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Venerdì, 24 Novembre 2017

DISABILI E ASSISTENZA DOMICILIARE: "LA DONNA RISCHIA CHIUSURA IN CASA"

Scritto da  Giuseppe Manzo Ott 30, 2013

Intervista all'agenzia stampa Redattore Sociale di Franca Guglielmetti, presidente della cooperativa sociale Cadiai e membro direzione nazionale Legacoopsociali, che interviene sulle proteste e le proposte del comitato 16 novembre: ''Giusto riconoscere la figura del caregiver. Mi lasciano perplesse le proposte di un riconoscimento economico''. Perché la domiciliarità sia sostenibile, ''occorre un modello integrato''

 

La domiciliazione delle cure può essere una risposta, ma il modello deve essere integrato e “non bisogna abdicare alla richiesta di servizi”: non è un sì incondizionato alle cure domiciliari, ma una riflessione ad ampio raggio, quella suggerita da Franca Guglielmetti, presidente di Cadiai, cooperativa sociale di Bologna, nei giorni in cui la proposta “Restare a casa” del Comitato 16 novembre al governo torna attuale e urgente, dopo l’ultimo presidio a Roma del 22 e 23 ottobre.

È praticabile l’ipotesi indicata dal Comitato, che prevede il rientro dei disabili gravi a domicilio?

Indubbiamente, soprattutto in caso come Sla, in cui esiste una situazione di cronicità, l’ospedalizzazione non può essere una risposta. Un modo per far restare queste persone a domicilio il più possibile va quindi cercato. Esistono però delle problematiche a cui occorre fare attenzione.

Quali?

Primo, la figura del caregiver: se parliamo di un familiare, quindi di un caregiver non professionale, il mio timore è per il ruolo della donna, che spesso è quella deputata a svolgere questa funzione. Se da un lato è giusto riconoscere anche giuridicamente questa figura, come si sta cercando di fare qui in Emilia-Romagna, mi lasciano tuttavia perplesse le proposte di un riconoscimento anche economico: temo infatti che questo finisca per chiudere le donne in casa, accanto al letto del malato.

Obiezione: di fatto, è quello che già accade oggi: quando in casa c’è un figlio gravemente disabile, è normalmente la madre a prendersi cura di lui, a volte 24 ore su 24, spesso rinunciando al proprio lavoro. Perché allora non offrirgli almeno un sostegno economico?

Perché significherebbe abdicare alla richiesta di servizi, scegliere in un certo senso la risposta più facile, a scapito di un intero genere che si ritroverebbe relegato al lavoro di cura. Una prospettiva tanto più preoccupante in un momento di crisi economica e occupazionale come quello attuale… Dobbiamo ragionare bene su questo aspetto, altamente problematico: la vita di queste donne è in molti casi opprimente, si sviluppano dinamiche relazionali molto faticose: lo dico da operatrice e da pedagogista…

E’ possibile tuttavia un modello di domiciliarità in cui le famiglie siano sostenute da figure professionali adeguate…

Sì, l’ideale è un’assistenza socio-sanitaria integrata , in cui trovino posto figure sanitarie professionali ma anche figure informali, come le assistenti familiari. La famiglia deve pretendere di essere seguita dai servizi, anche nella scelta e nell’ingaggio di queste assistenti.

Parliamo di costi: il Comitato 16 Novembre sostiene che l’assistenza domiciliare costa quasi la metà del ricovero in Rsa: le risulta?

Dipende di quale modello parliamo. Se si parla di un’assistenza solo professionale, cioè quella che chiamiamo l’ospedalizzazione a domicilio, ritengo che i costi siano decisamente alti, più di quelli delle Rsa. Basti pensare che la tariffa di accreditamento raggiunge quasi i 23 euro l’ora: è evidente che non si può basare tutta l’assistenza domiciliare su questi costi. Bisogna considerare che, per legge, in caso di somministrazione di flebo l’infermiere professionale è tenuto a rimanere accanto al paziente fino alla fine della flebo stessa… Ci sono malati, come quelli di Sla, che sono continuamente attaccati alla flebo: immaginiamo quanto costerebbe pagare un’assistenza domiciliare professionale di questo tipo. Per questo, per esempio a Bologna, l’assistenza domiciliare professionale si è ridimensionata notevolmente, con l’avvio di sperimentazioni con le assistenti familiari: certo, va mantenuto un equilibrio tra assistenza professionale e figure informali, anche in considerazione del fatto che le assistenti familiari vivono ancora in una zona d’ombra, alimentando in molti casi il lavoro nero. Insomma, il discorso dei costi è estremamente complesso: quando si fa un ragionamento puntando sul risparmio, bisogna sempre vedere se non c’è qualcuno che paga di più: come il caregiver, o come l’assistente informale…

Redazione (intervista rilasciata all'agenzia stampa Redattore Sociale)

@nelpaeseit

L'ultima modifica Giovedì, 22 Giugno 2017 12:08
Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

Giornalista, Direttore nelpaese.it

Sito web nelpaese.it

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