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Domenica, 13 Giugno 2021

BLOCCATO E SEGNALATO: IL PROCESSO KAFKIANO DI UN ACCOUNT SOCIAL In primo piano

Scritto da  Redazione Mag 27, 2021

Di Alessia Bellino - Paragrafando Kafka e la sua opera “Il processo” pubblicata incompiuta e postuma nel 1925, questo è l’inizio della mia (dis)avventura social che vado a raccontare. Perché se anche sappiamo che i Social non ci appartengono, semmai è il contrario, e che non sono del tutto gratuiti, per lo meno non in senso pecuniario, tendiamo a dimenticarcene nell’uso quotidiano che ne facciamo, dedicando tempo e dati al Sistema. Pertanto, se un giorno l’Onnipotente Algoritmo rileva una qualsivoglia anomalia nell’utilizzo del tuo account, è del tutto legittimato ad ammonirti nel tuo agire virtuale, a limitarti o a sospenderti, finanche a bloccarti o addirittura eliminarti. Come non fossi mai esistito, ed è dura discernere il virtuale dal reale quando si tratta di identità, digitale o analogica che sia. Specie se, come nel romanzo kafkiano, non si ha idea di quale sia la propria colpa. Nessun avvertimento, nessuna spiegazione, nessuna relazione di causa-effetto nota.

Dapprima, infatti, Joseph K. crede, come la sottoscritta, di essere vittima di uno spiacevole malinteso e cerca di attivarsi con lucidità e tempestività per chiarire la propria situazione. Quando però diventa evidente che il processo è già stato intentato ed è in corso, come mi è stato comunicato dalla perentoria e-mail di sistema nottetempo, districarsi tra i meccanismi del sistema sembra impossibile. E proseguire nella ricerca di una spiegazione non fa altro che aumentare il senso di angoscia e inquietudine, dato che non vengono di fatto mai chiariti modi e svolgimento del processo. Nonostante le deposizioni rilasciate e le richieste di difesa inoltrate, il capo d’imputazione non viene mai rivelato, come se l’interesse fosse solo quello di colpire il colpevole, senza accertarne la colpa. Per Joseph K. il processo si risolve alla fine con un’esecuzione, nel caso del mio account sono ancora in attesa, anche se mi è interdetto l’accesso ormai da settimane, senza appello.

Quel che il romanzo trasmette, attraverso una scrittura essenziale, prevalentemente interiore e a tratti onirica, è un senso di assoluta impotenza, di sconfitta, di incomunicabilità nei confronti di un mondo esterno che invece si proclama democratico, corretto, aperto, come appare il panorama delle piattaforme social. Eppure la notifica “il tuo account è stato disabilitato perché non rispetta le nostre condizioni” arrivata all’improvviso, senza alcun preavviso prima e senza spiegazioni poi, ha messo in evidenza un paradosso: l’impossibilità di comunicare con una piattaforma pensata proprio per esprimersi, partecipare, condividere. Poco importa se ne faccio (facevo?) un uso personale o professionale, se sono sempre stata attenta e corretta nella pubblicazione dei contenuti, se non ho infranto leggi, senso del decoro o copyright, se negli anni mi ero costruita una rete per seguire ed essere seguita da amici, persone che stimo, attività che mi interessano.

Come Joseph K. ho cercato di stare alle regole, anche se non mi è stato detto quali, e ho cercato di difendermi, inviando umilianti foto di me stessa, che ricordano le foto segnaletiche dei cattivoni dei film americani, mentre reggo, mani bene in vista, un foglio che riporta scritto di mio pugno il codice ricevuto, il mio nome e cognome e il mio account, come richiesto dalle procedure di sicurezza (per tre volte, senza esito). Capisco Joseph K. quando, senza più riuscire a distinguere tra realtà e incubo, sembra quasi mettere in dubbio se stesso: ho chiesto spiegazioni, ma ho chiesto anche di poter rimediare, come se una qualche colpa l’avessi. Forse ho acquisito più follower del solito, perché ho messo in bio il link al mio blog www.alessiabellino.com? Perché ho ricevuto contatti da diverse parti del mondo, come Europa, USA, Cina, in quanto testimonial di una malattia rara? Forse qualcuno ha manomesso il mio account o mi ha hackerata o mi ha segnalata al sistema? Non lo so, e non so se, come i giudici di Kafka, lo sappia nemmeno Instagram stesso.

Quel che so è che ora più di prima apprezzo “Il processo” di Kafka, non solo perché mi risulta più comprensibile dopo la chiusura (definitiva?) del mio account social, ma anche perché quel senso di oppressione derivante dal sistema esterno che sovrasta l’individuo – anche digitale, di assenza di libertà reale nonostante le apparenze e di una giustizia che non dà avvertimenti o spiegazioni per educare ma si dedica solo a punire e proibire, mi sembrano, a distanza di quasi cento anni, più attuali che mai.

P.S.: a distanza di quasi un mese e dopo varie segnalazioni, l’account sotto processo è stato ripristinato di punto in bianco nella sua integrità, senza che mancasse nulla o fossero state apportate modifiche. Nella laconica mail ricevuta, che si chiudeva con “ci scusiamo per l’inconveniente, non ho avuto spiegazioni, ma sono comunque sollevata e lieta per la restituzione di un pezzo della (non del tutto?) mia identità social(e).

L'ultima modifica Giovedì, 27 Maggio 2021 09:55
Redazione

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