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Lunedì, 23 Ottobre 2017

POVERTA', POLETTI: UN PIANO NAZIONALE. MA LE ACLI CRITICANO GOVERNO

Scritto da  Giuseppe Manzo Lug 12, 2014

Il ministro del Welfare interviene alla presentazione del rapporto Caritas e accoglie la proposta di un piano nazionale senza dare maggiori dettagli operativi. Le Acli attaccano: "Nessun segnale concreto". Riforma del terzo Settore: un anno per l'attuazione 


"La povertà non si risolve con l'assegnino dell'Inps. Proviamo a costruire un piano nazionale contro la povertà". È quanto ha affermato il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti intervenendo alla presentazione del rapporto di Caritas Italiana su "Il bilancio della crisi. Le Politiche contro la povertà in Italia". Il titolare del Welfare ha così in parte ascoltato le richieste del direttore della Caritas Francesco Soddu e dei curatori della ricerca, i quali sostengono la necessità di inserire nell'agenda politica l'obiettivo del contrasto alla povertà assoluta e di cambiare marcia con un piano d'azione nazionale al posto di interventi spot e sperimentazioni continue e frammentarie. "Il piano nazionale deve definire una governance condivisa per riorganizzare tutte le risorse di contrasto alla povertà di modo che questo insieme trovi una sua modalità di gestione. Serve una radicale riorganizzazione degli strumenti a disposizione e una valutazione degli stessi – ha detto Poletti - Il nostro Paese non ha mai avuto una politica sociale degna di questo nome".

La richiesta di molte realtà, da Caritas a Fio.Psd, ad Actionaid, Cgil, Save the children e altre, riunite nell'Alleanza italiana contro la povertà è l'introduzione anche in Italia del Reis, reddito d'inclusione sociale. Misure come questa di contrasto stabile alla povertà, ad esempio esistono nel Regno Unito dal 1948. Sull'introduzione del Reddito di inclusione sociale, Poletti ha risposto che "c'è sempre qualche elemento di preoccupazione di induzione alla passività e alla dipendenza, per cui una misura di questo tipo potrebbe diventare tossica. Bisogna ridurre il rischio di un trasferimento monetario che fa diventare passivi perché la nostra idea è di una politica attiva". La premessa del ministro, rispetto all'azione complessiva del governo, è stata che "tutto ciò che tende alla passività e produce dipendenza è tossico e non lo facciamo".

Poletti non ha dato maggiori dettagli su quali possano essere le misure effettive di contrasto alla povertà, suscitando subite le critiche delle Acli. In una nota, Gianni Bottalico, presidente delle Acli, attacca: "da Poletti nessun segnale concreto per contrastare la povertà". "Le dichiarazioni del ministro di quest'oggi, riferite alla lotta alla povertà, ci lasciano un po' preoccupati, nel senso che non abbiamo riscontrato una volontà politica atta ad avviare un percorso strutturato contro la povertà – si legge nel comunicato di Bottalico - Ci è stata assicurata attenzione alle nostre proposte, ma sul piano della volontà di attivarsi da subito con un piano nazionale della povertà strutturato, pluriennale e con risorse da assegnare è stato evasivo. Questo ci lascia molto perplessi, soprattutto questa impostazione tutta orientata verso la social card, uno strumento che ha rivelato tutti i suoi limiti, piuttosto che a una soluzione come noi continuiamo a indicare più autorevole, più strutturata e più politica che è quella del Reis".

Sarà necessario almeno un anno per vedere attuata la riforma del Terzo Settore approvata ieri dal Consiglio dei ministri. "È chiaro che per poter fare i decreti delegati è necessario che il parlamento approvi la legge delega – ha spiegato il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali nel corso della conferenza stampa - pensiamo che nell'arco di sei otto mesi sia possibile avere l'approvazione della legge delega e poi abbiamo sei mesi per l'approvazione dei decreti delegati, quindi direi 12 mesi per la concreta attuazione". Rimane ancora poco chiara la copertura finanziaria della legge. "Sul piano delle risorse – ha continuato Poletti - al momento noi abbiamo immesso una norma che dice che, prima dell'approvazione, ogni decreto delegato deve definire le risorse eventualmente necessarie. Abbiamo valutato che con le risorse presenti nel fondo specifico per il servizio civile, più le risorse inutilizzate e quelle risorse disponibili per ilProgramma garanzie giovani, noi siamo in grado tra la fine del 2014 e l'inizio del 2015 di avere circa 40mila giovani italiani che possano fare il servizio civile. Per noi è già una buona risposta come primo step per arrivare a centomila in tre anni. Stiamo dialogando con altri ministeri come l'Ambiente e la Cultura per vedere se mettendo insieme le risorse possiamo fare bandi specifici per i giovani su temi ambientali o culturali. Quarantamila partiranno per il servizio civile, i bandi nazionali e regionali sono già in predisposizione".
Il responsabile del Welfare, nel corso del suo intervento alla Caritas, ha spiegato anche lo spirito della legge delega di riforma del Terzo settore. "Abbiamo assunto un orientamento che ha due pilastri: la partecipazione attiva dei cittadini, e il fatto che prima del mercato e dello Stato vengono le persone e le comunità – ha detto - In campo ci sono tre soggetti: lo Stato, il mercato e la società". Secondo questo approccio, ha ribadito il ministro, "il terzo settore non è un soggetto chiamato in campo difronte alle emergenze, o quando lo Stato non ci arriva, ma pensiamo a tre soggetti che agiscono insieme in modo strutturale e sistematico". Infine, Poletti ha concluso annunciando che "la Commissione europea ha approvato il piano operativo garanzie giovani dell'Italia, in questo caso siamo arrivati secondi dopo la Francia".

