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Lunedì, 22 Aprile 2019

"PERCEPISCO UN GRANDE BISOGNO DI GIUSTIZIA": PARLA ORIETTA ANTONINI, VICEPRESIDENTE LEGACOOP

Scritto da  Giuseppe Manzo Feb 16, 2015

Per la prima volta un'esponente della cooperazione del Friuli Venezia Giulia viene eletta a Vicepresidente nazionale di Legacoop. Si chiama Orietta Antonini, è presidente della coop sociale Itaca di Pordenone e su nelpaese.it abbiamo ospitato alcuni suoi editoriali. Insieme a Paola Menetti e Valentina Fiore costituisce il gruppo di cooperatrici sociali al vertice dell'associazione. Secondo i suoi colleghi friulani "rappresenta una realtà di lavoro di squadra, lontano da quei modelli di leaderismo che pure costituiscono spesso una contraddizione del movimento cooperativo". Alle nostre domande risponde in modo dettagliato e con idee ben chiare: "Percepisco oggi un grande bisogno di giustizia, di politiche di sistema che siano tutte fortemente indirizzate all'equità, alla coesione sociale e alla crescita umana".

 

Presidente Antonini, da Itaca alla vicepresidenza nazionale di Legacoop: cosa significa per lei?

Significa avere l'opportunità di fare un ulteriore percorso di crescita, di contaminazione e qualificazione, insieme a molti altri cooperatori anche delle altre organizzazioni, che sarà sicuramente stimolante per me e utile (spero) per la cooperazione.
Significa avere l'opportunità di mettere ancora più in evidenza il ruolo strategico della cooperazione nello sviluppo dell'economia sociale. Significa poter supportare l'associazione, non tanto e solo per rendere meglio manifesto lo spessore di ciò che è e fa la cooperazione sociale, quanto nella costruzione di un nuovo welfare partecipativo. Significa anche avere la possibilità di dare rilievo alla cooperazione del Friuli Venezia Giulia che, nonostante la drammaticità che ha investito due cooperative di consumo di lunga tradizione, è ricca di esperienze significative e con una forte tensione alla costruzione di reti sia inter-associative che extraregionali.

In presidenza ci sono altre tre donne, con Paola Menetti e Valentina Fiore siete tutte cooperatrici sociali: è una giusta rappresentanza o è solo un inizio?

E' una naturale rappresentazione del settore della cooperazione sociale, dove la presenza femminile è maggioritaria, rispetto ad altri settori, anche nei gruppi dirigenti. Riguardo la presidenza, essa oggi ha una rappresentanza obiettiva, che riflette un problema di presenza di genere e generazione che viene anche (non solo) dalle cooperative stesse, ovvero dai dirigenti cooperatori. Ma il percorso per il rinnovamento dei modelli di governance - e quindi pure di composizione equilibrata di genere e generazione a è avviato, seppure non dappertutto convintamente o con la stessa intensità.
Siamo all'inizio e saranno ancora di aiuto, per accelerare questo percorso, le regole che l'associazione si è data, e che sicuramente rafforzerà - e non parlo solo di quote di genere e di generazione -, per rendere più operativi i valori della democrazia, dell'educazione, della fratellanza... per rendere effettivi i nostri principi.

Nel 2014 i fatti di Mafia Capitale hanno aperto un dibattito sulla cooperazione sociale e sul sistema cooperativo: quali sono le misure da adottare per difendere l'impresa cooperativa dalle degenerazioni?

La cooperazione, compresa quella sociale, non è evidentemente immune dalle degenerazioni presenti in altri settori. E' successo, spero non accada più. Penso però che abbiamo migliori strumenti di difesa e abbiamo il dovere e la responsabilità di utilizzarli meglio. La tendenza che sta portando a normazioni che arrivano anche a traduzioni al limite dell'accettabilità non mi entusiasma granché, penso ad esempio a "la legalità è conveniente". Perché la legalità, quando è giustizia, prescinde da qualunque forma di vantaggio. Pur tuttavia, se una parte della nostra identità è formalizzata in linee guida e buone prassi, occorre che queste diventino regole, da rispettare e da far rispettare. Ne consegue che chi non le rispetta deve essere individuato, isolato e bandito. Questo è essere socialmente responsabili ed è in questo modo che si promuove l'economia sociale e civile e si sviluppa la cooperazione.

