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Mercoledì, 22 Maggio 2019

DON CIOTTI: "LEGALITÀ, PAROLA ABUSATA: SERVE GIUSTIZIA SOCIALE"

Scritto da  Giuseppe Manzo Mar 02, 2015

Buone Notizie Bologna a colloquio con Don Luigi Ciotti, oltre che ispiratore e fondatore prima del Gruppo Abele Onlus e poi dell'Associazione Libera. Ecco l'intervista rilasciata a Giusy Carella

Lei si occupa da sempre degli ultimi: poveri, tossicodipendenti, ecc., perché è giusto stare dalla parte dei più deboli?

Non è solo giusto, ma opportuno. Una società che non tenga vivo un forte spirito comunitario, cioè la capacità di accogliere i più deboli e poi di riconoscerli come cittadini, con tutti i diritti e le responsabilità che questo comporta, non è più una società ma un aggregato di individui segnato dalla corruzione, dalla frode, dalla violenza e, come tale, destinato a annientarsi. Non è dunque solo una questione di solidarietà, di carità, cose importanti ma che riguardano l'etica individuale, quanto la prima delle questioni politiche. E per me che sono un prete, la necessità di saldare la dimensione spirituale con l'impegno sociale e civile, il cielo e la terra, il Vangelo e la Costituzione.

Quando è nata la sua consapevolezza che le mafie, tutte le mafie, debbano essere contrastate?

Quando, all'inizio degli anni Ottanta, ci rendemmo conto che l'impegno per le persone tossicodipendenti implicava la denuncia del mercato mafioso del narcotraffico. L'impulso a un impegno più articolato è venuto però dopo Capaci e via d'Amelio, stragi che ho vissuto in una prossimità anche "geografica", visto che proprio in quei giorni mi trovavo in Sicilia per parlare di droga. Nel 1993 iniziammo la pubblicazione di "Narcomafie" e due anni dopo, dopo una riflessione sui risvolti sociali, economici e culturali del fenomeno mafioso (e sugli strumenti per contrastarli), partì il progetto di Libera.

E quali possono essere le "armi" da usare per impedirne la espansione?

Basterebbe applicare la Costituzione. In quelle pagine non appare mai la parola mafia, eppure c'è scritto tutto quello che dovremmo fare, come cittadini e come istituzioni, per costruire una società libera dalle mafie e dalla corruzione. Libera dalle mafie è una società dove i diritti fondamentali: lavoro, scuola, casa, assistenza sanitaria, non sono privilegi o concessioni, ma garanzie fondate sul lavoro onesto e la partecipazione di tutti al bene comune. Se così fosse, le mafie sarebbero un fatto esclusivamente criminale, un male per il quale basterebbero la magistratura e le forze di polizia. Invece sono un fenomeno culturale e sociale. Il problema non è la mafia ma la mafiosità, l'opacità delle coscienze, l'ambiguità di certa politica e certa economia, il dilagare a ogni livello della corruzione.

Come si può combattere una cultura, quella mafiosa appunto, così tanto radicata nel tempo e nei territori?

Con una cultura della responsabilità. Sono molto diffidente quando sento parlare di legalità, sia perché è una parola abusata, in primis da chi la legalità non si è fatto scrupolo di calpestarla, sia perché quando non scaturisce da condizioni di relativa uguaglianza e giustizia sociale, la legalità può generare leggi ingiuste o veri e propri obbrobri giuridici, pensiamo alle leggi ad personam o al reato di clandestinità, che non servono la giustizia ma il potere.
È ovvio che raggiungere un simile obbiettivo ci vuole tempo e un enorme investimento educativo. Il vero dramma del nostro Paese è culturale, è la convinzione ancora egemone che l'interesse privato sia disgiunto dal bene comune, e che dunque non sia penalmente e eticamente rilevante fare i propri interessi quando questi confliggono con l'interesse di tutti.

Lo slogan: "La verità illumina la giustizia", scelto per la XX Giornata della memoria e dell'impegno che si svolgerà a Bologna, può davvero aggregare due concetti in alcuni casi opposti quali verità e giustizia là dove spesso, in questo Paese, la giustizia è inquinata da mezze verità o processi farsa?

Abbiamo scelto Bologna perché è una città con una grande storia e due medaglie d'oro: per il contributo alla Resistenza e per il valore civile dimostrato dopo la strage del 2 agosto 1980. Il 21 marzo ci stringeremo ai famigliari delle vittime delle mafie, a quelli della bomba alla Stazione, a quelli di Ustica. Il nostro è un Paese di stragi in gran parte impunite o avvolte dal mistero. È accaduto col terrorismo, è accaduto con la mafia. Molti dei nostri mali si sono sviluppati nell'ombra di un potere solo formalmente democratico, un potere che ha usato il segreto ben oltre i limiti ammessi dalla "ragion di Stato". Ma il buio del potere si è alleato col grigiore delle coscienze, ha trovato manforte nella corruzione e nella mafiosità diffusa, ha contato sulla deriva della cultura e sul naufragio dell'etica individuale e collettiva. Verità e giustizia sono due parole enormi, che non possono però vivere separate. Due parole che devono illuminarsi a vicenda. Noi saremo lì per dire che gran parte di quella luce gliela forniscono l'impegno, la coerenza, l'onestà e il coraggio di ciascuno di noi.

Vista l'espansione delle mafie in regioni del Nord Italia, pensa che oltre all'opera delle associazioni si debbano mettere in campo strumenti legislativi più determinanti di quelli attuali?

Innanzitutto occorre una legge forte sulla corruzione. Forte cioè capace di colpire i reati "spia" (falso in bilancio, auto riciclaggio, voto di scambio...) e non indebolita da un sistema di prescrizioni che favorisce i potenti di turno. Il nostro Paese è quello in Europa dove i reati economico-finanziari sono sanzionati meno severamente, quando la lotta alle mafie impone anzitutto una bonifica dell'economia dalle "zone grigie" e dalle speculazioni di vario genere. In secondo luogo è necessario rafforzare la legge sull'uso sociale dei beni confiscati, uno spartiacque nella lotta alla mafia ma uno strumento che non è stato ancora utilizzato in tutta la sua potenzialità.

Giusy Carella (Buone Notizie Bologna)

@nelpaeseit

Giuseppe Manzo

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