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Martedì, 18 Giugno 2019

ECCO CHI ERA MAIKOL, VITTIMA INNOCENTE

Scritto da  Giuseppe Manzo Gen 08, 2016

A Forcella un presidio per Maikol. Il papà e gli amici raccontano il 27enne grande e grosso che vendeva calzini e aiutava i migranti.

"Ciao caro, servono calzini? Si paga anche a rate". Mentre il papà e gli amici di Maikol parlano ai giornalisti, viene in mente un flashback. Ecco dove avevo visto quel ragazzone di 27 anni, come tanti: è uno di quei giovani che ti fermano tra la stazione e corso Umberto per vendere calzini, sbarcando il lunario. Maikol è stato ucciso prima che potesse brindare al nuovo anno la sera del 31 dicembre. "Agguato di camorra", "affiliato", "camorrista". La narrazione da cenone di San Silvestro e pranzo di primo dell'anno ha bollato così Maikol Giuseppe Russo da Forcella. Per chi era presenta, quella maledetta sera, è stata un'altra "stesa" infame (scorribanda in moto di clan rivali che sparano all'impazzata per intimorire, ndr) a uccidere il 27enne, come è accaduto per Genny al rione Sanità.

"Mio figlio era un bravo ragazzo, io faccio l'ambulante e ho cresciuto i miei figli pensando alla loro felicità". Queste sono le parole rotte dal dolore del papà di Maikol in piazza Calenda, davanti al teatro (chiuso) Trianon dove stamattina è stato indetto un presidio insieme a #UnPopoloInCammino. Non vuole telecamere accese, dice queste poche parole e prima di andar via abbraccia forte un altro papà, quello di Genny Cesarano. Sono gli amici a parlare, i proprietari del bar dove si trovava Maikol e le persone del quartiere. "Al tg hanno detto che è il bar dei camorristi, ci alziamo ogni giorno alle 5 del mattino e devono smentire questa bugia", dice con fermezza la signora Rosa. Poi arriva Roberto, amico di Maikol , che vuole raccontare chi era veramente quel ragazzone grande e grosso con due figli di 3 e 5 anni.

Chi era Maikol

"Era tornato da New York e dalla Germania dove lavorava come lavapiatti. Non voleva stare lontano dai figli, non ce la faceva. Per lui meglio vendere i calzini e stare qui con loro. Era uno di noi, sempre allegro e pronto a dare una mano". Il racconto di Maikol è quello di un giovane come tanti che emigra e poi torna, tentando di sbarcare il lunario con quella classica arte napoletana dell'arrangiarsi.

"Quando ho attraversato un momento difficile mi ha portato con sé in giro a vendere calzini per non lasciarmi solo. Aiutava una famiglia di rumeni che avevano bimbi piccoli a cui lui teneva molto e voleva che frequentassero la scuola. Poi stava spesso nel phone center, posto di ritrovo per molti africani e migranti. Era uno di noi Maikol, come un fratello. Qui ci aiutiamo ognuno con l'altro. Hanno ucciso una parte di noi".

È la comunità scossa nelle sue relazioni e nella sua capacità (e necessità) di farsi welfare informale. Dove le istituzioni, i servizi pubblici e ogni forma di struttura civile abdicano meno le persone provano a costruire legami nella terra di mezzo tra Stato e camorra. In quella terra di mezzo esplodono proiettili di una guerra non dichiarata: Maikol è l'ennesima vittima innocente. Finito il presidio, Forcella prosegue la sua vita e altre iniziative sono state annunciate la prossima settimana. Difendere queste comunità, rione per rione, non significa solo salvare innocenti ma significa salvare Napoli.

Giuseppe Manzo

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@nelpaeseit

L'ultima modifica Martedì, 18 Luglio 2017 15:56
Giuseppe Manzo

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