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Sabato, 22 Settembre 2018

Il 29 Settembre, a partire dalle 19, l'Ardita Due Mari è inaugurerà la propria sede sociale, spazio culturale per tutti. In questa occasione, sarà possibile sottoscrivere la tessera di affiliazione (necessaria per attraversare la sede), al costo di 5 euro. Il nome della sede è dedicata a un grande portiere del ‘900. Lev Yashin è stato un calciatore sovietico che ha difeso i pali della Dinamo Mosca e dell'Urss.

Nel corso della sua lunga carriera sportiva, costellata di numerosi successi sportivi, tra cui il primo ed unico Pallone D'oro assegnato ad un portiere, Lev è stato insignito di diverse onoreficenze dal suo Paese. Dopo aver praticato, sempre nel ruolo di portiere, anche l'hockey sul ghiaccio, intraprese definitivamente il suo percorso nel mondo del calcio, assumendo presto il soprannome di "Ragno nero", per via sia della divisa che indossava e sia perché, a detta degli attaccanti, sembrava fosse dotato di più di due braccia.

Lev Yashin cresce in una famiglia di operai metallurgici. Sarà assunto presso una fabbrica dell'industria pesante e, proprio lì, entrato a far parte della squadra aziendale, sarà notato dalla Dinamo Mosca. “Ma per comprendere appieno la grandezza dell'esempio trasmesso dalla sua vita da agonista – scrive in una nota la quadra popolare tarantina - bisogna necessariamente fare riferimento al contesto politico-sociale nel quale ha vissuto.Nei paesi del blocco socialista, infatti, lo sport era un elemento centrale del processo di formazione del cittadino, al pari dell'istruzione”.

L'importanza che venne attribuita alla cosiddetta "cultura fisica" era orientata, a differenza di quanto avviene nei Paesi a sviluppo capitalistico, a veicolare valori anti individualistici e che si contrapponevano alla mercificazione dello sport. Non a caso, anche per via della portata universale del diritto a praticare attività fisica, i paesi socialisti sono stati per anni delle vere e proprie potenze sportive.
Ai giorni d'oggi siamo abituati agli ingaggi milionari dei calciatori che indossano le maglie dei grandi club.

Nell'Unione Sovietica, un calciatore poteva arrivare a guadagnare fino a massimo il doppio di un salario medio. Vi era, inoltre, un forte attaccamento alla squadra e molto difficilmente si assisteva a cambi di casacca.

“Emblematica, in tal senso, la carriera di Lev Yashin, le cui prestazioni furono ad esclusivo appannaggio della Dinamo Mosca e della nazionale. Per quello che ha rappresentato la vita privata e sportiva di Lev Yashin, niente poteva risultare più attinente della sua personalità per incarnare ciò che giornalmente pratichiamo, in una realtà che ci vede operare nel più grande centro operaio del Mezzogiorno. Di qui la scelta di intitolare la nostra sede al grande campione sovietico”.

Il progetto dell'Ardita due Mari, squadra popolare antifascista e antirazzista, unisce impegno sociale ad esperienze aggregative, al fine di promuovere una diversa visione dello sport e della sua accessibilità. “Viviamo in una città, Taranto, caratterizzata dall'atavica mancanza di strutture sportive pubbliche funzionanti e funzionali alle esigenze di una cittadinanza di duecentomila abitanti. Alla nota piaga della disoccupazione dilagante che interessa l'intera nostra provincia, si aggiunge l'assoluta carenza di politiche sociali inclusive. Per questa ragione, praticare sport popolare può e deve essere la giusta chiave per combattere il disastro sociale riversato nei quartieri, sempre più privati di ogni forma di servizio o diritto e destinati all'abbandono e all'esclusione”.

Nasce da queste condizioni la necessità di rendere accessibile a tutti la possibilità di praticare sport. Diventa dirimente, quindi, il tema della riqualificazione e della gestione degli spazi pubblici in disuso. A fronte della proliferazione sul territorio “di strutture private che, di fatto, negano la possibilità ad una larga fetta di popolazione di praticare una qualsivoglia disciplina sportiva, vi sono spazi pubblici lasciati all'incuria o che vengono mal gestiti”.

Rendere uno sport "popolare" significa, innanzitutto, renderlo accessibile a tutte le fasce sociali. Per questa ragione è fondamentale offrire strutture all'altezza, a quote popolari. “Perché, al degrado imposto dalle politiche anti popolari, sempre più aggressive nei confronti delle condizioni di vita dei cittadini, il mezzo rappresentato dell'attività sportiva può essere un utilissimo antidoto per abbattere ogni forma di disgregazione sociale e per respingere ogni istanza xenofoba o di intolleranza”.

