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SPORT E OMOFOBIA: INTERVISTA A FABIO CORBISIERO

A Napoli in occasione della Giornata Mondiale contro l’Omofobia un confronto sui temi del genere e dell’orientamento sessuale nello sport, con la partecipazione di ricercatori, testimonianze dalle associazioni e dal mondo sportivo. Intervista al sociologo Fabio Corbisiero.

 

 

Il calcio è lo sport in cui i gay sono più discriminati, ma solo perché è la disciplina sportiva più diffusa nel nostro Paese. In realtà, passando dal nuoto al tennis, non abbiano alcuna notizia di sportivi che fanno coming out.

Questo la dice lunga, visto il numero degli omosessuali in Italia, secondo il sociologo Fabio Corbisiero, dell’Osservatorio LGBT – Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università di Napoli Federico II, che promuove a Napoli, in collaborazione con la con la cattedra di Sociologia dello Sport, il convegno “Che genere di sport?”.

L’incontro si terrà mercoledì 17 maggio 2017 (dalle 15) presso la sede del Dipartimento di Scienze Sociali in via Monte della Pietà 1, in occasione della Giornata Mondiale contro l’Omofobia, per aprire un confronto sui temi del genere e dell’orientamento sessuale nello sport, con la partecipazione di ricercatori, testimonianze dalle associazioni e dal mondo sportivo, e un video saluto di Massimiliano Rosolino sul contrasto all’omofobia nello sport.
Corbisiero, già autore di testi sul mondo rainbow in relazione a diversi ambiti sociali, ci racconta le ragioni di questo momento di riflessione napoletano.

Quanto sono ancora diffusi atteggiamenti omofobici e ancor più transfobici nello sport?

Ancora troppo, sia tra i professionisti sia a livello della tifoserie. Lo sport, a partire dal calcio che per cultura e in particolare a Napoli resta quello più sentito, è ancora un universo prevalentemente maschile. Le squadre di calcio di serie A sono tutte maschili. Le donne trovano molte difficoltà a livello agonistico, basti pensare che ancora oggi nessuna disciplina sportiva femminile è qualificata come professionistica. L’agonismo e il professionismo è lasciato all’iniziativa delle singole atlete, ma non c’è un gruppo che le tuteli come professioniste. La mancata qualificazione delle discipline sportive femminili come professionismo determina, poi, pesanti ricadute in termini di assenza di tutele sanitarie, assicurative, previdenziali, e di trattamenti salariali adeguati all’effettiva attività svolta. Capitolo a parte per le persone trans, che quando prendono parte a una competizione, stando alla normativa nazionale, possono parteciparvi dichiarando il genere biologico, non quello anagrafico.

Cosa si può fare in termini legislativi per incentivare la partecipazione di persone LGBT allo sport?

La legge di riferimento ancora oggi è la 91 del 23 marzo 1981, una legge desueta che va aggiornata al più presto, in cui sono ancora evidenti le disparità tra uomini e donne nella partecipazione sportiva e che considera solo una parte delle discipline agonistiche. Ma il cambiamento legislativo deve agganciare il cambiamento sociale.

Quale è, secondo te, la disciplina sportiva dove sono più forti le discriminazioni?

Il calcio, perché è quello più diffuso in Italia. Non abbiamo notizia di calciatori che abbiano fatto coming out, ovviamente ce ne sono tanti, ma non vengono allo scoperto per paura di essere discriminati, immaginiamo cosa potrebbe diventare una situazione come lo spogliatoio. Del resto, è ancora molto difficile oggi dichiarare apertamente la propria identità sessuale in tutte le sfere della vita sociale, dalla scuola all’università, passando per il mondo del lavoro.

Cosa si andrà ad analizzare nel convegno?

Il convegno vuole raccontare queste storie e vuole farlo anche come contributo scientifico, parallelamente a tutta una serie di attività ed eventi che stiamo organizzando come università, da un flash-mob fotografico in cornice rainbow a riflessioni sul linguaggio che cambia con l’uso del differenziale semantico. Dal convegno usciranno delle proposte che speriamo di portare all’attenzione del governo nazionale. L’augurio è quello di avere un giorno, non troppo lontano, una squadra di eccellenza femminile e far sì che l’agonismo non sia legato al genere ma alle persone.

Maria Nocerino (da napolicittasolidale.it)

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