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Mercoledì, 20 Giugno 2018

Redazione

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Le tristi immagini di bambini crudelmente separati dai genitori a seguito della politica di "tolleranza zero" adottata dal procuratore generale Jeff Sessions lascerà, secondo Amnesty International, una macchia indelebile sulla reputazione degli Usa. 
 "Questa politica spettacolarmente crudele, in cui bambini terrorizzati vengono strappati dalle braccia dei genitori e trasferiti in centri di detenzione ormai stracolmi, di fatto delle gabbie, non è altro che una forma di tortura. La grave sofferenza mentale che le autorità statunitensi stanno intenzionalmente procurando alle famiglie a scopo coercitivo corrisponde esattamente alla definizione di tortura prevista dalla normativa nazionale e internazionale", ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe. 

"Non c'è alcun dubbio che la politica dell'amministrazione Trump di separare madri e padri dai loro figli intenda procurare grave sofferenza mentale a queste famiglie allo scopo di scoraggiare altre famiglie dal cercare salvezza negli Usa. Molte di esse sono arrivate da paesi sconvolti dalla violenza e dalle violazioni dei diritti umani, come El Salvador e Honduras. Siamo di fronte a una clamorosa violazione dei diritti umani dei genitori e dei figli e degli obblighi degli Usa ai sensi del diritto internazionale dei rifugiati", ha sottolineato Guevara-Rosas. 

L'annuncio del procuratore generale Session dell'adizione di una "politica di tolleranza zero per l'ingresso illegale" negli Usa risale al 6 aprile 2018. Da allora oltre 2000 bambini sono stati separati dai genitori o dai loro tutori legali alla frontiera Usa.  I diritti dei bambini sono violati in molti modi: vengono detenuti, sono separati dai genitori o dai loro tutori legali e subiscono traumi gratuiti che potrebbero pregiudicare il loro sviluppo. 

Secondo fonti di stampa, altre migliaia di famiglie migranti potrebbero essere state divise ancora prima dell'entrata in vigore della nuova politica.  Amnesty International ha recentemente intervistato 17 genitori richiedenti asilo separati con la forza dai loro bambini. Quattordici di loro erano entrati legalmente negli Usa per chiedere asilo. 

"Le dichiarazioni dell'amministrazione Trump sono inaccettabili. Questa politica crudele e non necessaria viene applicata non solo alle famiglie che entrano illegalmente negli Usa ma anche a quelle che chiedono asilo alla frontiera. La maggior parte di queste famiglie sono fuggite verso gli Usa per chiedere protezione internazionale dalla persecuzione e dalla violenza mirata nel Triangolo del Nord, poiché i loro rispettivi governi non avevano intenzione o non erano in grado di proteggerle", ha proseguito Guevara-Rosas. 

La segretaria alla Sicurezza interna Kirstjen Nielsen ha negato l'esistenza di una politica di separazione delle famiglie ma una sua dichiarazione rilasciata a gennaio conferma proprio l'intenzione di colpire le famiglie: "Stiamo valutando come applicare la legge per scoraggiare i genitori a portare con sé i figli". Il suo predecessore John Kelly, ora capo dello staff presidenziale, aveva suggerito la politica ora in vigore già nel marzo 2017, "per scoraggiare" le famiglie dei migranti e dei richiedenti asilo dal presentarsi alla frontiera statunitense. 

"Non c'è dubbio, le separazioni delle famiglie sono una crisi provocata dal governo Usa, che sta giocando in modo sporco con le vite di queste famiglie di fronte a una grave e crescente crisi dei rifugiati. Come abbiamo già visto nelle precedenti riforme di quest'amministrazione in materia d'immigrazione, le autorità statunitensi hanno scelto di accanirsi proprio con le famiglie che chiedono aiuto agli Usa, aggravando così il trauma e la sofferenza già subiti nella partenza e nel viaggio", ha accusato Guevara-Rosas. 

Amnesty International sta chiedendo all'amministrazione Usa di porre immediatamente fine a questa politica non necessaria, devastante e illegale di separazioni forzate e di riunire le famiglie già separate nel minor tempo possibile. 

 

Non un passo indietro del ministro dell’Interno, tanto da provocare proteste internazionali. “Censimento dei Rom e controllo dei soldi pubblici spesi. Se lo propone la sinistra va bene, se lo propongo io è RAZZISMO. Io non mollo e vado dritto! Prima gli italiani e la loro sicurezza". Lo scrive Matteo Salvini su Facebook.