Tra la legge di riforma e la realtà quotidiana: l'impresa sociale come può difendere i suoi valori essenziali?

Della legge di riforma dell'impresa sociale mi piace che parli non solo di un'adesione normativa ma di impatti sociali positivi misurabili; un'opportunità che ci consentirà di poter rappresentare di più e meglio la nostra funzione pubblica.
Considerata la possibilità di un allargamento di soggetti a vocazione sociale è necessario prevedere, oltre che adeguati sistemi di verifica, delle chiare distinzioni riferibili agli impatti sociali verso i consumatori finali, rispetto a coloro, come le cooperative sociali, dove gli obiettivi si realizzano anche attraverso il processo stesso di produzione e scambio, oltre che attraverso il sistema di governance stessa, mi riferisco in special modo all'inclusione sociale lavorativa e alla democrazia interna.
Le imprese sociali, e tra esse soprattutto le cooperative, non possono e non devono cedere terreno rispetto alla mutualità interna che si realizza attraverso il lavoro, il cui costo determina, o almeno dovrebbe determinare, il costo (e di conseguenza la qualità oggettiva e sociale) di molti servizi nei settori che l'attuale legislazione identifica ad elevato valore sociale: in buona sostanza, vanno contrastate con ogni mezzo le pratiche illegali. E' strategico, inoltre, fare un consistente sforzo per ri-declinare la mutualità esterna, il benessere generale delle comunità, anch'essa elemento fondativo delle cooperative sociali. La situazione attuale non ci consente di rispondere adeguatamente ai nuovi bisogni emergenti, soprattutto quelli legati all'impoverimento delle persone, ma possiamo avere un ruolo fondamentale, all'interno di un modello di gestione pubblico di servizi sociali, nei processi di aggregazione dei bisogni delle comunità. Sono servizi da cui potrebbero anche non emergere "nuovi mercati" ma sono pratiche di comunità, che con la cooperazione hanno in comune la democrazia che è il potere dell'agire collettivo. Un potere, quello delle comunità, che (con grande dose di pazienza e determinazione) può riuscire a trasformare culturalmente la società e a cambiare la qualità delle istituzioni pubbliche.

Da Pordenone a Canicattì: qual è la priorità per far uscire il Paese da recessione e crisi?

Io non sono immune, come chiunque di noi, dalle emergenze quotidiane che riguardano il depotenziamento del valore del lavoro, il taglio dei servizi e dei diritti, la concorrenza sleale e l'illegalità in tutte le sue diverse forme, l'inservibile e massacrante burocrazia, la mancanza di programmazione (e di visione?) nella produzione normativa, le ricadute negative di una giustizia lenta e cavillosa, la necessità di un dialogo qualificato e qualificante con le pubbliche amministrazioni,la necessità di preservarci dal deterioramento reputazionale. Percepisco oggi un grande bisogno di giustizia, di politiche di sistema che siano tutte fortemente indirizzate all'equità, alla coesione sociale e alla crescita umana prima ancora che economica. Se il "sistema pubblico" nella sua globalità non si riqualifica, soprattutto nella sua capacità di far dialogare efficacemente e di coordinare tutti gli attori che lo compongono, non ci potrà essere sviluppo. Se oltre a "contabilizzare" le politiche di intervento in base alla radicalità dei conti pubblici, si iniziassero ad elaborare bilanci fondati anche sul parametro dei costi del non fare, forse riusciremmo ad indirizzare di più e meglio gli investimenti sia pubblici che privati. E, forse, così le priorità emergerebbero con meno rischi e più certezze. Io sono certa che tra queste c'è e ci sarà ancora lo sviluppo della cooperazione

Giuseppe Manzo

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@nelpaeseit

L'ultima modifica Venerdì, 21 Luglio 2017 16:45
Giuseppe Manzo

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