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Lunedì, 22 Ottobre 2018

BASAGLIA QUARANTA: QUEL "NO" CHE INTERROGA GLI OPERATORI SOCIALI In primo piano

Scritto da  Redazione Mag 14, 2018

“Consapevoli di ingaggiare una scommessa assurda nel voler far esistere dei valori mentre il non-diritto, l'ineguaglianza, la morte quotidiana dell'uomo sono eretti a principi legislativi”

(Franco Basaglia – Il problema della gestione in L'Istituzione Negata)

 

Il 13 maggio 1978 veniva approvata la legge 180, conosciuta come legge Basaglia. Non mancano, e non mancheranno nei prossimi giorni, le celebrazioni in occasione di una data fondamentale nel percorso di salute e di dignità delle persone; una legge che ha rappresentato una rivoluzione, probabilmente la più importante riforma radicale avvenuta nel nostro Paese.

La legge era stata approvata a conclusione di un decennio di riforme: la legge sul divorzio, sul referendum, sullo Statuto dei lavoratori, sui termini massimi della carcerazione preventiva ma anche sul diritto alla presenza dell'avvocato durante l'interrogatorio dell'imputato; molte le leggi inerenti la tutela dei lavoratori, la parità tra uomo e donna in materia di lavoro e la maggiore età a 18 anni. La legge 180 arrivava a chiusura di questo decennio insieme alla legge sull'interruzione di gravidanza e alla legge 833 attraverso cui "La repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività mediante il Servizio Sanitario Nazionale”, dentro cui la legge Basaglia veniva integrata.

Un decennio di lotte, di rivendicazioni e trasformazioni politiche e culturali, di cui Basaglia rivendicava il valore: “Negli anni sessanta abbiamo visto, come in una grande fiammata, la gioventù del mondo intero ribellarsi. In questa rivolta noi tecnici della repressione psichiatrica eravamo presenti e abbiamo dato il nostro appoggio a questa ribellione. Abbiamo visto che, quando il movimento operaio prende nelle sue mani lotte rivendicative, di liberazione anti istituzionale, questa illusione diventa realtà.”.

Ridurre il pensiero di Basaglia al “solo” tema della salute mentale significherebbe, quindi, banalizzare la portata di quel discorso. La valenza politica e culturale, dirompente, che porta con sé il ragionamento e la pratica di Basaglia affronta la società e le dinamiche di potere che ne regolano i rapporti tra classi, tra l'Istituzione e la comunità di cittadini, e nel momento stesso in cui apre questa contraddizione avverte del rischio che “I tecnici che hanno promosso il cambiamento coprano e rinchiudano in nuove ideologie scientifiche, in saperi specialistici, le contraddizioni che hanno contribuito ad aprire.”.

Di questo Basaglia ne parlò spesso con Jean Paul Sartre, che considerava un "maestro”, ponendogli le sue preoccupazioni e timori, ricevendo una risposta di cui poi fece tesoro: “L'unica possibilità è quella di continuare a lottare [...] perché in questa società guarire e integrare significa adattare le persone ai fini che esse rifiutano, significa insegnare loro a non contestare più, a non protestare [...]”.

L'opera intellettuale di Franco Basaglia è un lavoro che non va “istituzionalizzato”, celebrato nell'anniversario e relegato nella libreria della memoria, ma deve essere ripreso e attualizzato.

Quello che rimane è soprattutto la “logica del cambiamento”, molto più che quelle “sulle tecniche del cambiamento”. Basaglia in quegli anni prende il malato di mente come punto di osservazione e metro di giudizio della società. Il soggetto più debole, maggiormente stigmatizzato, represso e rinchiuso, come unità di misura della diseguaglianza che pativa la società di quegli anni. Un parametro che oggi si attaglia perfettamente sulla persona migrante, verso cui le leggi che vengono prodotte, come la Minniti-Orlando, sono leggi repressive di esclusione e controllo sociale.

Il lavoro sul “campo” di Basaglia inizia con un No. La mattina del 16 novembre del 1961, il suo primo giorno di lavoro come Direttore del Manicomio di Gorizia, decide di rispondere con un no alla richiesta di firma al registro delle contenzioni disposte dai medici il giorno precedente: “Nel momento in cui vi entrammo dicemmo un no, un no alla psichiatria, ma soprattutto un no alla miseria”. Quell'ingresso lo riportò immediatamente alla sua esperienza di sei mesi fatta in carcere, perché antifascista, sotto il regime fascista: lo stesso “odore di miseria e di paura, di urina e escrementi, odore di animali in gabbia”.

Probabilmente lo stesso odore lo abbiamo sentito dentro i Centri di Permanenza Temporanei prima e nei Centri di Espulsione e Identificazione adesso, dove a essere rinchiusi sono i migranti in attesa di espulsione; nei cosiddetti centri di “accoglienza” da centinaia, in certi casi migliaia, di persone che vivono nel limbo dell'attesa di un riconoscimento del proprio stato giuridico; nei campi di Bari o di Rosarno o nell'agro pontino, dove i nuovi schiavi producono le nostre eccellenze agroalimentari.