Dopo le associazioni come la 21 luglio molti cittadini rom si sono esposti pubblicamente come Alievski Musli che sulla sua pagina facebook scrive una lettera aperta a Salvini: “Noi Rom, purtroppo, siamo abituati ai trattamenti "speciali" come quello che lei vuole destinarci, signor ministro dell'interno. Non sto a farle la retorica e non voglio nemmeno ricordarle che anche in passato uno statista pensava che noi Rom ed Ebrei fossimo il problema della Germania del dopoguerra... E sappiamo tutti come andò a finire. Credo sappia anche lei che non esiste etnia più discriminata di noi e non mi sorprende affatto che voglia censirci, ci ha provato anche il suo predecessore sempre della Lega, il caro Maroni”.

“Mi dispiace per Lei – continua Musli - ma io sono ben lontano dal suo stereotipo di Rom, così come altri ragazzi rom, mi batto per i diritti di tutti coloro che fuggono alla ricerca di una vita migliore.  So che Le sembrerà strano ma ci sono anche ragazzi rom attivi nel mondo dell'associazionismo e del volontariato, ragazzi che lottano ogni giorno per garantire un futuro equo a chi un futuro pensa di non averlo, ai tantissimi ragazzi discriminati solo perché nati in un paese che ha paura dell'altro. Lei urla prima gli Italiani, io dico prima gli oppressi”.

“Purtroppo per lei non abbandonerò questo paese – conclude Musli - perché è qui che sono cresciuto ed è qui che voglio che cresca mio figlio. Io starò qui a battermi per un'Italia più equa e solidale, possibilmente senza ministri degli interni razzisti come lei”.

 

Anno 2030: le persone con oltre 65 anni d'età saranno oltre un terzo della popolazione. Oggi, nella provincia di Arezzo, sono già 80.000 e le loro condizioni non sono certamente ottimali. 6.000 non sono autosufficienti e due terzi di esse sono gravemente non autosufficienti. 8.000 vengono definite in situazione di fragilità geriatrica e oltre 40,000 sono vulnerabili. Cosa vuol dire? Il 25% vive da solo, il 40% in una coppia di soli anziani e dispone di un reddito modesto. E questo aggettivo si traduce in una pensione mensile lorda di 850 euro. Chi vive in affitto ne spende almeno la metà per la casa: con il resto dovrebbe vivere.

"I processi di invecchiamento della popolazione determinano domande forti e nuove alle istituzioni, alle organizzazioni di Terzo Settore e alle comunità locali – commenta il Direttore della cooperativa sociale Koinè, Paolo Peruzzi. Noi metteremo a disposizione le nostre analisi e soluzioni nel corso del convegno del 21 e 22 giugno con l'intento di promuovere confronto aperto con tutti i portatori di interesse e sostenere nuove azioni condivise tra enti locali, Ausl, terzo settore, organizzazioni sociali e delle famiglie ". Appuntamento all'Auditorium Pieraccini dell'ospedale San Donato di Arezzo.

Tre sessioni di lavoro. Due giovedì. La prima sarà aperta dallo stesso Peruzzi, dopo i saluti del Sindaco Ghinelli e del Direttore generale Usl, Enrico Desideri. Il tema sarà quello delle risposte agli anziani con un confronto sviluppato insieme a Usl, associazioni e sindacati. La seconda, nel pomeriggio, vedrà la relazione della Presidente di Koinè, Grazia Faltoni, sulla rilettura delle esperienze fin qui realizzate nelle Rsa a titolarità pubblica ma gestite dalla cooperativa. Confronto tra operatori Koinè e Usl, amministratori pubblici, rappresentanti degli utenti e degli organismi sociali di territorio che agiscono attivamente nelle strutture Interverrà anche l'assessore regionale Stefania Saccardi. La mattina di venerdì sarà dedicata a nuovi approcci e metodi che si stanno sviluppando a livello nazionale. Tra gli altri interventi quelli di Franco  Floris, Direttore di Animazione sociale; Laura Belloni, Centro regionale criticità relazionali; Manilo Matera, Presidente Associazione malattia Alzheimer e Pasquale Falasca che illustrerà l'approccio Montessori per gli anziani fragili.