A due anni dall’attribuzione, la Cooperativa sociale CADIAI di Bologna raggiunge – in fase id rinnovo - la terza stelletta del Rating di legalità, massimo punteggio conferito dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato alle imprese virtuose con elevati standard di legalità.

Nella riunione dello scorso 13 settembre, l’Autorità ha esaminato la richiesta di rinnovo inoltrata dalla Cooperativa lo scorso luglio e, sulla base della documentazione presentata, ha deliberato l’assegnazione delle tre stellette.

«Il raggiungimento del massimo punteggio era il nostro obiettivo, ben consapevoli che la Cooperativa CADIAI risponda pienamente a tutti i requisiti previsti dal Regolamento del Rating di legalità - afferma Franca Guglielmetti, Presidente CADIAI -. Far parte dell’elenco delle imprese con questo riconoscimento è molto importante come ulteriore certificazione dell’attività svolta in maniera corretta e trasparente».

 

Secondo Amnesty International l'incapacità delle autorità brasiliane di identificare tutti i responsabili dell'omicidio della difensora dei diritti umani Marielle Franco, a sei mesi dal suo brutale omicidio a colpi di arma da fuoco, solleva preoccupazioni riguardo all'impegno a rendere giustizia per questo atroce crimine e garantire un ambiente sicuro per i difensori dei diritti umani nel paese. 
  
Marielle Franco e il suo autista Anderson Gomes sono stati uccisi nella loro auto a Rio de Janeiro il 14 marzo. A lei hanno sparato quattro colpi in testa. Quanto riportato dalla stampa suggerisce che l'uccisione sia stata pianificata con attenzione, e che abbia coinvolto agenti dello stato e le forze di sicurezza. 
  
"Oggi, tristemente, segna l'anniversario di sei mesi dell'omicidio di Marielle. Segna anche la persistente incapacità e l'apparente mancanza di volontà delle autorità a indagare adeguatamente sul caso. È assolutamente inaccettabile che sia passata una metà dell'anno e non siamo affatto più vicini a scoprire chi sia il responsabile delle morti insensate di Marielle e Anderson", ha dichiarato Jurema Werneck, direttrice generale di Amnesty International Brasile. 
  
"Le autorità non possono accettare l'impunità come opzione. Le autorità federali e statali del Brasile e il suo sistema di giustizia penale hanno tutti l'obbligo di garantire un'indagine approfondita, indipendente e imparziale su questi terrificanti omicidi". 

In seguito alle pressioni di Amnesty International e di altre organizzazioni della società civile, ad agosto l'ufficio del pubblico ministero brasiliano ha annunciato che investigatori specializzati erano stati incaricati di lavorare sul caso di Marielle insieme a una nuova squadra del Gruppo speciale sul crimine organizzato (Gaeco) che ha preso in carico l'inchiesta a settembre. 

Amnesty International ha affermato che questo è un passo nella giusta direzione, ma ha anche invitato le autorità a coinvolgere il Gruppo speciale di azione di pubblica sicurezza (Gaesp) nelle indagini. Questa unità specializzata ha il compito di indagare sugli abusi della polizia e assicurarsi che la polizia conduca indagini professionali. 

"Inoltre, deve essere istituito un gruppo composto da esperti, avvocati e altri specialisti, totalmente indipendente dallo stato, per supervisionare l'indagine e garantire che tutto il processo si svolga regolarmente", ha aggiunto Jurema Werneck. 

In un incontro con la famiglia di Marielle e Amnesty International, il 20 agosto, il segretario di Stato per la sicurezza del Brasile, Richard Nunes, ha dichiarato di sostenere la proposta di consentire a un gruppo indipendente di monitorare qualsiasi influenza indebita o negligenza nelle indagini. 

Le autorità devono ancora verificare quanto riportato dalla stampa, ossia che le telecamere di sicurezza direzionate verso la scena del crimine erano state disattivate alla vigilia della sparatoria, e che i proiettili sparati facevano parte di una partita venduta alla polizia federale del Brasile. Fra le altre domande prive di risposta c'è quella sul tipo di arma utilizzata per uccidere Marielle e Anderson, se fosse un fucile mitragliatore ad uso esclusivo delle forze di sicurezza. Armi dello stesso modello erano state dichiarate disperse dall'arsenale della polizia civile. 

