei ritratti”. Tutto questo a quarant'anni dalla legge Basaglia.

 

Un italiano su due si sente oggi, rispetto a 5 anni fa, meno sicuro nella citta' in cui vive. E la percezione di insicurezza cresce nelle regioni del Centro Nord del Paese: e' quanto emerge da un sondaggio condotto nel settembre 2018, per il Gruppo Editoriale Citynews e la testata Today, dall'Istituto Demopolis.

A Roma la percezione e' peggiore rispetto al resto d'Italia: la percentuale infatti sale al 59%. In pratica 6 romani su 10 si sentono meno sicuri rispetto a 5 anni fa. Il dato della Capitale e' il peggiore rispetto a quello delle grandi citta' italiane analizzate. A Milano infatti il 52% vede una citta' meno sicura; a Torino il 53%; a a Napoli il 49%, a Palermo il 41%. In assoluto solo i napoletani, rispetto ai romani, hanno oggi una percezione della sicurezza piu' bassa: solo 35% dei partenopei definisce la citta' molto sicura, contro il 38% dei capitolini.

"Il 46% degli intervistati- spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento- dichiara di non sentirsi oggi tranquillo nella zona in cui vive o lavora: si tratta di un dato che in Italia appare in forte crescita rispetto agli anni precedenti". Il sondaggio dell'Istituto Demopolis per Citynews ha analizzato la graduatoria delle paure piu' avvertite dalle famiglie: prevale, per 6 intervistati su 10, il timore di subire furti o rapine in casa o al lavoro. Il 58% teme scippi o aggressioni fuori dalle mura domestiche; il 41% di poter essere vittima di molestie o violenze; un terzo si dichiara preoccupato dalla crescita della diffusione delle droghe.

Demopolis ha chiesto anche agli italiani di stilare la loro agenda per il Governo del Paese:assolutamente prioritarie, per il 70%, sono le misure per l'occupazione ed il lavoro; i due terzi chiedono di puntare su misure atte a favorire la ripresa dell'economia dopo la crisi di questi anni. Stabile, al terzo posto, il tema storico della necessaria riduzione della pressione fiscale per le famiglie e le imprese, segnalato dal 63%. Al quarto posto, tema sensibile per 6 italiani su 10 e' la richiesta di interventi per una maggiore sicurezza urbana; indicazioni maggioritarie, infine, riguardano la gestione dell'immigrazione e l'efficienza della sanita' pubblica.

E che la sicurezza per i romani sia una priorita' lo si evince anche dal confronto su queste risposte. In cima alla classifica ci sono gli investimenti in sicurezza. Sorprende anche il dato sugli investimenti in sanita' prioritarie per il 62% dei romani, contro il 56% degli italiani. Una percentuale piu' alta anche rispetto alle politiche per gestire l'immigrazione, a Roma priorita' per il 60% degli intervistati.

(Fonte: Redattore Sociale/Dire)

 

"L’approvazione del “decreto sicurezza” ci preoccupa e impone alcune riflessioni". Così scrive in una nota Legacoopsociali che, a marzo 2018 insieme all’Alleanza delle cooperative sociali, ha firmato con il ministero dell’Interno la Carta della buona accoglienza. Ad ispirare quella Carta è" la convinzione che attraverso percorsi di accoglienza diffusa, progetti di inclusione sociale e integrazione lavorativa si possa contribuire nel fornire una risposta concreta e umana al fenomeno delle migrazioni e del loro impatto sul nostro territorio nonché a isolare fenomeni di cattiva gestione e profitto illecito".

Questo principio "è messo a rischio" dal decreto approvato stamattina in Consiglio dei ministri: il raddoppio da 3 a 6 mesi dei tempi di trattenimento nei Centri per il rimpatrio, la forte contrazione del riconoscimento dello status di rifugiato e i progetti di integrazione sociali riservati ai soli titolari di protezione e minori non accompagnati, tempi ancora più lunghi per la cittadinanza alle seconde generazioni.

“Abbiamo più volte ripetuto – dichiara la presidente nazionale Eleonora Vanni - come siano necessarie verifiche sulla qualità dei percorsi di accoglienza e integrazione, ma annullare nei fatti il sistema dell’accoglienza diffusa realizzata in collaborazione con le amministrazioni locali, della promozione di comunità accoglienti e integrate che può essere testimoniata da numerose buone pratiche e ridurre il tema delle migrazioni umane alla esclusiva attività di sicurezza, pensiamo che non aiuti il progredire di questo nostro paese verso una visione certa e condivisa dei diritti umani di donne e uomini senza distinzione di sesso, razza e religione, come recita la nostra costituzione”.

“Auspichiamo – aggiunge Vanni - quindi che accanto all’attività di controllo svolta sui territori si possa affiancare un progetto culturale, sociale ed anche economico che guardi al futuro e vada nella direzione della promozione umana, nel rispetto delle differenze e dell’accoglienza dei bisogni delle persone italiane o straniere che siano”.

Nei prossimi giorni Legacoopsociali entrerà nel dettaglio del decreto e porterà a conoscenza dell’opinione pubblica le buone pratiche di integrazione che le proprie cooperative sociali realizzano nel nostro Paese.

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