Lo scenario

Sulle politiche contro la povertà, il governo Renzi dovrà decidere se avviare un Piano nazionale, continuare ad alimentare il "welfare all'italiana" con la social card oppure spingere il paese verso "scenari da Seconda Repubblica". È forte l'attesa per le scelte dell'esecutivo sul tema della povertà contenuta tra le righe del primo Rapporto Caritas sulle politiche di contrasto alla povertà presentato oggi a Roma. Un dossier che scende fin nei minimi dettagli degli strumenti messi in campo negli ultimi anni dai diversi governi, ma che rispetto al futuro riesce solo a ipotizzare tre possibili scenari, in attesa che Renzi faccia la sua mossa. "Entro la fine del 2014 si comprenderà l'orientamento del Governo Renzi sulla lotta alla povertà – spiega il rapporto -. Infatti, le azioni che l'esecutivo, con il ministro del Welfare, Poletti, deciderà di intraprendere o quelle che sceglierà di non intraprendere entro la conclusione dell'anno, momento dell'approvazione della Legge di Stabilità, indicheranno la direzione che intende seguire". Fino a quel momento, quindi, si possono fare solo previsioni.

Un piano nazionale

La più ottimistica è quella che il governo decida di implementare un Piano nazionale contro la povertà. Una scelta che avrebbe già pronta una soluzione delineata dall'Alleanza contro la povertà in Italia, promossa dalla stessa Caritas, insieme alle Acli e ad altri soggetti del terzo settore: il Reddito d'inclusione sociale (Reis). Un progetto che potrà diventare realtà "se Renzi e Poletti faranno della lotta alla povertà una priorità politica e decideranno di affrontare questo flagello ripensando le attuali modalità d'intervento". Una misura, quella del Reis, che potrebbe essere introdotta gradualmente andando a colpire in primo luogo la povertà estrema per andare a regime, se introdotto nel corso del prossimo anno, nel 2018.

Ipotesi "welfare all'italiana"

Al più auspicabile degli scenari, la Caritas affianca quello di un "welfare fondato sulla social card", (la tradizionale e non quella sperimentale). Un'ipotesi che, secondo il rapporto, coniuga l'ascesa della povertà tra le priorità politiche alla mancata volontà di realizzare interventi innovativi. "Questo scenario prevedrebbe il trasferimento diretto di un contributo monetario dallo Stato ai cittadini – spiega il rapporto -. Un trasferimento che si andrebbe ad aggiungere ai numerosi già esistenti, rendendo ulteriormente frammentato il quadro". Seppur con un importo maggiorato, da 40 a 80 euro mensili, l'ipotesi di un welfare marchiato "social card" non entusiasma. "Lo si sarebbe potuto anche chiamare, altresì, modello "conservazione del welfare all'italiana" perché i suoi tratti ripetono quelli che da sempre caratterizzano le risposte nel nostro paese".

Lo scenario da Seconda Repubblica

Un'ipotesi che potrebbe realizzarsi qualora il governo decidesse che la lotta alla povertà non è una priorità politica e venisse meno anche la volontà di cercare nuove strade per combatterla. "In tal caso, il g overno proseguirà con la sperimentazione del Sia – spiega il rapporto -, lungo il percorso tracciato dal precedente esecutivo, e ne farà l'unico proprio intervento contro l'indigenza. Mancando una scelta politica a favore del contrasto all'esclusione sociale, si lascerà la sperimentazione seguire l'iter già stabilito e spegnersi progressivamente, senza ulteriori azioni in materia". Uno scenario che prendere il nome dalle "numerose analogie con le vicende degli ultimi 20 anni", aggiunge il rapporto, soprattutto se si ritorna indietro al 1997, quando in Italia ci fu una stagione di grande interesse rispetto al tema della povertà che portò negli anni successivi ad avviare diverse sperimentazioni di reddito minimo, sfortunatamente mai andate a regime. Per gli autori del rapporto, però, "gli anni non sono trascorsi inutilmente per quanto riguarda la progettualità dato che è stato fatto tesoro dell'esperienza. Perlopiù, pertanto, la qualità tecnica delle proposte è migliorata nel tempo".

Redazione (Fonte: Redattore Sociale)

@nelpaeseit

L'ultima modifica Lunedì, 26 Giugno 2017 11:59
Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

Giornalista, Direttore nelpaese.it

Sito web nelpaese.it

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