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REDDITO INCLUSIONE: "PRIMO PASSO, ORA SERVE PIANO IN 3 ANNI"

 

 

 

“Il decreto legislativo sul Reddito di inclusione disegna una buona macchina, ma ora bisogna mettere più benzina in questa macchina”. Lo dice Cristiano Gori, coordinatore scientifico dell’Alleanza contro la povertà, che aggiunge: “Il disegno del decreto legislativo riprende cose che avevamo concordato come Alleanza nel Memorandum siglato con il governo, quindi non possiamo che essere positivi, ma il testo è complesso e saranno possibili aggiustamenti nei vari passaggi parlamentari”.

Insomma, l’impianto del testo convince l’Alleanza, “del resto, non potrebbe essere altrimenti visto che vi abbiamo contribuito”. Anche se, precisa Gori, “i meccanismi del Reddito di inclusione ovvero la valutazione delle condizioni economiche dei richiedenti, la definizione dell’importo dei contributi e i servizi di presa in carico funzionano in generale ma sono applicabili in base alle risorse disponibili, e quindi l’investimento sui servizi è basso, gli importi dei contributi sono bassi e anche i requisiti dei richiedenti. Con un incremento di risorse, si potranno estendere le misure”.

“Siamo soddisfatti, ma è importante ricordare che questo decreto è un primo passo e bisogna continuare subito perché non vogliamo andare a finire con una riforma a metà – spiega Gori –. L’Italia ha una lunga tradizione di riforme incompiute e non vogliamo che la povertà vada ad arricchire questo elenco”.

Il decreto conclude il percorso sul Reddito di inclusione (iniziato con la Legge di stabilità del 2016, i fondi strutturali, ecc...), ma quale sarà il prossimo passo? “Per noi deve essere la definizione di un Piano pluriennale che porti a completare la misura in 3 anni”, risponde Gori.

Due gli aspetti che devono essere tenuti presenti: l’universalimo della misura, “raggiungere tutte le famiglie in povertà assoluta”, e l’adeguatezza dei contributi e dei servizi di reinserimento. “C’è il rischio di trasmettere l’idea che la riforma vada avanti dando poco per raggiungere più persone possibile – precisa Gori – Per questo è importante l’adeguatezza che deve riguardare la risposta complessiva nella doppia dimensione di importi monetari adeguati e di una presa in carico adeguata”.

“Adottare un Piano pluriennale adesso significa prendere impegni precisi sui prossimi 3 anni per un’estensione progressiva della misura in termini di risorse investite e di persone raggiunte”, conclude.

Redazione (Fonte: Redattore Sociale/lp)

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