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Venerdì, 24 Novembre 2017

IBRAHIM, LAMIN E LE STORIE DEI SOPRAVVISSUTI DI LAMPEDUSA

Scritto da  Giuseppe Manzo Feb 17, 2015

Dopo la tragedia dell'8 febbraio in cui sono morte oltre 300 persone, Amnesty International ha incontrato, a Lampedusa e a Roma, sopravvissuti, rappresentanti della Guardia costiera e autorità locali. "Domenica il gommone ha iniziato a sgonfiarsi e a riempirsi d'acqua e chi era a bordo ha cominciato a cadere in acqua. A ogni ondata, cadevano due o tre persone. La prua si alzava e chi era a poppa finiva in mare. A un certo punto eravamo rimasti solo in 30"

 Al termine di una visita effettuata a Lampedusa, Amnesty International ha denunciato che le limitate risorse messe a disposizione dall'Unione europea per le operazioni di ricerca e soccorso in mare hanno contribuito all'aumento del numero dei morti in mare. Dopo la tragedia dell'8 febbraio in cui sono morte oltre 300 persone, Amnesty International ha incontrato, a Lampedusa e a Roma, sopravvissuti, rappresentanti della Guardia costiera e autorità locali.

Quando l'8 febbraio è stato lanciato l'Sos da uno di quattro gommoni in viaggio, la principale imbarcazione usata nell'ambito dell'operazione europea Triton era ormeggiata a Malta, a centinaia di chilometri di distanza, per manutenzione. Le grandi navi militari usate nell'operazione italiana Mare nostrum, non più operativa, erano a loro volta fuori uso, ferme in Sicilia. "Le autorità della Guardia costiera hanno risposto in modo ammirevole e con eccezionale coraggio personale all'Sos, trascorrendo lunghe ore in mare in condizioni incredibilmente avverse. È impossibile sapere quante vite avrebbero potuto salvare con maggiori risorse, ma il numero dei morti sarebbe stato probabilmente minore" – ha dichiarato Matteo de Bellis, responsabile delle campagne sull'Italia presso il Segretariato Internazionale di Amnesty International, appena rientrato da Lampedusa.

"Fino a quando il vuoto lasciato dalla fine dell'operazione di ricerca e soccorso Mare nostrum non sarà colmato, rifugiati e migranti continueranno a morire in massa nel Mediterraneo" – ha commentato de Bellis. Le partenze di migranti e rifugiati sono aumentate nel corso del fine settimana e continueranno a farlo mentre la Libia sprofonda nella violenza. La Guardia costiera italiana ha confermato che i suoi mezzi, insieme alle navi mercantili, hanno soccorso tra il 13 e il 15 febbraio oltre 2800 persone a bordo di almeno 18 imbarcazioni; solo il 15 febbraio sono state soccorse 2225 persone a bordo di oltre 10 imbarcazioni.

Amnesty International ha incontrato alcuni dei sopravvissuti al viaggio, col mare in tempesta, nel quale sono morte oltre 300 persone, che era stato intrapreso la settimana scorsa da quattro gommoni.

La partenza dalla Libia

Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, 400 migranti, in buona parte giovani provenienti dall'Africa occidentale, avevano preso il mare dalla Libia. I trafficanti li avevano trattenuti nei pressi della capitale Tripoli e si erano fatti pagare 650 euro a testa. La sera del 7 febbraio, uomini armati li avevano trasferiti al porto di Garabouli, 40 chilometri a ovest di Tripoli, facendoli salire a bordo di quattro gommoni. Solo la mattina dopo, i migranti si sono resi conto di essere in grave pericolo.

Sos

I rappresentanti della Guardia costiera hanno detto ad Amnesty International di aver ricevuto una chiamata da un telefono satellitare nel primo pomeriggio dell'8 febbraio, da un punto localizzato a 120 miglia nautiche a sud di Lampedusa e a 74 miglia nautiche a nord della Libia. Nella telefonata, pressoché incomprensibile, sono state colte le parole "pericolo, pericolo" in lingua inglese. In quelle circostanze - hanno proseguito i rappresentanti della Guardia costiera - i migranti erano pressoché destinati a morte certa. Infatti, il bollettino del mare per quella zona del Mediterraneo era stato pessimo per tutta la settimana. Inoltre, le imbarcazioni avevano piccoli motori fuoribordo che i trafficanti non avevano riempito del carburante necessario alla traversata. Secondo i racconti dei sopravvissuti, sono morte oltre 300 persone. I migranti, molti dei quali indossavano vestiti leggeri, sono rimasti esposti per due giorni a temperature prossime allo zero, pioggia, grandine e onde alte fino a otto metri.

