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Lunedì, 23 Ottobre 2017

"AMATI DA VIVERE": LE AZIONI DI GULLIVER CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

Scritto da  Giuseppe Manzo Apr 03, 2014

La coop sociale Gulliver nell'ambito delle azioni di Responsabilità Sociale d'Impresa, ha pianificato insieme a CNA Modena e in accordo con l’Associazione Casa delle Donne, una collaborazione di lungo periodo contro la violenza di genere: ecco alcune riflessioni e una testimonianza. 

 

In Gulliver più dell’87% dei lavoratori sono donne, donne che nella maggior parte dei casi lavorano a sostegno di altre donne: madri, figlie, mogli. Per questo motivo la Cooperativa, nell'ambito delle azioni di Responsabilità Sociale d'Impresa, ha pianificato insieme a CNA Modena e in accordo con l’Associazione Casa delle Donne, una collaborazione di lungo periodo che finora ha sviluppato le seguenti azioni: rubrica sul magazine aziendale “I Viaggi di Gulliver” dedicata al tema della violenza alle donne per 4 uscite (Giugno 2013- Giugno 2014), sviluppata attraverso due articoli uno curato dall’Associazione ed una socia lavoratrice di Gulliver; campagna di sensibilizzazione contro la violenza alle donne:  spot  sulle emittenti radiofoniche locali nel periodo dal 25 novembre al 5 dicembre, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne; locandina distribuita ed esposta nelle bacheche di tutti i servizi Gulliver e CNA di Modena e provincia; biglietti da visita distribuiti in occasione delle Assemblee dei Soci e di altre iniziative.

Violenza contro le donne: riflessioni e testimonianze

L’Associazione Casa delle Donne Contro la Violenza ONLUS opera sul territorio modenese dal 1991. Nel corso degli anni, le donne che hanno intrapreso coraggiosamente un percorso di uscita dalla violenza e che si sono rivolte a noi sono state circa 3.500. Solo nel 2013 abbiamo accolto 319 donne, di cui più della metà erano italiane, e abbiamo ospitato otto donne e tredici bambini nelle nostre case rifugio. Ognuna di loro ci ha raccontato la sua storia, ha condiviso con noi un’esperienza di relazione fra donne, il suo vissuto della relazione violenta e l’immagine del proprio maltrattante, quasi sempre il partner o l’ex partner. È a partire dalle nostre e dalle loro esperienze che proponiamo la riflessione che segue. Molte delle donne che abbiamo incontrato in tutti questi anni di lavoro ci hanno parlato della loro relazione con i partner violenti. Ciò che colpisce in questi racconti riguarda la loro difficoltà a riconoscere la violenza stessa. In alcuni casi, l’incontro viene inizialmente riportato come una relazione molto coinvolgente, e il partner è descritto come “il principe azzurro” o “l’amore della propria vita” che solo in un secondo tempo si trasforma in qualcosa di segno opposto. Le donne riportano cioè un’esperienza iniziale di totale affidamento, di annullamento dei confini e quasi di fusione col partner, in uno stato di grande appagamento. Alcune donne parlano quindi di una fase di innamoramento in cui si sentono ammaliate e sedotte, protette e comprese e in cui la sintonia che sentono col partner fa abbassare loro le difese ed essere accondiscendenti rispetto ai propri e agli altrui confini. L’inizio della relazione è descritto come un momento in cui ci si sente disponibili a compromessi poiché ci si sta ridefinendo nel rapporto con l’altro. In queste circostanze, probabilmente comuni in ogni processo di innamoramento, il sentimento dell’appagamento e del completamento reciproco (l’idea romantica di avere trovato l’altra metà della mela che combacia perfettamente con la propria) si può accompagnare con l’angoscia della perdita e con l’esigenza del controllo o del possesso dell’altro da sé. Sulla base dei racconti delle donne, questo è forse uno dei momenti di massima vulnerabilità, in cui la donna può trovarsi più esposta all’instaurarsi di una relazione violenta. Quello che confonde le donne è che la violenza si insinua piano piano fra le pieghe della relazione amorosa e, anzi, viene giustificata da chi la compie (e talvolta tollerata da chi la subisce) proprio in nome di questo amore, come se violenza e amore fossero le facce della stessa medaglia. Molte donne si convincono quindi che volere bene al proprio uomo comporti certi compromessi, mentre molti partner violenti si giustificano dicendo che certe loro azioni o certe richieste sono solo una manifestazione della loro premura e del loro amore. L’idea di amore romantico confonde le cose e le persone ed è spesso usata strumentalmente per dare senso all’inizio di una relazione violenta. Ci sono poi anche altre circostanze oggettive che possono rendere le donne più “indifese” o esposte: esperienze passate che in qualche modo “preparano il terreno”, nel senso che rendono le donne più fragili da un punto di vista emotivo, più indifese nella relazione amorosa. Ad esempio, la giovane età quando si instaura il rapporto, la migrazione, una cultura di stampo patriarcale che viene insegnata dalla famiglia di origine, la gravidanza, oppure il sogno di avere una propria famiglia felice come massima aspirazione e realizzazione dell’identità femminile.