"Dobbiamo immaginare soluzioni nuove – annuncia la Presidente di Koinè, Grazia Faltoni. Gli sforzi di tutti hanno prodotto, in questi anni, risultati importanti ma non conclusivi. Abbiamo di fronte una serie di criticità: la carenza di risorse, la difficoltà a concretizzare l'integrazione sociosanitaria, la modestia e la lentezza dei processi di innovazione dei modelli di servizio, l'impraticabilità della via mercatista e, per concludere, l'insufficienza dei processi di capacitazione-attivazione comunitaria". Questi elementi – nella valutazione di Koinè - hanno prodotto un deciso allargamento della forbice che separa domanda ed offerta facendo crescere le aree di bisogno insoddisfatte, costituendo la ragione sottostante alla diffusione di forme più o meno non qualificate ed irregolari di servizi e di "auto aggiustamento", producendo senso di solitudine e generando l'aumento della critica  e della protesta sociale.

Nel corso del convegno del 21 e del 22 giugno, Koinè proporrà quattro elementi che giudica centrali. "Il primo – annuncia Paolo Peruzzi - è il coinvolgimento attivo delle comunità locali, delle famiglie e dei gruppi sociali in percorsi locali di innovazione e di co-produzione dei servizi e delle attività per arginare i processi di mercificazione della cura e dare concretezza all'idea di azione diretta dei cittadini funzionale alla estensione del bene comune. Tra le formule possibili i co-housing per anziani fragili e le residenze protette per persone non autosufficienti. Il secondo è la sperimentazione di piccole Rsa con massimo 12 posti esclusivamente dedicate alla gestione delle fasi post acute, delle "dimissioni complesse" e del sollievo ai familiari, sul modello della casa di Michele, che ha prodotto risultati eccellenti".

Terza proposta di Koinè: "una specifica tipologia di RSA – annuncia Grazia Faltoni - che realizzi Centri polivalente di servizi socio sanitari in cui vengano concentrati per territorio posti letti, punti prelievo, spazi da dedicare a fisioterapia e attività fisica adattata, sportelli del servizio sociale per la cittadinanza. Centro che, per queste caratteristiche, conservino la titolarità pubblica, fungano da punti di riferimento per le famiglie e le persone e continuino ad agire attivamente anche come "agenti di calmierazione" del mercato. La nostra quarta proposta concerne il miglioramento della cultura dei servizi e delle pratiche, affrontando in modo concreto i temi della prevenzione e della promozione della salute, della sicurezza degli utenti e della prevenzione di comportamenti scorretti ed illeciti, dell'ambiente come strumento abilitante e per la difesa delle autonomie residue.  Riteniamo fondamentale prendersi cura di chi si prende cura, lo sviluppo di modelli di gestione dei servizi capaci di coinvolgere e attivare le comunità locali nonché di forme diversificate e nuove di presa in carico – anche precoce – delle persone affette da patologie cronico degenerative della sfera cognitiva e, in particolare, da demenze e Alzheimer".

 

 

 

 

 

La transessualità non è più classificata dall'Oms come malattia mentale. "L'incongruenza di genere è stata rimossa dalla categoria dei disordini mentali dell'International Classification of Diseases per essere inserita in un nuovo capitolo delle 'condizioni di salute sessuale'", spiega l'Organizzazione Mondiale della Sanità, sottolineando che "è ormai chiaro che non si tratti di una malattia mentale e classificarla come tale può causare una enorme stigmatizzazione per le persone transgender"

Arcigay

"La decisione dell'Organizzazione mondiale della Sanità di togliere la transessualità dalla lista delle malattie mentali va nella direzione della depatologizzazione della condizione trans che è il fondamento alla base delle norme più avanzate, già presenti in Paesi come Malta e l'Argentina, in cui sempre di più la transessualità è svincolata da complesse procedure mediche e giuridiche": così Ottavia Voza, responsabile Politiche trans di Arcigay. "Alla luce di questa decisione, a lungo attesa - prosegue -  è sempre più necessaria una revisione della attuale normativa italiana,  per una semplificazione delle procedure ed il rispetto del principio di autodeterminazione della persona".