I soccorritori della Guardia costiera sono riusciti a trarre in salvo 105 persone da uno dei gommoni alle 21 di domenica 8, ma dopo il salvataggio 29 di loro sono morte di ipotermia e per altre cause. Due navi mercantili che si trovavano nella zona hanno salvato nove sopravvissuti rimasti su due gommoni. I sopravvissuti hanno confermato che i gommoni erano quattro; il quarto risulta ancora disperso.

Ibrahim, un uomo di 24 anni proveniente dal Mali, è uno dei due soli sopravvissuti del suo gommone, soccorso da un mezzo mercantile: "[Alle 7 di sera di] domenica il gommone ha iniziato a sgonfiarsi e a riempirsi d'acqua e chi era a bordo ha cominciato a cadere in acqua. A ogni ondata, cadevano due o tre persone. La prua si alzava e chi era a poppa finiva in mare. A un certo punto eravamo rimasti solo in 30. Ci siamo attaccati alla corda del lato che stava ancora a galla, l'acqua saliva fino alla pancia. Poi siamo rimasti in quattro. Abbiamo resistito tutta la notte. Pioveva. All'alba, due sono scivolati via. La mattina abbiamo visto un elicottero. Ho raccolto una maglietta rossa che galleggiava nell'acqua e l'ho agitata perché potessero vederci. Hanno lanciato un piccolo canotto gonfiabile ma non avevo più le forze per raggiungerlo. Abbiamo aspettato ancora. Un'ora dopo, è arrivata una nave, ci hanno lanciato una corda e siamo saliti a bordo. Erano le tre del pomeriggio [del 9 febbraio]".

Lamin, a sua volta proveniente dal Mali, era sull'altro gommone soccorso da una nave mercantile: "Eravamo in 107. In alto mare, le onde hanno iniziato a sballottarci. Avevamo tutti paura. Ho visto tre di noi cadere in acqua e nessuno ha potuto aiutarli. Hanno cercato di rimanere attaccati al gommone ma non ce l'hanno fatta. Quando è arrivata la grande nave commerciale a soccorrerci, eravamo rimasti solo in sette. Ci hanno lanciato una corda e siamo saliti a bordo. Durante i soccorsi, la nostra barca si è spezzata in due parti che sono affondate, portando giù tutti i corpi".

L'operazione di soccorso

La Guardia costiera italiana ha risposto all'Sos dell'8 febbraio inviando un velivolo da ricerca e quattro motovedette, due delle quali subito e le altre in seguito, a causa di un problema al motore di una delle prime.
Il direttore delle operazioni di ricerca della Guardia costiera ha parlato in modo franco delle limitate risorse a disposizione: "Può immaginare cosa significa coprire quella distanza con un mezzo di 18 metri con onde alte otto o nove metri? Abbiamo avuto paura per la vita dei nostri equipaggi. Quando alla fine dell'inverno le partenze aumenteranno, non saremo in grado di prenderli tutti a bordo, se rimarremo gli unici a uscire in mare".

Il bisogno urgente di agire

Gli abitanti e le autorità di Lampedusa si stanno riprendendo dall'ultima di una lunga serie di tragedie del mare che hanno coinvolto la loro isola. La sindaca di Lampedusa, Giusi Nicolini, ha dichiarato ad Amnesty International: "Quando arrivano i morti, ci si sente sconfitti. Ci si chiede come mai non cambi niente. L'Europa è completamente assente, non c'è bisogno di essere esperti di questioni politiche per rendersene conto".

Amnesty International sollecita gli stati dell'Unione europea a prevedere operazioni collettive e coordinate di ricerca e soccorso lungo le rotte usate dai migranti, che siano quanto meno dello stesso livello di Mare nostrum. Nel frattempo, fino a quando ciò non accadrà, l'organizzazione per i diritti umani chiede all'Italia di fornire risorse aggiuntive di emergenza.

Molte delle persone soccorse in occasione dell'ultima tragedia provengono dalla Costa d'Avorio (41, compresi due bambini). Altre sono originarie del Mali (23, tra cui un bambino), del Senegal (nove), del Gambia (due) e del Niger (due). Poco più della metà delle vittime confermate (15 su 29) risultano ivoriani, cui vanno aggiunti sette uomini dal Mali, cinque dal Senegal, uno dalla Guinea e uno dalla Mauritania.

L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati si aspetta che i flussi di migranti che attraversano il Mediterraneo prosegua nel 2015. Nel 2014 hanno traversato il mare 218.000 persone e i dati del gennaio 2015 mostrano un incremento del 60 per cento degli arrivi rispetto allo stesso mese del 2014. L'anno scorso quasi 3500 persone sono morte in quello che è il più mortale percorso marittimo del mondo.

Redazione

@nelpaeseit

L'ultima modifica Mercoledì, 05 Luglio 2017 16:26
Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

Giornalista, Direttore nelpaese.it

Sito web nelpaese.it

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