Così le donne in accoglienza hanno descritto i propri vissuti:

A volte le nostre famiglie di origine ci dicono di essere bravi e buoni, che questo è giusto e questo è sbagliato, ma una cosa non ci insegnano: a proteggerci. Non ci danno gli strumenti in mano sufficienti a scoprire chi siamo. Perché loro ci vogliono a loro immagine e somiglianza.

(donna italiana)

Il mio vissuto da quando mi ero separata era che avevo fatto corsi, incontri, la gente diffondeva l’amore fraintendendolo… nel mio percorso ho incontrato questa persona in un momento particolare. (…) Non è stato un errore di gioventù e neanche di vecchiaia. Un senso di solitudine può dare un significato. Ero circondata da tante persone, ma nessuno mi poteva dare quello che cercavo sin da bambina. (donna italiana)

Comunque era un periodo di assoluta fame nel senso [di] fame di accettazione, fame di sentirmi finalmente guardata e ammirata come donna, cosa che non avevo mai avuto quindi c’era come una ricerca costante, e ogni volta che trovavo qualcuno non bastava mai, non è che trovassi una persona e mi saziava questa cosa, no, volevo sempre di più, ancora, ancora, ancora. (…) Io mi sono sempre sentita violentata non fisicamente, ma psicologicamente (…). Io non dico che la violenza sessuale o comunque fisica sia minore… (…) però non si riconosce spesso quanto la violenza psicologica sia distruttiva e quanto soprattutto ci sia. Spesso vengono sottovalutate delle cose (…) quando invece sono vera e propria violenza psicologica e anche i genitori, spesso, sono i primi a fare violenza psicologica. Questo lo dirò sempre. Io sono stata una persona violentata psicologicamente e credo che questo (…) abbia la sua parte nel fatto che poi mi sia successo quello che mi è successo. (donna italiana)

Quando, passati i primi momenti, la donna si rende conto che qualcosa non va, può emergere comunque il desiderio di preservare la relazione, in nome dell’unità della famiglia. Per molte, l’idea della famiglia felice o, per usare le parole di alcune, della “famiglia del Mulino Bianco” riveste una grandissima importanza e motiva la donna alla sopportazione, nel tentativo di far cambiare il compagno. L’immagine “romantica” della famiglia, come luogo di appagamento individuale, che va preservato per il bene dei figli o per non incorrere nel giudizio altrui, può spingere la donna a restare nella relazione violenta, insieme alla vergogna e al senso di colpa per il fallimento, come se il buon andamento della relazione coniugale fosse una responsabilità prettamente femminile. I racconti delle donne che abbiamo incontrato ci descrivono vissuti degli uomini violenti che sono contraddittori. Come già precisato, la quasi totalità delle donne accolte ci ha parlato di partner o ex partner, in misura molto minore di famigliari e quasi mai di sconosciuti. La donna che è ancora succube della violenza, poiché ha appena cominciato il suo percorso di autonomia, oppure che vive da molti anni questa modalità relazionale, può descrivere la violenza come qualcosa che la annulla, la priva della propria identità e del proprio potere. L’autore di questa violenza è visto come estremamente “potente”: è lui che, imponendosi con la forza, determina, decide e controlla tutto il resto, diventando l’unica misura possibile di ogni cosa. Il conflitto in questi casi non è attraversato ma risolto grazie all’imposizione della forza da parte dell’uomo e con l’omologazione all’unico punto di vista possibile da parte della donna. La condotta violenta può assumere varie forme: le botte, le minacce, il sesso imposto o subito, la privazione economica, ecc. e la donna può sentirsi schiacciata e pietrificata dalla paura. A un certo punto del percorso, però, le donne possono vedere il proprio compagno come “fragile”, come colui che, non riuscendo a imporsi in altro modo, è costretto ad usare la forza fisica, le minacce, i ricatti o altre forme di aggressione per ottenere quello che vuole, oppure per costringere la propria partner a restargli vicino. In questi casi, alla paura possono subentrare altri tipi di emozione. Ad esempio, la donna può provare una sorta di istinto di protezione, quasi materno, nei confronti del partner violento, come se solo lei fosse in grado di aiutarlo e di comprenderlo fino in fondo, perché magari l’uomo stesso, nella sua infanzia, ha vissuto esperienze di maltrattamento o di abbandono da parte dei genitori. Ancora una volta, l’idea dell’amore (romantico) può confondere le acque, e far sì che la donna pensi di essere lei sola l’unica in grado di far cambiare il partner violento, proprio in virtù dell’amore che la sostiene. In certi casi, il partner viene addirittura visto come una sorta di altro figlio di cui avere cura, da contenere, da sopportare, oppure da “salvare”. Nei racconti di certe donne, in effetti, la violenza sembra creare un’intimità molto forte col proprio partner, ancora una volta quasi una sensazione di fusione e di annullamento dei confini reciproci. L’istinto di offrire salvazione può permettere a certe donne di dare un significato positivo alla propria sofferenza e ai propri sacrifici, riconoscendo allo stesso tempo a se stesse un potere positivo. Tuttavia, questa convinzione può consolidare forme di dipendenza reciproca, rendendo difficile la possibilità di modificare la relazione affettiva. Nei racconti di altre donne, se il partner è percepito come “fragile” la paura talvolta si trasforma in rabbia. La rabbia può essere un’emozione che annienta e che blocca qualsiasi reazione. Essa può essere però anche un’energia potente che permette alla donna di affrontare la situazione e imporre un cambiamento: la donna non si riconosce più il potere positivo di salvare l’altro, ma piuttosto quello di salvare se stessa e i propri figli, riconoscendo come ingiuste tutte le forme di violenza subita da lei e spesso assistita dai figli come emerge dalla seguente testimonianza:

Ho parlato della situazione con le persone che mi giravano intorno, ma non avevo mai individuato che fosse violenza… diciamo che mi crogiolavo dentro l’idea che fosse soltanto una brutta situazione, una brutta vita… ma mai violenza. Ma poi mi sono resa conto che era proprio violenza su di me. (…) [Quando ho realizzato questo] mi ha fatto incazzare non poco. (…) [Il Centro mi ha aiutato] certamente nella ricerca di chi sei, con i colloqui, così, evidentemente ti fanno delle domande senza neppure che tu te ne accorga, riesci a capire a che punto sei della tua vita e che cosa vuoi. Che sono punti fondamentali per tornare a non sbagliare strada. E quindi a quel punto lì… insomma te lo senti dentro, ti arriva il messaggio lì per lì e non puoi poi ignorarlo. Sarebbe cretino: sai chi sei, cosa vuoi, dove vuoi andare, non puoi continuare a farti bastonare dagli altri. Li togli di mezzo perché ti stanno ostacolando nel tuo percorso: si tratta di una normale, semplice dignità. (donna italiana)

Non importa qual è lo spunto che induce la donna a uno spostamento: può essere un’aggressione particolarmente violenta che dà la chiara percezione di stare rischiando la vita, può essere la reazione di un figlio, oppure l’istinto di protezione nei confronti dei figli. Il percorso di uscita dalla violenza può cominciare proprio dal riconoscere e dal legittimare i propri confini, i propri desideri, le proprie debolezze, affrontando il senso di colpa.

Non è che la ferita… si rimargina, e per guarire la devi riaprire ed entrarci dentro, perdonandoti per essere stata così poco accorta, perché comunque il tuo vissuto non lo hai vissuto solo tu… hai coinvolto anche delle famiglie, la tua famiglia, coinvolge i bambini… (…) È grande la responsabilità che la donna deve affrontare durante questo percorso, perché deve veramente trasformarsi, se ne vuole uscire, se vuole diventare una persona nuova, rigenerata. (…) L’associazione delle donne non sta facendo solo un lavoro di recupero momentaneo o di rifugio, è un punto di partenza. Una volta che tu hai fatto un percorso, che hai preso una decisione, che sei determinata a volere cambiare il tuo modo di essere…perché [altrimenti] al [di] fuori di questo [compagno] continuerai ad incontrare un altro uomo che farà la stessa cosa. (donna italiana)

Il nostro sforzo nell’incontro con le donne, come associazione e come centro antiviolenza, è proprio quello di favorire un processo di ri-significazione di sé e della violenza subita da parte delle donne accolte, lavorando sul “qui e ora”, attraverso colloqui individuali, gruppi di confronto, invii alle consulenze legali e psicologiche, sostegno nella ricerca lavoro e, quando necessario, ospitalità in casa rifugio. Gli esiti di questo percorso ad ostacoli non sono scontati

o automatici, proprio perché ogni donna è diversa e ha o può desiderare di avere un suo progetto. Il nostro sforzo costante è quello di sostenerla nel passaggio fondamentale da vittima a protagonista della propria vita.

Nel presente scritto, è presente il riferimento ai materiali e alle riflessioni raccolti nel corso di una ricerca che ha portato alla pubblicazione del testo: Giuditta Creazzo (a cura di), Affrontare la violenza alle radici. 15 anni di storia della Casa delle Donne contro la Violenza di Modena, Bologna, Editografica, 2010.

 

Redazione (A cura di Barbara Bertolani - Ass. Casa delle Donne)

@nelpaeseit

Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

Giornalista, Direttore nelpaese.it

Sito web nelpaese.it

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