Secondo quanto sostengono i media, il modo in cui sono stati compiuti gli omicidi e la precisione dei colpi sparati suggeriscono che alcuni degli esecutori potrebbero aver avuto un addestramento specializzato. 
  
"Dietro l'omicidio di Marielle potrebbe esserci un potente gruppo che pensa di avere la facoltà di agire impunemente. Le autorità devono dimostrare loro che hanno torto e assicurare che tutti coloro che sono coinvolti in questo crimine siano consegnati alla giustizia in un giusto processo", ha affermato Jurema Werneck. 
  
L'impegno di Marielle Franco per i diritti umani 
  
Nata e cresciuta nella favela di Maré di Rio, Marielle era una sociologa con un master in amministrazione pubblica; ha iniziato a lavorare nel campo dei diritti umani nel 2000, dopo che un amico era stato ucciso in una sparatoria nel loro quartiere. 
  
Per oltre un decennio, Marielle ha lavorato per difendere i diritti umani di giovani neri, donne, residenti di favela e persone Lgbti. Ha anche denunciato le esecuzioni extragiudiziali e le altre violazioni dei diritti umani commesse da agenti di polizia e altri agenti dello Stato.  Poco prima di essere uccisa, Marielle, che era anche consigliera comunale di Rio de Janeiro, era stata nominata relatrice della commissione del consiglio comunale per monitorare l'intervento federale nella sicurezza pubblica di Rio. 

"Ogni giorno che passa il riconoscimento internazionale dell'esempio dato da mia figlia cresce e si trasforma in una lotta per la giustizia, che chiede conto allo stato brasiliano di ciò che è accaduto", ha detto Marinete da Silva, madre di Marielle Franco.  "Marielle era una leader naturale. Ogni volta che prendeva parte a un progetto, era sempre con lo scopo di aiutare il prossimo, con la convinzione che un'organizzazione collettiva basata sulla solidarietà potesse cambiare il mondo. Fare qualcosa per gli altri la faceva stare bene. La mia famiglia non si darà pace finché non avrà trovato la risposta al perché di questo crimine". 

Soltanto nel 2016, 66 difensori dei diritti umani sono stati uccisi in Brasile. Eppure la maggior parte delle uccisioni di attivisti per i diritti umani non sono oggetto di indagine e raramente si trovano i responsabili.  "L'uccisione di un difensore dei diritti umani è un tentativo di intimidire e mettere a tacere non solo lui, ma tutta la società. È un attacco ai diritti umani. Le autorità brasiliane devono fare tutto ciò che è in loro potere per proteggere coloro che denunciano le ingiustizie e assicurarsi che possano lavorare senza paura di rappresaglie", ha concluso Jurema Werneck. 

I rappresentanti delle centrali cooperative riunite nell'Alleanza delle Cooperative di Bologna Metropolitana e i segretari generali di Cgil Cisl e Uil, si sono incontrati per avviare un confronto finalizzato ad approfondire tematiche di interesse comune, con l'intento di promuovere accordi finalizzati al miglioramento dell'occupabilità, dell'occupazione e della qualità del lavoro sul territorio metropolitano.

All'interno  della cornice dell'intesa raggiunta dalle rispettive rappresentanze regionali nel marzo scorso, e dei diversi protocolli territoriali sottoscritti in ambito di promozione della crescita, dell'occupazione e del welfare, cooperative e sindacati hanno condiviso l'utilità di un confronto su temi fondamentali per lo sviluppo locale quali i nuovi settori di sviluppo, la trasformazione produttiva determinata dall'introduzione delle tecnologie digitali, i nuovi profili di competenze, le strategie per l'orientamento formativo e l'inserimento lavorativo dei giovani.

Fondamentale è ritenuta “l'individuazione di nuove azioni a tutela della legalità e di qualificazione ed innovazione della relazione tra pubblico e privato, sia nel settore degli appalti pubblici, sia in tutti gli ambiti della programmazione pubblica destinati alla definizione delle strategie di sviluppo locale”.

In materia di opportunità per lo sviluppo, la qualità e la sicurezza dei cittadini e del territorio, già in occasione di questo primo confronto le parti sottolineano “con decisione la necessita imprescindibile degli investimenti in infrastrutture per l'accessibilità e la mobilità dell'area metropolitana”.