"I ministri della Salute e della Giustizia e più in generale il Governo - aggiunge Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay - dovranno fare i conti con questa decisione dell'OMS e sarà nostra cura stimolare una complessiva revisione della normativa Italiana in merito alla transizione sessuale: le norme devono infatti servire ad accompagnare nel modo più corretto le scelte delle persone, non a rendere un calvario le vite di migliaia di persone, che altro non chiedono di avere la libertà di scegliere sui propri corpi e sulle proprie vite. Non solo: questa notizia ha anche un importante portato culturale, perché va nella direzione di decostruire il disprezzo e la discriminazione che una visione patologizzata della transessualità creavano. Da oggi chiunque dovrà adeguarsi alla verità scientifica: la transessualità non è una malattia ma una possibilità, libera e legittima, come abbiamo sempre sostenuto", conclude Piazzoni.

(Fonte: Ansa)

Arriva l’estate e l’Auser è impegnata a tutto campo anche quest’anno per aiutare gli anziani, soprattutto quelli che vivono da soli, ad affrontare con serenità i disagi legati a questo periodo.
E’ infatti scattato il programma nazionale “Aperti per ferie” che resterà attivo fino a settembre.  Le ondate di calore, i negozi chiusi e un maggior senso di solitudine  possono  rendere la vita di tutti i giorni  più difficile e faticosa da affrontare, soprattutto per le persone più fragili e sole. Da Bolzano a Trento, da Milano a  Parma, Brescia, Ravenna, Piacenza, Genova, passando per comuni più piccoli come Viterbo, Trani, Bovalino  e tantissimi altri,  sono numerosi i piani “emergenza estate” che vedono Auser protagonista con la sua  rete di volontari e il servizio di Telefonia Sociale  Filo d’Argento.

Il Programma nazionale  dell’associazione “Aperti per ferie” prevede una risposta articolata e diversificata che viene  incontro ad  esigenze di aiuto concreto, di compagnia e socializzazione. Sul sito www.auser.it    per tutto il periodo estivo, sarà attiva  una sezione speciale  nella quale  trovare notizie utili per aiutare gli anziani e le loro famiglie ad affrontare con serenità l’estate.

Una guida  e tante informazioni utili

Sul sito dell’associazione è possibile scaricare e sfogliare “Aperti per ferie. Auser resta sempre con te”, una  Guida all’Emergenza Estate di facile e rapida consultazione, realizzata dall’Auser,  a cui ha collaborato il geriatra Dott. Marco Ferretti dell’Unità di Geriatria Fondazione IRCCS Ospedale Maggiore Policlinico, Mangiagalli e Regina Elena di Milano.  Raccoglie tutte quelle informazioni utili per affrontare una calda estate, sicuri e sereni. Si rivolge agli anziani e spiega cosa è un eccesso di calore, quali sintomi procura, come affrontarlo, ma soprattutto come prevenirlo attraverso semplici accorgimenti. Fornisce inoltre indicazione pratiche sulle corrette abitudini alimentari da tenere durante il gran caldo e l’elenco dei  numeri  da contattare in caso di bisogno. Una Guida ricca di consigli pratici da leggere e conservare.

Il Filo d’Argento non ti lascia solo

In prima linea  il  servizio di telefonia sociale legato al Filo d’Argento Auser ed al suo numero verde totalmente gratuito. E’ definito giustamente “il telefono amico degli anziani”, perché dal contatto telefonico si apre la relazione con l’altro, l’ascolto e l’intervento di sostegno.   Con una semplice  telefonata al Numero Verde Nazionale  del Filo d’Argento 800-995988  gli anziani possono trovare una risposta concreta ai loro bisogni. Il servizio è attivo tutti i giorni della settimana – festivi compresi-   dalle 8 alle 20, per tutto l’anno.  

Si può richiedere la consegna della spesa, dei pasti o  dei farmaci a casa,  compagnia domiciliare,  servizi di “trasporto protetto” verso centri socio-sanitari per visite o terapie; partecipare ad iniziative di svago e intrattenimento, gite ed escursioni;  avere informazioni sui servizi attivi nel proprio territorio. Reti di “buon vicinato”  si stringono attorno agli anziani più fragili. La risposta ai bisogni degli anziani viene garantita dai volontari Auser nei  punti d’ascolto Filo d’Argento presenti in  tutta Italia e già collegati al Numero Verde. A questi si aggiungono tutte le altre sedi Auser che svolgono attività di aiuto alla persona le quali raccolgono comunque i bisogni e le richieste degli anziani attraverso il proprio numero telefonico.

