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Giovedì, 25 Aprile 2019

ECONOMIA COMPETITIVA SOLO SE SOCIALE

Scritto da  Giuseppe Manzo Set 11, 2014

Intervista di Paolo Venturi, direttore di Aiccon, in un'intervista rilasciata a Redattore Sociale: "L'economia sociale non è solo inclusione e coesione, ma è un elemento di competitività". I risultati di una ricerca

L'economia per essere competitiva ha bisogno del sociale, di relazioni con la società civile. È quanto emerge dalla ricerca "Welfare e (ben)essere: il ruolo delle imprese nello sviluppo della comunità", realizzata dall'Assessorato alle Politiche sociali della regione con il supporto scientifico di Aiccon - Associazione Italiana per la promozione della Cultura della Cooperazione e del Nonprofit, i cui risultati saranno presentati nell'omonimo convegno in programma l'11 settembre in Regione. "Se prima erano le imprese competitive a rendere competitivi i territori, oggi è il contrario – afferma Paolo Venturi, direttore di Aiccon – E cos'è che rende un territorio competitivo? II welfare, la relazione tra imprese, comunità e pubblica amministrazione, quel processo virtuoso di sussidiarietà circolare in cui i tre soggetti (Stato, impresa, società civile) dialogano per produrre valore".

Quali sono i risultati emersi dalla ricerca?

Partendo dal concetto di share value ovvero valore condiviso, la ricerca analizza una serie di casi. Non si è trattato di responsabilità sociale d'impresa in senso classico, né di filantropia o welfare aziendale ma di progetti realizzati da imprese a favore di soggetti vulnerabili non tutelati. Abbiamo osservato che le relazioni che nascono da e con l'impresa sono occasioni per produrre un valore condiviso ovvero un valore che ha rafforzato la comunità, l'impresa stessa e la reputazione del soggetto pubblico. Ciò significa che, per essere competitiva l'impresa deve trovare partner nella comunità e dall'altra parte il welfare deve allearsi con le imprese per costruire progetti. È una modalità nuova di rispondere ai bisogni di soggetti vulnerabili in un momento in cui lo Stato arretra.

Concretamente, quali sono i benefici che ne derivano?

Per le imprese, i benefici consistono nel rafforzamento dell'identità aziendale, della cultura del fare impresa, della competenza organizzativa e nel miglioramento dell'efficienza dei processi produttivi. Per la comunità, invece, questi vanno ricondotti alla creazione di reti di prossimità e coesione sociale, agli effetti positivi per i beneficiari dei progetti, alla valorizzazione del territorio e al miglioramento della qualità dei servizi pubblici. Ad esempio, a Ferrara un progetto sociale – un'impresa che assumeva soggetti svantaggiati – ha rigenerato la filiera della conservazione delle alici che era tipica del territorio ma che non faceva più nessuno. Questa ricerca ci dice che la sussidiarietà circolare è la modalità adeguata per produrre welfare e sviluppo economico e che il welfare è un pezzo fondamentale dello sviluppo.

Qual è l'importanza dell'economia sociale in Italia?

Il nostro Paese ha una tradizione unica. Basta pensare all'economia civile, all'evoluzione della finanza dai monti di pietà in poi, alle esperienze di volontariato, alla cooperazione sociale regolata da una legge unica al mondo. Tutti elementi che contribuiscono a formare un giacimento di esperienze unico, nel senso che è presente originalmente. In altri Paesi, al contrario, esperienze di questo tipo derivano dalle imprese che diventano sociali o da comportamenti pubblici che finiscono per avere rilevanza sociale. Da noi, c'è un'espressività terza che ha generato esperienze nelle università, nelle scuole, nelle banche e anche nell'economia. È un elemento peculiare di cui gli italiani dovrebbero vantarsi a prescindere. Paradossalmente, oggi è l'Europa a porci il tema dell'economia sociale come priorità.

Perché l'Unione europea ha deciso di puntare sull'economia sociale?

L'Europa ha un problema, quello di conciliare la crescita con l'equità, di tenere insieme la produzione di valore economico, senza generare diseguaglianze. Pensiamo al fenomeno dei working poor che ci dimostra come nemmeno il lavoro basta più o ai giovani senza lavoro e considerati 'categoria svantaggiata' o ancora alla jobless growth ovvero la crescita del Pil senza che aumenti l'occupazione. Ecco l'economia sociale è un antidoto a tutto questo perché, per sua natura, ha la capacità di tenere insieme 'economico' e 'sociale' attraverso un'azione sociale che produce valore economico. Un esempio? L'inserimento lavorativo nelle cooperative sociali di tipo B fa fronte ai bisogni di persone svantaggiate attraverso il lavoro e, quindi, recupera la persona ma anche l'economia. Il tema dell'economia sociale non è legato solo all'inclusione e alla coesione, ma è un elemento di competitività e sviluppo. Sviluppo non significa crescita, ma rimozione degli ostacoli alla libertà e al protagonismo delle persone. Se c'è sviluppo, c'è crescita, mentre oggi la crescita non c'è perché manca la capacità di aumentare il grado di libertà e protagonismo dei soggetti di cui si parlava prima. Ecco perché è una delle priorità dell'Ue per il periodo 2014-2020 e a cui verranno destinate notevoli risorse.

L'Italia è la patria dell'economia sociale, ma esiste una specificità dell'Emilia-Romagna?

All'interno di un contesto virtuoso, l'Emilia-Romagna è un ulteriore elemento di eccellenza. La densità di soggetti impegnati nell'economia sociale, e in primis nella cooperazione, la rende un modello di economia sociale in Europa. Oltre ai numeri, in Emilia-Romagna è molto forte la cultura della sussidiarietà orizzontale: attivare questi processi non è spontaneo, ma è importante il ruolo delle istituzioni come facilitatori. E qui è una tradizione che ha prodotto nel tempo capitale sociale. Il tessuto sociale dialogo con le istituzioni e il mercato e non fa solo advocacy, ma fa economia. Basta pensare ai nidi: abbiamo superato i parametri di Lisbona non solo per l'ottimo servizio pubblico ma anche per il rapporto con il privato sociale.

E la normativa? Come può valorizzare questo patrimonio?

La riforma del Terzo settore promossa dal governo tocca l'economia sociale perché prevede un riordino normativo sia per gli aspetti fiscali che per la definizione di cosa è 'impresa sociale'. Ciò significa che c'è volontà di liberare energie e produrre sviluppo attraverso soggetti che hanno una dimensione economica e sociale, ma spesso con finalità pubbliche. La scelta del governo è un elemento decisivo che va sotto la spinta dell'Unione europea. E poi c'è la consultazione lanciata dal ministero delle Politiche sociali per raccogliere, entro il 12 settembre, proposte e pareri sulla riforma da portare alla convention europea sull'economia sociale che si terrà a Roma a novembre.

Redazione (intervista rilasciata all'agenzia Redattore Sociale)

@nelpaeseit

L'ultima modifica Giovedì, 13 Luglio 2017 13:20
Giuseppe Manzo

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