Occorre, “senza ulteriori ambiguità e indeterminatezze”, procedere nella realizzazione di interventi fondamentali quali “il Passante metropolitano, la Complanare nord, la Cispadana e le altre opere viarie e trasportistiche già da tempo oggetto di studio e progettazione, fondamentali per garantire la vitalità delle imprese di un'area produttiva assai più vasta di quella metropolitana e l'agibilità dei cittadini che qui vivono e lavorano”.

Le parti, inoltre, considerano “incomprensibile ed inaccettabile la soppressione delle risorse destinate ai progetti di riqualificazione urbana previste dal cd. Decreto Periferie, su cui Bologna ha articolato una progettazione fondamentale per la riqualificazione di aree di degrado e insicurezza e per la promozione di servizi finalizzati al miglioramento della qualità della vita civile ed economica del territorio”.

In questo senso cooperative e sindacati rivolgono un chiaro invito al Governo affinché “rispetti gli impegni assunti, nell'interesse generale, al di fuori di ogni logica di parte”.

Più di 200 persone riunite a tavola e un assegno da 20mila euro staccato a favore del progetto MeyerPiù: sono i numeri del pranzo “stellato” organizzato da Legacoop Toscana e Coop Unione Amiatina che si è svolto sabato 15 settembre a Seggiano (Gr) nel suggestivo Giardino di Daniel Spoerri.

I partecipanti all’evento benefico “A pranzo per il Meyer”, tra cui tanti soci delle cooperative aderenti a Legacoop Toscana e soci di Coop Unione Amiatina, arrivati da tutta la Toscana, hanno potuto dapprima ammirare le meravigliose opere esposte all’interno del parco di arte contemporanea, vero e proprio museo a cielo aperto con 113 installazioni di diversi artisti mondiali, per poi gustare il menù realizzato appositamente per l’occasione da Roberto Rossi, chef del ristorante Silene, che è anche gestore del Giardino.

Tra loro anche il presidente di Legacoop Toscana Roberto Negrini, il presidente di Coop Unione Amiatina Fabrizio Banchi, il presidente della Fondazione Meyer Gianpaolo Donzelli e la presidente di Unicoop Firenze Daniela Mori.

“La provincia di Grosseto e l’Amiata sono un territorio con una tradizione e una presenza importanti per quanto riguarda il movimento cooperativo – hanno spiegato Negrini e Banchi – vogliamo aumentare sempre di più il legame che esiste tra cooperazione, comunità e territorio. Il Meyer è un’istituzione che riguarda tutti e questa iniziativa è stata un importante momento di solidarietà da parte di questo territorio”

“Cooperative e Meyer insieme per affrontare le battaglie contro le malattie gravi e vincerle – ha commentato Donzelli – è importante riuscire a creare sinergie  per acquisire tecnologie sempre più avanzate per il nostro ospedale, per i nostri i professionisti di eccellenza e per preparare i giovani medici a diventare dei grandi clinici. La nostra vita diventa bella se facciamo buoni incontri e quello di oggi è certamente un buon incontro”

Il progetto MeyerPiù, per il quale Unicoop Firenze si è impegnata a donare un milione e mezzo di euro in tre anni attraverso iniziative realizzate in collaborazione con la Fondazione Meyer, è finalizzato all’ampliamento dell’ospedale pediatrico fiorentino Meyer. L’area attuale pari a circa 30mila metri quadrati, verrà ampliata fino a 40mila metri quadrati e verranno acquisiti 7 ulteriori ettari di spazio verde. Il tutto con l’obiettivo di garantire ai bambini toscani e non solo un ospedale ancora più efficiente e accogliente.

 

Il governo siriano, sostenuto dalla Russia, ha intensificato gli attacchi illegali contro la popolazione civile del governatorato di Idlib utilizzando bombe a grappolo, vietate dal diritto internazionale, e barili bomba privi di guida, nel preludio della ampiamente prevista offensiva militare contro la regione nel nord della Siria. 

È quanto denunciato oggi da Amnesty International, che ha riferito di almeno 13 attacchi portati a termine tra il 7 e il 10 settembre nella parte meridionale del governatorato. I bombardamenti hanno colpito i villaggi di al-Tah, Jerjanaz, al_Habeet, Hass, Abadeen e i dintorni di Khan Sheikhoun, provocando 14 morti e 35 feriti tra i civili. 

"Il governo siriano ha regolarmente fatto ricorso alle bombe a grappolo e ai barili bomba in tutte le offensive militari nel paese per infliggere danni e sofferenze terribili ai civili. Ora, stanno usando questa tattica anche a Idlib e non vediamo alcuna ragione per cui debbano smettere", ha dichiarato Diana Semaan, ricercatrice di Amnesty International sulla Siria. 