Dalla A alla Z, tutte le iniziative dei Comuni

Direttamente dal sito dell’Auser www.auser.it   si potrà inoltre  consultare l’elenco in ordine alfabetico,  costantemente aggiornato,  delle iniziative promosse dai comuni e dal volontariato. Il servizio già sperimentato con successo negli ultimi anni, si è rivelato di grandissima utilità. Presenta dal Nord al Sud Italia, le iniziative che le Amministrazioni locali e il  volontariato e le sue reti, realizzano per aiutare gli anziani ad affrontare i rischi legati alla  solitudine e agli effetti del caldo: call center, numeri verdi, monitoraggio degli anziani fragili, servizi a domicilio, attività  ricreative in centri climatizzati  e tanto altro ancora.

Abbiamo bisogno di volontari. L’appello del presidente Enzo Costa

Il  presidente nazionale dell’Auser Enzo Costa ripropone anche quest’anno l’appello per dedicare qualche ora della settimana  a chi è  solo “perché aiutare gli altri fa bene”. “L’estate è il periodo più difficile dell’anno soprattutto per gli anziani che vivono da soli -  sottolinea Costa- siamo vicini a loro con i nostri volontari e la nostra capillare rete sul territorio, ma la richieste che ci giungono sono tantissime e abbiamo bisogno di volontari per poter dare una risposta a tutti. Basta poco per dare serenità ad un anziano solo, una telefonata, una visita a casa, una passeggiata da fare insieme. Ecco perché ci appelliamo alle persone di ogni età, chiediamo  di dedicare un po’di  tempo per essere al nostro fianco e portare un sorriso a chi è solo e in difficoltà”. Le persone si possono mettere in contatto con il numero verde nazionale del Filo d’Argento 800-995988, la loro richiesta verrà istradata alla sede Auser più vicina.

Tutte le informazioni sul sito  www.auser.it

 

Per tre giorni, da oggi fino al 21 giugno, la comunità di accoglienza Sprar Well(c)home per la Giornata mondiale del rifugiato apre le proprie porte per conoscere e farsi conoscere. “Oggi più che mai – è scritto in una nota - tale azione di interazione con il territorio e con le persone risulta fondamentale al fine di creare quel ponte comunicativo e solidale tra la comunità e i territori di accoglienza. Conoscersi reciprocamente con la consapevolezza che chi ce l'ha fatta a varcare le frontiere e passare il mediterraneo oggi si trova a portare sulle spalle una memoria in nome di chi invece non è riuscito nel proprio progetto migratorio. Una responsabilità di tutti noi è invece quella di poter comunicare e difendere il diritto di ogni uomo a vivere e a vivere una vita dignitosa. 
nessuna persona è illegale e il cielo è di tutti”.

Well(c)home “porte aperte”, un progetto gestito da coop sociale Idea Prisma 82,  è la condivisione di un pasto insieme con la degustazione di prelibatezze made "MeltingFood" grazie a Gabriella di Progetto Gabry e agli ospiti della comunità. La tre giorni si terrà in via Valdinievole 8 nella Capitale.

Bambine, donne violentate. Ripudiate. Isolate, sviluppano disagi psichici e disturbi post traumatici che aggravano la loro condizione di emarginazione nei campi. Le storie delle rifugiate congolesi che vengono sostenute nei centri di salute di GVC, all'interno dei campi dell'Unhcr in Burundi, raccontano di una fuga che sembra non portare mai a una vera salvezza. Ma anche di un impegno, quello degli operatori dell’ong, che non si esaurisce e non si arresta di fronte alle ferite psichiche e ai rischi cui vengono continuamente esposte donne e bambine nei campi. Nella Giornata internazionale del rifugiato 2018, GVC ricorda: “Secondo le Nazioni Unite, ci sono stati 15mila casi accertati di violenze sessuali in Congo. Molte sono bambine”.

