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I RAGAZZI E LE DROGHE: STORIA DI UN FALLIMENTO DELLE POLITICHE REPRESSIVE

 

 

Il dolore della perdita, lo stillicidio dell'impotenza sono fatti privati, intimi. Da tutelare con il rispetto ed il silenzio. Non parleremo, quindi, della tragica morte di una sedicenne per arresto cardiaco causato dall'assunzione di una sostanza stupefacente né della violenta aggressione di un ventiduenne ai danni del presunto spacciatore del fratello quindicenne.

Avremmo preferito che la stessa scelta l'avesse fatta Giorgia Meloni, deputata ed esponente di Fratelli d'Italia-Alleanza Nazionale, che ha dichiarato alla stampa: "Chi spaccia droga, soprattutto a dei minorenni, dovrebbe essere perseguito per il reato di tentato omicidio"; "Non possiamo far finta di non sapere che questo ragazzo non aveva strumenti per difendere il suo fratellino dalla droga, magari dalla dipendenza, forse perfino dalla morte".

Alla politica compete interrogarsi, confrontarsi e legiferare su un fenomeno, quello dell'uso di sostanze stupefacenti, non stigmatizzare i consumatori. Dai politici ci si aspetta un'analisi complessa di questo stesso fenomeno, che non si limiti a una proposta semplificata dei dispositivi sanzionatori che individui i responsabili; ci si aspetta che si assumano le loro, di responsabilità, quelle di aver appiattito il dibattito politico sulle posizioni di partito, di aver progressivamente ridotto spazi e tempi di confronto - l'ultima Conferenza Nazionale è stata convocata quasi otto anni orsono, di aver sistematicamente smantellato i servizi di limitazione dei rischi e di riduzione dei danni rivolti ai più giovani.

Non a caso proprio lunedì alcune associazioni, Antigone, Forum Droghe, Lega Italiana Lotta all'AIDS (LILA), Associazione Luca Coscioni e Società della Ragione, hanno inviato una lettera di diffida al Governo per denunciare la mancata piena applicazione della legge sulle droghe, richiedendo la convocazione della Conferenza Nazionale.

Due anni fa, in questo periodo, scrivemmo in seguito a un'altra morte di un altro sedicenne: "La riduzione dei danni e dei rischi è prassi ormai diffusa e consolidata nella maggior parte dei Paesi europei, l'informazione rappresenta ancora la prima pratica salvavita da attuare.". E ancora: "Invocare maggiori controlli e repressione significa assumersi la responsabilità di perpetrare un modello che abbiamo tristemente esperito essere fallimentare.".

Il tempo trascorso non ha prodotto un cambio di rotta delle politiche nazionali sulle droghe. Di contro la propaganda securitaria si è inasprita: le esternazioni dei politici, non solo dell'onorevole Giorgia Meloni, la conversione in legge del decreto-legge 20 Febbraio 2017 n. 14 recante "Disposizioni urgenti in materia di sicurezza urbana" che riconduce il consumo di sostanze legali e illegali a un fenomeno da contrastare ed eliminare con ordinanze comunali a presunta tutela del decoro e della sicurezza urbani.

In questo panorama sociale e politico anche il linguaggio sulla droga è tornato ad essere quello della war on drug degli Anni Ottanta: il fenomeno è rappresentato in termini di invasione della società, di nemico da combattere. Una lettura dicotomica della tutela della salute, caratterizzata dallo scontro tra Bene e Male e dalla colpevolizzazione dei consumatori.

Quella guerra è fallita, anche l'Assemblea Generale ONU sulle droghe (UNGASS) dello scorso anno l'ha riconosciuto. Le tante, troppe morti di giovani ragazze e ragazzi ne sono la testimonianza: ad uccidere non sono la droga, le droghe. Sono le politiche omissive e repressive che Paesi come il nostro continuano a promuovere e perpetrare.

Roberta Tumiatti e Alessandro Metz

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