"Di fronte all'imminente offensiva su Idlib, la comunità internazionale deve agire con urgenza per assicurare che la popolazione civile della zona sia protetta da questi attacchi deliberati e indiscriminati. Un'ulteriore escalation di attacchi del genere da parte del governo siriano, dei gruppi armati e dei loro alleati non farà altro che aumentare il numero delle vittime civili ed esasperare ulteriormente la crisi umanitaria", ha aggiunto Semaan. 

Gli attacchi sono iniziati lo stresso giorno in cui Russia, Iran e Turchia si riunivano nella capitale iraniana per un vertice sulla Siria. 

Testimonianze terribili 

Undici persone residenti nel governatorato di Idlib hanno denunciato ad Amnesty International che per alcuni giorni le forze siriane hanno sganciato barili bomba e lanciato razzi contenenti bombe a grappolo su centri abitati, danneggiando scuole e abitazioni. 

Gli esperti in materia di armi di Amnesty International hanno esaminato le immagini inviate dagli abitanti che mostrano i resti delle bombe a grappolo a seguito degli attacchi del 10 settembre contro al-Tah e Jerjanaz. Le immagini mostrano chiaramente frammenti di razzi 9M27K di produzione russa aventi un calibro di 220 mm e contenenti bombe a grappolo della serie 9N235. Un'altra immagine proveniente sempre da al-Tah mostra una bomba a grappolo della stessa serie, inesplosa e che rischia di causare gravi danni ai civili, soprattutto ai bambini, anche a lungo termine. 

Due soccorritori hanno raccontato ad Amnesty International che l'8 settembre una decina di loro colleghi sono finiti sotto attacco mentre stavano spegnendo un incendio provocato da un attacco aereo russo che aveva colpito una azienda produttrice di patate situata lungo una grande arteria stradale, un chilometro e mezzo a nord di Khan Sheikhoun. 

Uno dei soccorritori stava lavorando all'interno dell'azienda quando ha avvertito il suono di un aereo di sorveglianza in avvicinamento: 
"Sono corso fuori per avvisare i colleghi. Non ho neanche finito la frase quando c'è stata un'esplosione in cielo e la bomba è caduta su di noi. Ci sono state delle piccole esplosioni e poi sono finito a terra, svenuto. In ospedale mi hanno tolto le schegge che si erano conficcate in entrambe le cosce". 

Dalle numerose testimonianze raccolte da Amnesty International è emerso che le forze siriane hanno lanciato molti razzi 9M27K di fabbricazione russa, ognuno dei quali può contenere 30 bombe a grappolo, sui villaggi di Jerjanaz, al-Tah e Hish tra le 8 e le 8.30 del mattino del 10 settembre. 

Tre persone residenti a Jarjanaz hanno riferito che quel giorno il centro abitato è stato colpito da almeno quattro razzi, che hanno danneggiato varie abitazioni e due scuole e ferito 11 civili. 

Un abitante la cui casa è a circa 900 metri dalla zona colpita, ha raccontato di aver udito diversi tipi di esplosione:  "Prima di tutto, sono andato a vedere la scuola che era stata colpita. Ho visto due alunne ferite dalle schegge. Quando c'è stato l'attacco erano fuori ma il resto degli studenti era dentro. Il cortile era ricoperto di bombe inesplose. Le mura della scuola erano piene di schegge e c'erano dei fori nel pavimento. Poi mi sono recato nel centro abitato, dove c'erano diversi feriti a terra, in attesa dei soccorsi". 

Tre persone del villaggio di Habeet hanno raccontato che il 10 settembre le forze siriane hanno sganciato numerosi barili bomba. Queste munizioni prive di guida, contenenti almeno quarantacinque chilogrammi di materiali esplosivi, sono notoriamente imprecise e il loro uso ha causato la distruzione di abitazioni civili in tutta la Siria. 

La comunità internazionale deve agire con urgenza 

Amnesty International sta chiedendo alla comunità internazionale di usare tutta la sua influenza perché sia posta immediata fine a questi attacchi illegali e siano prevenute ulteriori perdite civili. 

"Il governo siriano ha ripetutamente mostrato un crudele disprezzo per le vite dei civili. Russia e Iran devono garantire che le forze siriane pongano termine a questi crimini di guerra e proteggano i civili di Idlib. La Turchia, dal canto suo, ha la responsabilità di assicurare che i gruppi armati rispettino il diritto internazionale umanitario", ha sottolineato Semaan. 

