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Lunedì, 23 Ottobre 2017

"CHIUDERE I CIE": IL FRONTE DEI SINDACI DA NORD A SUD

Scritto da  Giuseppe Manzo Gen 30, 2013

Da nord a sud si allarga il fronte del no ai Cie da parte di sindaci e amministratori locali che chiedono al governo la chiusura o il ripensamento dei centri di identificazione e di espulsione. Esprimono disagio per la presenza di queste strutture governative sul proprio territorio. Sulla stessa linea delle dichiarazioni del sindaco di Bologna, Virginio Merola, che ha invitato gli altri primi cittadini a ribellarsi. “Questi centri sono due volte ingiusti: verso le persone rinchiuse in maniera immotivata e verso gli abitanti dei luoghi che li ospitano” dice a Redattore Sociale Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, che considera “la battaglia per chiudere i Cie solo la punta dell’iceberg, deve diventare una battaglia per cambiare politica sull’immigrazione”. Secondo il sindaco dell’isola, “queste strutture concepite in ottica securitaria, diventano delle bombe come dimostra il caso di Lampedusa, perché se tieni le persone per un anno e mezzo in posti peggiori delle carceri e sovraffollati, è ovvio che diventano luoghi di proteste, rivolte, autolesionismo. Questo li rende centri estremamente problematici per le comunità locali”. 


Nicolini ricorda che “dal 2009 al 2011 a Lampedusa ci fu il Cie più scandaloso d’Italia, con le persone rimpatriate direttamente da un’isola priva di tribunali dove poter fare ricorso” e lo definisce “uno scempio dei diritti dei migranti e dell’isola”. I lampedusani protestarono contro il progetto dell’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni di costruire un nuovo centro di identificazione e di espulsione nell’ex base militare Loran. “Grazie a Legambiente è stato dichiarato abusivo e smantellato – dice Nicolini – ma anche il Cpsa di contrada Imbriacola se è usato come Cie ha solo la sigla diversa. Dopo la condanna della Corte europea ci aspettavamo che fossero rimossi i provvedimenti di Maroni. Bisogna rifondare la politica di accoglienza in strutture piccole sul territorio”. Il sindaco di Lampedusa lancia una richiesta ben precisa: “non vogliamo che il Centro di primo soccorso e accoglienza sia un pezzo di territorio espropriato alla comunità. I  comuni, gli enti locali devono poter decidere e incidere sulla qualità dell’accoglienza, vanno coinvolti nel decidere la natura giuridica dei centri perché sia condivisa dalle comunità che li ospitano”. 

Il problema è sentito negli stessi termini a Bari, città che ha sul suo territorio sia un Cie che un Cara, centro di accoglienza per richiedenti asilo. “Usano il codice del ministero della Difesa e vanno in deroga a tutta la normativa urbanistica – dice alla nostra agenzia Fabio Losito, assessore alle Politiche Educative e all’Accoglienza - Il Cie e la struttura adiacente sono sorti con questo approccio amministrativo che bypassa tutta la normativa. È una cosa che ho denunciato alla commissione europea per le autonomie locali, sottolineando come il governo centrale ingerisca nella pianificazione del territorio e non metta l’amministrazione comunale nella condizione di sapere quante persone arrivano, quando, e in che condizioni. È evidente che serve una  politica nazionale per ridefinire completamente il sistema di accoglienza”. 
Una delibera del consiglio comunale di Bari in cui c’è una presa di posizione politica contro il Cie è datata 2005, momento in cui il governo ne decise la realizzazione. “Ci fu una grossa polemica – ricorda Losito - perché non avevano previsto le porte ai bagni, cioè i bagni erano a vista. Almeno nelle funzioni vitali una persona dovrebbe avere la possibilità di appartarsi un attimo e invece veniva concepito come una struttura nella quale veniva negato ogni diritto”. In città è in corso una causa in tribunale contro il ministero dell’Interno per le violazioni dei diritti umani nel Cie. Si attende dalla scorsa estate una decisione del giudice che dovrà dire se il Cie è un carcere illegale, perché fuori dall’ordinamento giuridico. “La posizione dell’amministrazione comunale sul Cie resta assolutamente negativa con la richiesta di chiusura e l’adesione alla Class action procedimentale dell’avvocato Luigi Paccione – ribadisce l’assessore -  ma la delibera di consiglio comunale è un atto politico non amministrativo, il governo procede a prescindere”.

Molto simile la vicenda di Lamezia Terme dove, dopo un rapporto di Medici per i diritti umani, a ottobre  il sindaco Gianni Speranza ha scritto al ministro dell’Interno per chiederne la riconversione da centro di reclusione in centro di accoglienza. “L'esistenza dei Cie non dipende dai Comuni ma è il Ministero dell'Interno che ha deciso e istituito queste strutture di detenzione in tempi ormai lontani e senza chiedere neanche un parere agli enti locali interessati”, ha detto il primo cittadino di Lamezia in quell’occasione. 
”Essendo il Cie ubicato su un terreno di proprietà comunale - ha evidenziato il sindaco rivolgendosi al ministro Cancellieri - la prego di voler tener conto di questa nostra volontà”. Già nel 2007, Speranza aveva inviato, inascoltato, la stessa richiesta al predecessore Giuliano Amato, dopo il suicidio nel centro di un cittadino bulgaro di nome Pamukov Hristo Aleksandrov.  
I centri di identificazione ed espulsione “vanno ripensati radicalmente” aveva detto a luglio 2012 il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, dopo una visita al Cie di via Corelli, augurandosi che “se ne parli di più per arrivare in tempi celeri a una auspicabile e profonda modifica, se non cancellazione, della Bossi-Fini”. Da ultimo, infine, le dichiarazioni di Merola, che sabato scorso ha definito il Cie bolognese “un cuore di tenebra” e “un settore speciale di punizione che non ha alcun senso”. Più che un centro di identificazione ed espulsione dall’Italia, e’ un luogo di “espulsione alla condizione umana” e per questo, secondo il sindaco di Bologna, “va chiuso”. 

(fonte Redattore Sociale, Raffaella Cosentino)

L'ultima modifica Lunedì, 04 Settembre 2017 15:12
Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

Giornalista, Direttore nelpaese.it

Sito web nelpaese.it

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