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Domenica, 18 Novembre 2018

Nella foto Sacko Soumali ucciso a fucilate nel vibonese Nella foto Sacko Soumali ucciso a fucilate nel vibonese

BRACCIANTI, ONG E RIACE: LA SOLITUDINE DEI NUMERI "ZERO" In primo piano

Scritto da  Giuseppe Manzo Giu 04, 2018

Il sindaco di Riace? “Uno zero”. Ong? “Vicescafisti”. I clandestini? “È finita la pacchia”. Questo è l’esordio del neoministro dell’Interno Matteo Salvini. Non si sveste della camicia verde e attacca a testa bassa nel giorno della Festa della Repubblica. Sono parole di fuoco, una propaganda che si fa “istituzionale” dirottando ancora una volta l’odio sociale, social e reale, verso i migranti e l’accoglienza.

No, non è un caso. Questo inizio serve a catalizzare l’attenzione verso il nemico di questo nuovo governo dopo l’onda lunga della campagna elettorale anti-immigrato. Questa attenzione serve a far passare in secondo piano la sostenibilità delle promesse del governo nero-giallo Lega-M5S. E non è nemmeno un caso che il leghista usi parole positive per il suo predecessore, Minniti, da cui sono iniziate politiche contro cui si sono scagliate tutte le associazioni e i giuristi democratici per l'accordo con la Libia. Le prime parole per le regioni del Sud non sono contro le mafie ma contro i migranti: ora le conseguenze, dentro una cornice istituzionale, sono pericolosissime.

La "pacchia" di un bracciante ucciso

Nelle stesse ore in cui Salvini pronuncia il suo j’accuse in Calabria un bracciante viene ucciso da colpi di fucile e altri sono feriti. “Stava rubando”, è il dispaccio che prova a trasformare la vittima in colpevole. Lo scenario è simile a quello di Traini: “esasperato” per i reati commessi dagli immigrati.

A fare da contraltare alla narrazione del migrante “ladro” è, però, un sindacato nazionale. Sacko Soumalia era un attivista dell’Unione sindacale di base, come racconta il sindacalista Aboubakar Soumahoro. La Ex Fornace, a San Calogero, nel vibonese, è un capannone abbandonato e sequestrato per la presenza di rifiuti tossici. Soumalia era lì insieme ad altri suoi compagni per recuperare lamiere da utilizzare nelle baraccopoli affollate di braccianti. “Tutti e tre vivevano nell'area della tendopoli di San Ferdinando – scrive Soumahoro - in cui soggiornano i braccianti impegnati nei campi nella piana di Gioia Tauro. Nella zona sono oltre 4000 i braccianti tutti migranti durante la stagione di raccolta, distribuiti in vari insediamenti e utilizzati come manodopera nella raccolta degli agrumi a basso costo dai produttori di arance, clementine e kiwi. La maggior parte si concentra a San Ferdinando dove permangono gravi carenze igienico sanitarie a livello abitativo”.

Stiamo parlando della zona soggetta al rapporto dei Medici per i diritti umani, quella piana di Gioia Tauroa dove “la pacchia” è il lavoro nei campi ad alto tasso di sfruttamento. Oggi è scattato lo sciopero nei campi, anche nella capitanata di Foggia che rappresenta un altro luogo di caporalato e sfruttamento.

Ovviamente non una sola parola “istituzionale” è arrivata per condannare l’omicidio di un bracciante sindacalista, un Di Vittorio dalla pelle nera. Così pure per Mimmo Lucano, sindaco che ha trasformato il profondo Sud in un patrimonio dell'umanità accogliente; così per le Ong che da mesi vivono sotto attacco solo per salvare i migranti in mare; così per quei bimbi “clandestini” morti in mare nell’Egeo o per i 46 morti a largo della Tunisia.

Sono tutti numeri “zero” che nel Paese ricevono la solidarietà di una comunità minoritaria. Sono gli “zero” che vanno isolati ed attaccati. Lo dice un ministro che si assumerà la responsabilità storica, politica e morale di tutto questo. 

L'ultima modifica Lunedì, 04 Giugno 2018 12:05
Giuseppe Manzo

Giuseppe Manzo

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