"Occorrono pressioni coordinate da parte della comunità internazionale per salvare le vite dei civili e impedire le gravi violazioni dei diritti umani cui abbiamo già assistito in altre zone della Siria, come Aleppo Est e la Ghuta orientale", ha aggiunto Semaan. 

Amnesty International ha chiesto alla Turchia anche di aprire i suoi confini per consentire l'ingresso dei civili che vogliono fuggire dagli attacchi contro Idlib e alla comunità internazionale di aiutare la Turchia ad accogliere eventuali rifugiati. 

"Per coloro che vogliono recarsi nelle zone controllate dal governo, la Russia deve garantire che il governo siriano non attui ritorsioni, come ad esempio le detenzioni arbitrarie e le sparizioni forzate di adulti e ragazzi, il confinamento delle persone evacuate nei campi irraggiungibili da parte degli aiuti delle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite, come già accaduto nel caso della Ghuta orientale", ha concluso Semaan. 

La situazione

Nella zona di Idlib vivono due milioni e mezzo di persone, tra cui 700.000 sfollati interni provenienti da altre parti della Siria, 300.000 dei quali arrivati dall'agosto 2017. Secondo le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite, oltre due milioni di persone hanno disperato bisogno di cibo, acqua e cure mediche. 
La maggior parte degli sfollati si trova in campi sovraffollati nei pressi del confine turco, senza adeguate infrastrutture o sufficiente accesso alla corrente elettrica e all'acqua potabile. Le opportunità di lavoro sono scarse. Per questo motivo la maggior parte della popolazione della zona di Idlib fa affidamento agli aiuti umanitari per la propria sopravvivenza. 

Dal mese di giugno Forum Droghe effettua un monitoraggio quotidiano sul sito del Dipartimento per le Politiche Antidroga, in attesa della relazione annuale al Parlamento sullo stato della dipendenze in Italia. Questo è lo strumento programmatico e di indirizzo per le politiche sulle droghe previsto dalla legge in vigore, il DPR 309/90, che all'articolo 131 pone l'obbligo di presentazione al Parlamento entro il 30 giugno di ogni anno.

"Sono passati 75 giorni dal termine di legge ed ancora la relazione annuale al Parlamento sulle droghe non è comparsa sul sito del Dipartimento" commenta Maria Stagnitta, Presidente di Forum Droghe. "In compenso sullo stesso sito compare una dichiarazione, assolutamente fuori contesto oltre che discutibile nel merito, del Ministro Fontana di commento alle parole di Michelle Bachelet, Alto commissario Onu per i diritti umani sui timori sul razzismo in Italia."

"Si tratta di un uso personalistico ed assolutamente fuoriposto di un sito istituzionale" incalza Hassan Bassi, Segretario Nazionale di Forum Droghe. "La nostra sorpresa, oltre per il tema non certo inerente alle attività del Dipartimento Antidroga, riguarda l'utilizzo di un sito governativo, pagato con i soldi dei cittadini, per esternazioni di propaganda personale del Ministro."

"Che fine ha fatto la relazione?" torna sul punto Leonardo Fiorentini, Direttore di Fuoriluogo.it. "E' ancora chiusa nel cassetto del Ministro o si sta sciaquando insieme ai panni in Adige? Eppure ormai un mese fa il Ministro ha usato dati evidentemente provenienti da quel testo per un post sulla sua pagina Facebook. Insomma il Ministro usa il sito del Dipartimento Antidroga per diffondere il proprio pensiero contro i "globalisti filo-immigrazionisti", mentre usa i dati che per legge dovrebbe render noti da settimane ai Parlamentari ed ai cittadini da mesi per acchiappare like sulla propria pagina Facebook. E' cosa normale?"

Medici Senza Frontiere (MSF) è profondamente delusa dalla decisione di oggi dell'Ufficio europeo dei brevetti di confermare il monopolio della Gilead Sciences sul Sofosbuvir, farmaco chiave contro l'Epatite C. 

Nel marzo 2017 MSF, insieme ad altre organizzazioni della società civile da 17 diversi paesi europei, aveva depositato un'opposizione al brevetto contro il monopolio della casa farmaceutica Gilead sul Sofosbuvir nel tentativo di rimuovere le barriere che impediscono a milioni di persone di ricevere il trattamento.

