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"COME UN GRANELLO DI SABBIA": A TEATRO LA STORIA DI UN INNOCENTE IN CARCERE

La vicenda di Giuseppe Gulotta – contenuta nel libro “Alkamar-la mia vita in carcere da innocente” (ed. Chiarelettere) da lui scritta insieme a Nicola Biondo - è quella di un giovane muratore di 18 anni, con una vita come tante, che viene arrestato e costretto a confessare l'omicidio di due carabinieri ad "Alkamar", una piccola caserma in provincia di Trapani.

 

 

 

“Come un granello di sabbia. Giuseppe Gulotta, storia di un innocente” testo e regia di Salvatore Arena e Massimo Barilla, con Salvatore Arena ritorna, dopo la tournée nazionale degli ultimi mesi, al Teatro Cilea di Reggio Calabria domenica 23 aprile (ore 21), nell’ambito della prima edizione del festival MigrArtes, promosso e ideato dalla Fondazione Horcynus Orca e dalle associazioni Mana Chuma Teatro, Teatro di Figura Le Rane e Soledad.

La data, che coincide con la festività di San Giorgio, patrono della città, è stata concordata con l’Amministrazione Comunale, a sottolineare, simbolicamente e concretamente, il forte rapporto che lega Giuseppe Gulotta alla città dello Stretto, luogo in cui la sua lunghissima odissea ha trovato finalmente giustizia. Dopo lo spettacolo è previsto l’incontro con Giuseppe Gulotta.

La vicenda di Giuseppe Gulotta – contenuta nel libro “Alkamar-la mia vita in carcere da innocente” (ed. Chiarelettere) da lui scritta insieme a Nicola Biondo - è quella di un giovane muratore di 18 anni, con una vita come tante, che viene arrestato e costretto a confessare l'omicidio di due carabinieri ad "Alkamar", una piccola caserma in provincia di Trapani.

Il delitto nasconde un mistero indicibile: servizi segreti e uomini dello Stato che trattano con gruppi neofascisti, traffici di armi e droga. Per far calare il silenzio serve un capro espiatorio, uno qualsiasi. Gulotta ha vissuto ventidue anni in carcere da innocente e trentasei anni di calvario con la giustizia. Non è mai fuggito, ha lottato a testa alta, restando lì come un granello di sabbia all’interno di un enorme ingranaggio. Fino al processo di revisione (il decimo, di una lunga serie), ostinatamente cercato e ottenuto, che lo ha definitivamente riabilitato.

La sua storia, dalle conseguenze violentemente drammatiche e non risanabili, è raccontata nello spettacolo prodotto da Mana Chuma Teatro, Fondazione Horcynus Orca, Horcynus Festival ’15, in collaborazione con La.P.E.C. E Giusto Processo e con il sostegno di Provincia di Reggio Calabria, Comune di Reggio Calabria, Comune di Bova.

 

Gli autori

“Per quello che Giuseppe Gulotta ha vissuto, protagonista suo malgrado di questo itinerario – scrivono gli autori - ma anche per le altre varie vittime della vicenda, affrontare questi avvenimenti sulle tavole di un palcoscenico pone di fronte ad una grande responsabilità. La responsabilità, certo, di non tacere l’incredibile vicenda legale, la lunghissima serie di omissioni, errori, leggerezze, falsificazioni, palesi violazioni della legge che oggi ci fanno definire questa vicenda come una vera e propria frode giudiziaria. La responsabilità, naturalmente, di non dimenticare il contesto e gli interessi in campo che generano il dramma. Ma principalmente la responsabilità di declinare la drammaturgia, attraverso la vicenda umana di Giuseppe (ma anche di Salvatore e Carmine – le due vittime della strage – o di Giovanni, Vincenzo, Gaetano – gli altri capri espiatori designati) rendendo giustizia alla sua dimensione personale, quella di una vita quasi interamente sottratta per ragioni inconfessabili".

"Provare ad innescare un processo di identificazione, pur senza aver attraversato quello che lui ha attraversato, senza aver sofferto quello che lui ha sofferto con un incredibile senso di dignità e consapevolezza. Provare a compiere questo corto circuito narrativo riuscendo a sottrarsi a qualsiasi intento retorico. La voce di Giuseppe ci attira in questo vortice raccontando, come trovasse per la prima volta qualcuno disposto ad ascoltare, la gioventù interrotta, l’arresto, le torture, i colpevoli silenzi, i pregiudizi, ma anche l’irriducibile cocciuta speranza in un restituzione finale della propria umile e alta identità. Lo fa alternandosi a voci secondarie, ma necessarie: un vicequestore illuminato schiacciato anche lui dall’ingranaggio, l’ufficiale dell’arma regista occulto delle torture (un Kurz rovesciato, lucido e per nulla tormentato), la moglie Michela, i genitori. Ogni voce, ogni episodio del vortice, trova il proprio luogo all’interno della scenografia, leggera e opprimente ad un tempo, di Aldo Zucco, capace di diventare multiforme nei suoi pochi, ma importanti segni. Le musiche originali di Luigi Polimeni, contrappunto ritmico ed emozionale al racconto, diventano esse stesse drammaturgia, sostenendo lo scorrere inesorabile della storia in tutte le sue partiture emotive”.

Redazione

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