L'attualizzazione della produzione intellettuale di Basaglia ovviamente non passa solamente nella continuità olfattiva ma anche e soprattutto nelle molte contraddizioni che pone. Primaria è quella del ruolo che abbiamo, che ci viene assegnato, nella società. Lo psichiatra, secondo Basaglia, vive la contraddizione del doppio mandato, quello dello Stato, di essere tutore dell'ordine, e quello dell'etica, di essere uomo di scienza. Il tutore dell'ordine deve salvaguardare e difendere l'uomo sano, la comunità, quindi rinchiudere il pericoloso per sé e per gli altri. L'uomo di scienza deve tutelare e curare l'uomo malato, quindi liberarlo emancipandolo dal suo stato di bisogno. Questa contraddizione si affronta “entrando direttamente nel tessuto sociale per creare i presupposti di un consenso finalizzato, non tanto a una maggiore tolleranza, quanto a una presa di responsabilità, a una presa in carico da parte della comunità di problemi che le appartengono”. Ben consapevole che la contraddizione non avrà mai fine, muta così come mutano le condizioni.

Come operatore sociale questa contraddizione la vivo quotidianamente, e come me decine di migliaia di colleghe e di colleghi. L'operatore sociale è una persona che lavora con altre persone che sono temporaneamente in stato di bisogno e necessità - fondamentale il mantenere lo stato di temporaneità, se viene meno l'approccio diventa assistenzialismo che produce infantilizzazione. La funzione deve essere, quindi, quella di fornire gli strumenti di emancipazione dallo stato di bisogno e di necessità e, quindi, dall'istituzione e dall'operatore sociale stesso.

L'operatore sociale, similmente a quanto affermava Basaglia, vive la medesima contraddizione del doppio mandato. Quello da parte dello Stato, di essere un controllore sociale, e quello da parte dell'etica, di operare socialmente per l'emancipazione della persona. Così come diceva Basaglia, l'operare deve essere nella comunità: l'accoglienza non la fa un operatore sociale né una cooperativa sociale né un associazione ma il territorio, la comunità.

Come farlo è materia su cui bisogna confrontarsi e agire nuove pratiche. Ripartire dagli insegnamenti di Basaglia diventa più che mai opportuno; una rilettura dei suoi scritti capace di produrre nuovo ragionamento è più che mai necessaria, considerato il tempo che stiamo vivendo. Come i manicomi allora, l'accoglienza oggi è un “macroscopio” che permette di vedere il modello di controllo sociale e la violenza agita nei confronti dei più deboli e dei più poveri; come affermava Basaglia “il sistema sociale crea sempre nuovi operatori per affrontare il tema del controllo, che va ben oltre la psichiatria”.

Se celebrazione, quindi, deve essere, sia quella che parte da quel No che Basaglia ha saputo dire, una negazione che ha portato a una rivoluzione che ha permesso di liberare e abbattere quei muri, chiudere quei luoghi di violenza e di sopraffazione che erano i manicomi.Ben sapendo che tutte le volte che si creano dei “contenitori” per una categoria sociale si innescano nuovamente le dinamiche manicomiali.

Il contesto sociale, culturale e politico è ben diverso da quel decennio che ha prodotto quelle riforme: non siamo in espansione ma in regressione, la voglia di controllo sociale trova risposta in programmi di politiche securitarie che trasversalmente sono proposte da quasi tutte le forze politiche. Proprio per questo dobbiamo utilizzare tutto quello che abbiamo a disposizione. Il pretesto del quarantennale della legge 180 ci permette/costringe di/a soffermarci, ragionare e discutere a partire da un evento epocale, “l'unica rivoluzione vinta in questo Paese”.

La cosa peggiore che si può fare, in queste giornate di celebrazioni, é ricordare quella storia come conclusa; la santificazione di Basaglia permette di esonerarci dal misurare quello che siamo e stiamo praticando definendoci nonostante tutto Basagliani. Chiudere quelle contraddizioni invece di mantenerle vive e aperte significa essere “tecnici che coprono e rinchiudono in nuove ideologie scientifiche, in saperi specialistici”. Siamo in un'epoca diversa, gli intellettuali con cui confrontarci non sono molti ma sono sicuro che, se ci fosse oggi un Sartre a cui porre le nostre preoccupazioni e a cui chiedere consiglio sul nostro operare, probabilmente la risposta non sarebbe diversa da quella che diede a Basaglia: “L'unica possibilità è quella di continuare a lottare [...] perché in questa società guarire e integrare significa adattare le persone ai fini che esse rifiutano, significa insegnare loro a non contestare più, a non protestare [...]”.

Una risposta che ha quarant'anni ma di cui ancora oggi dobbiamo fare tesoro.

 

Alessandro Metz

Operatore Sociale

 

 

L'ultima modifica Lunedì, 14 Maggio 2018 12:11
Redazione

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