In Europa, Gilead fa pagare fino a 43.000 euro a persona, per un trattamento di 12 settimane con il Sofosbuvir. Nei paesi in cui MSF cura persone affette da Epatite C, tra cui Myanmar, Cambogia, India, Pakistan, Mozambico, Uganda e Kenya, il Sofosbuvir viene attualmente acquistato da diversi produttori di farmaci generici a circa 75 euro a persona per l'intero trattamento. Il prezzo esorbitante di questo farmaco, oltre a limitarne l'accesso, ha suscitato un intenso dibattito sulla determinazione dei prezzi dei farmaci brevettati in Europa.

A seguito dell'udienza odierna a Monaco, l'Ufficio europeo dei brevetti ha confermato il brevetto concesso a Gilead in relazione al Sofosbuvir, con alcune modifiche. La decisione consente a Gilead di conservare il brevetto sul componente farmacologicamente inattivo che appare durante la sintesi del Sofosbuvir. Il risultato è che il monopolio di Gilead persiste, non consentendo l'accesso a versioni generiche più economiche in Europa.

"Questa decisione è un chiaro esempio di come le multinazionali farmaceutiche come Gilead abusino del sistema dei brevetti in modo da eliminare qualsiasi concorrenza e continuare a imporre prezzi esorbitanti. Ci appelleremo alla decisione di oggi poiché crediamo fermamente che l'Ufficio europeo dei brevetti avrebbe dovuto revocare il monopolio" dichiara Gaelle Krikorian della Campagna per l'Accesso ai Farmaci di MSF. "Qualsiasi brevetto concesso in Europa influisce non solo sull'accesso ai farmaci per i cittadini europei, ma ha un impatto anche sulle persone in molti Paesi in via di sviluppo che non hanno le risorse per eseguire un'attenta analisi dei brevetti e, quindi, si basano sulle decisioni prese dall'Europa. Ciò richiede un esame estremamente approfondito da parte dell'Ufficio europeo dei brevetti su qualsiasi brevetto sui farmaci".

 

 

“Vorremmo poter sentire solo storie di bambini che corrono felici tra i vicoli del paese, di anziani che giocano a carte davanti al bar e di giovani che si adoperano nel sociale, ma tutto ciò, in questo momento storico, è pura utopia”.

Esordisce così in una nota stampa il nascente Presidio Interterritoriale di Libera Valle Caudina e Valle Telesina in riferimento all’ennesimo atto intimidatorio davanti ad un esercizio commerciale di Bucciano. Il terzo in meno di un mese.

“Incendi sospetti, lettere minatorie, auto incendiate ed altri gesti intimidatori. In questi giorni abbiamo avuto modo, purtroppo, di leggere, di ascoltare, di incontrare e di vedere di persone, fatti e avvenimenti dal sapore malvagio e prepotente. L’aria che si respira è pesante. A tratti, se non spesso, si ha paura. Paura di parlare. Paura di esporsi. Paura di denunciare.

L’espressione “isola felice”, “riferita al nostro territorio, non c’è più da tempo ormai e noi siamo coscienti sia di ciò, sia del fatto che a qualcuno non sta bene che si ripeta di continuo questo reale concetto perchè fa rumore il solo dirlo”.

“Questo – prosegue la nota del nascente Presidio – è ciò che ci spinge oggi non tanto a fare un elenco dei casi scoppiati nelle ultime settimane, offrendo una doverosa solidarietà alle vittime e alle comunità tutte. Non vogliamo elencare fatti o avvenimenti che sanno di marcio, che sanno di bruciato, che sanno di violenza e di sopruso. Ma vogliamo chiamare per nome chi vuole impegnarsi in prima persona per la legalità. Vogliamo dire a te, persona che cerca ogni giorno di arrivare alla vetta della vita, realizzandosi e cercando di vivere con dignità, di non chiuderti nella paura. Non essere complice, né connivente, né indifferente. Il nascente Presidio di Libera è accanto alle persone che, come te, non vogliono arrendersi e non vogliono credere che le cose non possano cambiare. Siamo e saremo sempre accanto alle vittime. Siamo e saremo accanto anche a te che ti chiudi a riccio perché la paura ha preso il sopravvento. Siamo a saremo accanto a te che non vuoi fermarti davanti agli atti intimidatori. Siamo e saremo accanto a te che ti alzi la mattina, guardandoti nella profondità del tuo animo e decidi di scegliere di rimediare agli errori commessi. La tua vita vale molto di più di una paura, di un pregiudizio, anche di un errore . Le tue azioni valgono tanto più di un silenzio-assenso”.