La storia di Alizia         

“Sono arrivata in questo campo cinque anni fa. Sono fuggita dalla mia terra, il Congo, a causa della guerra civile. I Mai-Mai hanno attaccato il nostro villaggio, uccidendo e violentando le donne. Io ero una di loro. E' toccato anche a me, quando ancora ero poco più che una bambina. Ed è così che sono rimasta incinta per la prima volta. Mia figlia è nata qui, in Burundi, e ora la sua vita è insieme a me e alle sue sorelle, in questo campo nella Provincia di Ruyigi. Ma mi manca così tanto la vita nel mio villaggio”. Alizia* ha solo 22 anni, anche se ne dimostra molti di più. Oggi ha già tre figlie che vivono con lei nel campo di Bwagiriza diretto dall'Unhcr, che oggi conta 10mila rifugiati (il 51% sono donne e bambine), all'interno del quale GVC gestisce i centri di salute, fornendo assistenza sanitaria, lavorando alla prevenzione contro l'HIV e sensibilizzando ai temi della violenza contro le donne, della salute psichica e riproduttiva, oltre che al contrasto alla malnutrizione.

Il lavoro di Gvc         

Presente in 4 centri di salute nei campi delle province di Muyinga, Ruyigi, Cibitoke e nell'area rurale di Bujumbura , l'organizzazione sostiene 58mila rifugiati, dei quali ¼ sono bambini sotto i 5 anni. I casi di violenza sono tanti e spesso lasciano segni indelebili sulla psiche di donne e bambini. Karikumutima Theobard, uno degli infermieri di GVC che lavorano nel campo di Kavumu, racconta: “Una giovane rifugiata congolese ha sviluppato disagi psichici post traumatici in seguito a un attacco militare nel suo villaggio, durante il quale ha subito violenza. Fuggita in Burundi per salvarsi, è stata sottoposta a un'ennesima umiliazione e a un nuovo dolore- continua-. Suo marito la ha disconosciuta a causa di ciò che le era accaduto e la sua famiglia si è divisa”. Oltre al trauma e alla violenza, anche la colpevolizzazione e lo stigma. Un dolore troppo grande da sopportare. Una ferita dalla quale non è semplice guarire. Tanto più quando si viene abbandonati da tutti. Perché qui, nei campi grandi come megalopoli, essere donna ed avere un disagio psichico o un disturbo post traumatico costituisce un ulteriore fattore di rischio.

Stigma e emarginazione         

Avere una malattia mentale o neurologica, così come una disabilità, significa essere esposti maggiormente a discriminazione ed emarginazione. “Gli epilettici, ad esempio, vengono spesso isolati all'interno dei gruppi di amici e in alcuni casi anche all'interno delle famiglie stesse” spiega Karikumutina Theobard. Herimana Anastasie, assistente sociale di GVC nel campo di Kavumu, ogni settimana organizza delle visite alle famiglie dei rifugiati residenti nel campo che hanno bisogno di assistenza, mentre sostiene le donne nei problemi che affrontano prima e dopo la gravidanza, ricevendole presso il centro di salute di GVC. “Sul fronte del planning familiare, dell'educazione sessuale e del rispetto di genere, c'è ancora molto da fare – dice-. Bisognerebbe educare anche gli adolescenti. Non di rado, infatti, si verificano episodi di maltrattamenti tra ragazzi e ragazze”.

Essere ripudiate         

Le condizioni di vita nel campo sono difficilissime. Kwizera Tierriy Hubart, agente di sensibilizzazione ai rischi dell'HIV nel centro di salute del campo dal 2013, spiega: “I mariti di molte donne sono stati uccisi o sono dispersi in Congo. In altri casi, le donne sono state ripudiate dopo aver subito violenza. Così sono costrette a sposarsi di nuovo, per ottenere protezione e stabilità, ma spesso con scarsi risultati. Ricordo il caso di un uomo che sottraeva parte del pacchetto alimentare destinato alla sua famiglia per darlo alle altre sue amanti- continua-. Sopravvivere nel campo non è semplice. Per questo alle volte sono costrette a vendere i propri corpi ad altri uomini e si assiste a casi di promiscuità che espongono ancora di più alla contrazione e alla diffusione dell'HIV”. Per quanto chi vive nei campi abbia la sensazione di essere precipitato in un limbo, le storie più drammatiche rimangono quelle vissute nel proprio paese di origine.