Ed è per questo che tutte le associazioni presenti sul territorio della Valle Caudina e della Valle Telesina sono invitate a fare fronte comune, entrando a far parte e partecipando alle attività del nascente Presidio Interterritoriale di Libera”.

È possibile aderire al nascente Presidio e chiedere ulteriori informazioni, contattando i seguenti numeri di telefono: 3202863661 oppure 3246142466. C’è un impegno, c’è una forte volontà, c’è il dovere di fare memoria del dolore, c’è la forza della testimonianza. Il Presidio di Libera in Valle Caudina e Valle Telesina sta prendendo forma e colore. In una parola c’è sostanza. Che si sta già tramutando, in pochi mesi, in azione concreta.

 

Due settimane di sport al Beccaria nel bel mezzo dell'estate. È così che l'A.S. RUGBY MILANO, sostenuta da Banco Bpm ed Edison, ha deciso di festeggiare i dieci anni del progetto FREEDOM RUGBY, che si pone l'obiettivo di insegnare ai giovani detenuti dell'Istituto Penale Minorile Beccaria i principi tecnici ed etici della palla ovale.

Per due settimane, la prima dal 9 al 13 luglio e la seconda dal 6 al 10 agosto, l'A.S. Rugby Milano ha colmato il "vuoto" che vivono i ragazzi del Beccaria nei mesi estivi, grazie a tanto sport e solidarietà.

Il summer camp è stato anche l'occasione giusta per riportare serenità all'interno dell'Istituto, che nel corso dei mesi estivi ha vissuto momenti di particolare agitazione tra gli ospiti della struttura. Lo sottolinea il Direttore dell'IPM Beccaria Fiorenzo Cerruto, che in una nota commenta:"Con la presente desideriamo esprimere il nostro compiacimento e ringraziamento per l'esperienza realizzata quest'anno di campus sportivo nel luglio e poi replicato nell'agosto. La vostra presenza silenziosa ma fattiva in un mese quale quello di agosto, che vede refrattari i più, mostra nuovamente, seppure sotto altra veste, la vostra dedizione e sensibilità alla nostra realtà. In particolare non si può tacitare la prudenza ma allo stesso tempo la cura e lo spirito di collaborazione mostrato all'avvio del primo campus e cioè all'indomani di un evento critico che ha portato questo istituto agli onori della cronaca. L'umiltà e la sensibilità come pure lo spirito di squadra e di adattamento hanno contribuito significativamente a riportare gradualmente un clima di normalità all'interno dell'Istituto."

La pratica sportiva, specialmente in contesti "speciali" come quello dell'IPM Beccaria, si conferma ancora una volta un eccellente strumento di formazione e normalizzazione: "La proposta è nata in stretta collaborazione con associazioni sportive preparate, formate ed abituate a lavorare in questo particolare contesto" spiega Matteo Mizzon, responsabile dei progetti sociali biancorossi, "L'ottima sintonia con la Direzione e la costante presenza degli educatori dell'IPM, hanno fatto sì che l'occasione fosse un grande momento formativo".

Non solo rugby, ma anche calcio, basket, canottaggio, nuoto e judo in collaborazione con CSI Milano, F.C. Internazionale, Canottieri Milano, Filippo Genuizzi Basket, UISP Nuoto e Spartacus Judo Milano.

Federico Pozzi, educatore dei progetti sociali biancorossi afferma: "Il campus estivo all'interno del Carcere Beccaria ha permesso ai ragazzi di divertirsi mettendosi alla prova all'interno di un gruppo. Tramite lo sport, i ragazzi imparano «sul campo» l'importanza delle regole e il significato di lealtà, sacrificio, abnegazione e spirito di squadra. Per noi educatori è una sfida riuscire a portare della positività" continua Pozzi "in un posto dove non se ne respira molta."

Giovanni Tanca, educatore dei progetti sociali biancorossi, aggiunge: "Nonostante le difficoltà che un Istituto Penale Minorile possa presentare quotidianamente, son state due settimane molto positive, frutto della stretta e sincera collaborazione instaurata tra le diverse realtà che hanno contribuito alla riuscita del campus. L'attenzione del progetto, concentrata sulla sfera umana più che su quella sportiva, ha permesso di «lasciare» qualcosa ai ragazzi che speriamo li aiuti nel loro percorso di reinserimento sociale."

 

 

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