“Ho assistito a così tanti casi di donne che arrivavano qui dopo aver vissuto violenze terribili! Ricordo la storia di Gloria*, una ragazzina di 23 anni che è stata violentata dai militari governativi ugandesi. Sono entrati in casa nel suo villaggio per uccidere il marito che si era schierato con l'opposizione a Musaveni. Lui è fuggito, lei, invece, è stata barbaramente violentata. Fuggita in Ruanda insieme alla sua famiglia, ha capito di non essere ancora al sicuro. Per questo poi ha scelto di venire in Burundi”. “La violenza sulle donne e sulle bambine, in guerre come quella in Congo così come in tutte le altre, viene usata come arma da guerra- spiega Dina Taddia, presidente di GVC-.  In Congo, alle violenze si aggiunge anche l'ignoranza: spesso le vergini vengono violentate perché si crede che l'atto possa rendere immuni o far guarire dall'HIV- continua Taddia-. Quella in Burundi è una delle sfide più importanti che stiamo affrontando, per la mole di rifugiati e per le frequenti emergenze cui dobbiamo rispondere. Ma anche perché agire in questi centri sanitari significa non solo sostenere i bisogni ma anche contribuire a diffondere buone pratiche e ad agire sulle consuetudini e sulle abitudini culturali”

 

Un Paese contro i migranti e contro l’accoglienza o almeno per i suoi due terzi. Questo emerge da un sondaggio di Swg-PoliticApp che fotografa l’adesione di massa a una visione chiusa degli italiani, all’indomani della vicenda Aquarius. “Non solo – scrive Swg - buona parte dell’opinione pubblica ritiene che, se non si riesce a fermare i migranti prima dell’arrivo sulle nostre coste, si debba realizzare un sistema di rimpatrio immediato nei paesi di provenienza. L’ipotesi di accogliere i naufraghi e di smistare le persone negli altri paesi europei, convince solo poco più di un terzo dell’opinione pubblica (36%). Il quadro complessivo è abbastanza eloquente. In questi anni la relazione tra italiani e immigrati ha subito una netta inversione di tendenza. Nel 2003 la maggioranza degli italiani (64%) riteneva i migranti una risorsa per l’Italia, persone che avrebbero potuto apportare energie fresche sia dal punto di vista demografico sia da quello della forza lavoro”.

Oggi il quadro è cambiato radicalmente. “La curva del consenso verso il ruolo positivo e produttivo dei flussi migratori è stata da allora in costante calo. Nel 2013 la quota di italiani che ritenevano gli immigrati una risorsa era scesa al 50%. Da quel momento l’avversione ai migranti ha subito una netta accelerazione: l’anno scorso la quota che giudicava i migranti una risorsa per il nostro Paese è calato al 35%. Quest’anno è crollata al 28%. In crescita, invece, la relazione tra immigrazione e insicurezza. Il 50% degli italiani ritiene che i flussi migratori alimentino la criminalità e l’insicurezza delle nostre città e dei piccoli centri (un dato in crescita del 6% rispetto al 2106)”.

Le paure e i fastidi generate dai flussi migratori, purtuttavia, assumono contorni differenti nelle diverse classi sociali. “Tra i soggetti poveri e disagiati il problema dell’insicurezza è molto meno avvertito (25%, rispetto al 50% della media nazionale), mentre è molto forte la preoccupazione che i migranti riducano le opportunità di lavoro per gli italiani (nove punti sopra la media nazionale)”.

Tra le classi maggiormente agiate, invece, “l’attenzione ricade sui benefici in termini di forza lavoro che l’arrivo dei migranti offre (23%), oltre a puntare il dito sull’insicurezza (47%). Ad avvertire maggiormente la relazione tra immigrazione e insicurezza sono i residenti del Nord, quelli che vivono nelle città più grandi (quelle oltre i centomila abitanti) e gli abitanti dei piccoli centri più piccoli (al di sotto dei 5000 abitanti)”.

Il tema dei migranti è uno dei grimaldelli che stanno mutando la geografia politica del nostro Paese. Il famigerato “prima gli italiani” sta rafforzando la propria capacità di presa sui diversi elettorati, ampliando gli effetti nell’area di centrodestra (con il prosciugamento da parte della Lega del blocco elettorale berlusconiano) e insidiando le basi elettorali di M5S e PD. I risultati, intanto già si vedono. La Lega di Salvini balza al primo con il 29.2% mentre M5S scivola al secondo posto con il 29%. E se si sommano questi voti con quelli di Forza Italia e Fratelli d’Italia l’area “anti-migranti” raggiunge un consenso pari al 71%.

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